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NOTIZIE

RECENSIONE: Domenica Al Parco Con George, The Other Palace ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

21 agosto 2017

Di

julianeaves

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Sunday In The Park With George

National Youth Music Theatre al The Other Palace,

Sabato 19 agosto 2017

Andrew Lloyd Webber, che con loro ha una lunga esperienza, dice che la cosa più difficile dei musical è che hanno così tanti elementi diversi che farli funzionare tutti insieme per creare un effetto unitario è davvero, davvero complicato: richiede un’enorme quantità di duro lavoro e anche una buona dose di fortuna.  Può andare storto qualsiasi cosa, e spesso succede; ma quando tutto si incastra... i risultati sono magnifici.  Nel caso di questa produzione di punta della NYMT, una sua compagnia del cuore e ormai una presenza consolidata nella stagione estiva in questa sede (oltre che in molti altri teatri di primo piano in e per il Paese), la magnificenza è stata raggiunta.

La regista Hannah Chissick, che lo scorso anno ha centrato un successo straordinario con la ripresa NYMT dello splendido nuovo dramma musicale epico sulla Grande Guerra di Ben Till, 'Brass', all’Hackney Empire, è tornata alla compagnia ricca di intuizioni su come funziona — e su come ottenere il meglio dai suoi eccellenti interpreti, selezionati tra i giovani attori e musicisti più talentuosi di tutto il Regno Unito.  Lavorando con l’affermato coreografo Sam Spencer-Lane e il superbo scenografo Matt Kinley, insieme al veterano lighting designer Mike Robertson e al sound designer di punta Avgoustas Psillas, Chissick e l’instancabile produttore Jeremy Walker hanno messo insieme una squadra formidabile dei migliori professionisti per sostenere il lavoro di questi giovani.  E hanno anche un asso nella manica: il giovane direttore musicale Alex Aitken, il cui lavoro su 'Brass' l’anno scorso lo ha portato all’attenzione nazionale e che qui, dirigendo dalla tastiera in regia sul fondo del palco, compie miracoli con parti orchestrali ridotte a un minuscolo ensemble da camera di sei elementi (Michael Madigan, 18 anni, legni; Emilia De St Croix, 18, e Jamie Faulkner, 21, violini; Ellie Blight, 19, violoncello; Chris Poon, 21, tastiere 2), concentrando l’attenzione degli ascoltatori sulle voci degli attori.

Quest’opera parla delle sfide dell’arte e non chiede niente di meno che un impegno artistico totale al suo team creativo, al cast e alla band.  Vista attraverso il prisma rifrangente di uno dei capolavori francesi di fine Ottocento più curiosi e stimolanti, 'Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte' di Georges Seurat, è un’interpretazione in parte autobiografica e generosamente re-immaginata delle storie che possono — o non possono — essersi nascoste dietro l’accurata raccolta di immagini composta nella disposizione che conosciamo come il dipinto finito, appeso all’Art Institute of Chicago dal 1924.  Seurat è celebre per il suo metodo puntinista di applicare la pittura sulla tela, e questo viene richiamato in più punti nella sceneggiatura acuta e vivida di James Lapine, ma per quanto mi riguarda Seurat è ancora più affascinante per il modo in cui prosegue tradizioni più antiche della pittura francese, soprattutto per ciò che riguarda personaggi e narrazione.

Un po’ come l’inventore del genere pastorale romantico francese, Antoine Watteau, prima di lui, Seurat schizzava individui senza sosta, e poi sceglieva con rigore quali mettere insieme — e in che tipo di ensemble — per una tela.  Così, diversamente dai principi disciplinati degli Impressionisti, che insistevano nel dipingere solo ciò che era lì, lui era tutto preso dal guardare le cose e poi immaginare cosa ricavarne da impressioni diverse, spesso contrastanti.  In questo senso, per la sua presa su forma e struttura, ha moltissimo in comune con il suo memorialista drammatico, Sondheim, che a sua volta trova in lui e nel suo atteggiamento verso la vita e la creazione una metafora del proprio amore e del proprio destino creativo.  Perciò non è soltanto un musical: è parte di una grande conversazione che attraversa i secoli e abbraccia continenti; in effetti, parla dell’umanità stessa.

Questa straordinaria ampiezza filosofica è già abbastanza difficile da afferrare per un adulto, figuriamoci da comunicare; quanto più sorprendente appare allora questa produzione folgorante, se consideriamo la perfezione esecutiva raggiunta da questa compagnia.  Nei ruoli principali, Laura Barnard (21 anni) impone autorità e maturità fin dall’inizio come Dot, la musa dell’artista: il ruolo più vario — deve sdoppiarsi interpretando la figlia anziana nel secondo atto, prima di tornare come il proprio fantasma — ed è anche, di gran lunga, il più impegnativo dal punto di vista teatrale; con capacità vocali e drammatiche di altissimo livello, Barnard dichiara qui di essere tra le migliori interpreti del ruolo che questo Paese abbia visto o ascoltato.  Accanto a lei, il ruolo meno “simpatico” di Georges, interpretato con sconcertante credibilità dal diciannovenne Thomas Josling, è un campo minato di problemi, nessuno dei quali sembra avere la minima possibilità contro questo attore esperto, con una voce ricca e perfettamente controllata e l’intelligenza per ricreare il mix turbolento e vitale dell’artista: energia giovanile e ferrea dedizione.  Insieme, vi fanno credere completamente in chi sono e in ciò che stanno facendo.

E in un certo senso è proprio di questo che parla lo spettacolo.  Sebbene inizi in modo abbastanza convenzionale, apparentemente seguendo la struttura e le convenzioni riconoscibili del teatro musicale, a poco a poco, man mano che procede, ci porta sempre più lontano da ciò che conosciamo, finché — alla fine — si protende in un territorio del tutto ignoto e — cosa più meravigliosa di tutte — noi, il pubblico, siamo pronti a seguirlo ovunque voglia portarci.

Il motivo del successo di questa produzione è che comprende fino in fondo l’intenzione dell’opera e non permette a nessun singolo dettaglio di intrufolarsi senza pretendere che se lo sia meritato.  Persino un’improvvisa e fugace striscia di fumo di scena è richiesta da un riferimento di passaggio nel testo.  E così è per ogni componente visiva della mise-en-scène: i cavalletti e le tele, che si muovono con eleganza e costituiscono l’intera sostanza dell’universo di queste persone; non c’è un solo movimento di un attore sul palco che non continui l’eloquente articolazione della forza motrice di questa realizzazione incredibilmente sicura ed evocativa.  In breve, non è solo una questione di “Arte”: è una conversazione su che cosa sia il teatro.

A fare da spalla ai protagonisti ci sono i più convenzionali Jules (Adam Johnson, 20 anni) e Yvonne (Florence Russell, 19): sono gli Snow rispetto ai Bigelow degli altri, naturalmente, e rientrano nella discussione — anzi, nel discorso — che Sondheim inserisce nello spettacolo sulla natura stessa del teatro musicale e sul proprio rapporto con esso.  Le varie coppie di personaggi che ruotano attorno a loro sembrano visitatori di opere che lui ha scritto prima o dopo questa: la Vecchia Signora (Eloise Kenny-Ryder, 19) e la sua Infermiera (Lucy Carter, 18) arrivano dritte da 'A Little Night Music', mentre i Soldati (Marcus Harman, 18, e Scott Folan, 17) sembrano sul punto di trasformarsi nei Principi di 'Into The Woods'.  E così via: qui, là e ovunque, vediamo e sentiamo echi della mente di Sondheim al lavoro.  Ma forse è proprio questo che proviamo tutti quando guardiamo l’arte?  Che altro, in fondo, invita, se non una risposta della mente.

L’intera compagnia lavora insieme perché questo accada.  Louise (Kiera Milward, 13); le due Celeste (Ellie Green, 17, e Aliza Vakil, 19); Louis (Thomas Mullan, 17); gli esilaranti americani da musical-comedy, Mr (Alfie Richards, 17) e Mrs (Lucy Coyle, 19); e il loro staff, Franz (Michael McGeough, 21) e Frieda (Lydia Crosher, 20); il Barcaiolo (Matt Pettifor, 20); Boy Sitting (Paul French, 16); Woman Standing (Lydia Clay-White, 17); Purple Dressed Woman (Heather Conder, 20); Kneeling woman (Kitty Watson, 19) e il Cornista (Alex Stephenson, 21) lavorano insieme in un ensemble splendidamente fluido e armonioso, condividendo la narrazione con una convinzione magistrale.

Quando nel secondo atto la storia si sposta a Chicago un secolo dopo, e tutti possono interpretare un ruolo diverso!, il design di Kinley tiene davvero insieme l’intero spettacolo: il suo uso parsimonioso del colore in un mondo altrimenti monocromo fa desiderare al pubblico non solo il pigmento, ma il suo impiego vero e significativo.  La sinistra parodia della moderna “installazione” allestita dal discendente del pittore (anch’egli interpretato — inquietantemente irriconoscibile — da Thomas Josling) e dai suoi sgherri tecnici, il Chromolume, è triste più che comica, e la sua malinconia si nutre della frustrazione che prova chi la propone, quando si sa smarrito, incapace di esprimere qualcosa con profondità.  Per questo dobbiamo tornare — come abbiamo fatto alla fine del primo atto — al momento più alto dell’opera: il corale trascendentale di 'Sunday', un pezzo di umanesimo così schietto da spazzare via tutto ciò che lo precede e parlare direttamente al cuore con una forza e una passione immense.

Sì, c’è ancora chi dice che in Stephen Sondheim non ci sia “emozione”.  È chiaro che non ha mai visto questo spettacolo.  Dovrebbe.  E forse, presto, potrebbe avere un’altra occasione per farlo.  Nel frattempo, il brillante ricordo di questa produzione NYMT continuerà a brillare nel cuore di chi ha avuto la fortuna di vederla.  Per chi non c’era, posso solo dire: per favore — se potete — cercate di trovare il tempo per vedere le produzioni di questa straordinaria giovane compagnia.  La vostra vita non sarà più la stessa.

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