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RECENSIONE: Blitz, Union Theatre Londra ✭✭✭
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julianeaves
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Julian Eaves recensisce il musical di Lionel Bart Blitz!, presentato da The Phil Wilmott Company all’Union Theatre.
Il cast di Blitz. Foto: Mark Senior
BlitzUnion Theatre 7 febbraio 2020 3 stelle Prenota i biglietti Se c’è un ambito in cui il regista Phil Wilmott eccelle davvero, è nella capacità di prendere una storia enorme e presentarla «in miniatura». E non c’è luogo in cui questa dote sia più richiesta che con questo intrattenimento musicale sul Fronte Interno, notoriamente complicato e costosissimo, firmato da Lionel Bart. Scritto nella frenesia del dopo-Oliver!, qui i soldi non erano un problema quando questo colosso fu messo in piedi come, forse, uno degli spettacoli più sfarzosi che Londra abbia mai visto – e questo include le grandi operette di Ivor Novello a Drury Lane, con incidenti ferroviari e navi che affondano! Ora, in una versione spogliata – anche se con uno dei cast più numerosi che questo piccolo spazio abbia finora ospitato – lo spettacolo ci trascina con maestria da un episodio all’altro, da un’avventura all’altra, mentre cadono le bombe della Luftwaffe, i soldati di leva si dileguano e i vicini bisticciano o si innamorano. Il problema che Bart ha creato per i suoi interpreti, però, è che la partitura difficilmente è all’altezza del materiale. Una dopo l’altra, canzonette trite e ritrite, dal sapore un po’ marcetta, escono dalle bocche dei personaggi che popolano la sua visione bellica di Petticoat Lane (e dintorni). Se l’intento è mostrare l’ottimismo e la resilienza di questi londinesi, l’effetto reale è quello di farli apparire superficiali e banali. Bart è più sicuro di sé quando, con affetto, costruisce pastiche convincenti di ballate anni Quaranta: «The Day After Tomorrow» è un numero perfettamente cesellato alla Vera Lynn, per di più cantato da un’attrice che deve impersonare la beniamina delle forze armate; tuttavia, a ogni ripresa diventa via via meno impressionante e ci si chiede perché Bart – che aveva del genio – mostri così poco del suo talento in questa partitura. Foto: Mark Senior C’è in effetti un solo momento in cui si può dire che si affidi davvero alla propria arte – alla propria ispirazione – e scriva qualcosa di davvero all’altezza. Per il personaggio centrale – una irriducibile matriarca ebrea dell’East End, Mrs Blitztein – ha creato per questo spettacolo un monologo davvero notevole, «So Tell Me», l’unico numero dell’intera serata che non si svela da subito e non ti fa capire dove andrà a parare ben prima ancora di cominciare davvero. Questo brano è la prova che Bart avrebbe potuto – se lo avesse voluto – fare meglio. La sua tragedia è stata scegliere di non farlo, e forse da lì è nato quel grande senso di delusione e fallimento che ha segnato la sua tarda vita solitaria e dimenticata? È impossibile dirlo. Eppure, ascoltandolo, è difficile non nominarlo nello stesso respiro di – se non Rodgers e Hammerstein – almeno Harold Rome, l’americano Kurt Weill, Harold Arlen e altri grandi narratori in musica di Broadway. Se il resto della partitura fosse allo stesso livello di quel numero, questo sarebbe uno dei più grandi musical britannici mai scritti. Jessica Martin e il cast di Blitz. Foto: Mark Senior Purtroppo non è così. Il libretto procede a fatica, da un episodio noto all’altro. Priva della vera vivacità di lavori come Happy As A Sandbag, questa abbreviazione musicalizzata della Seconda guerra mondiale si affida a un’esuberanza cockney un po’ forzata per portarci fino in fondo. La direttrice musicale Rosa Lennox tiene impegnata la band – e gli attori-musicisti –; il coreografo Daniel Maguire fatica un po’ a trovare il linguaggio giusto per alcuni stacchi di danza piazzati in modo piuttosto bizzarro (dà il meglio in alcuni bei numeri d’insieme e in un formidabile assolo per l’ambulanziera un po’ vistosa Elsie: l’energica Beaux Harris, che lascia il segno con quella routine). La scenografia multiuso di Reuben Speed (utilizzata per l’intero ciclo di tre spettacoli della Wilmott Company in questa sede) funziona splendidamente nel creare una miriade di ambientazioni, e Penn O’Gara fa fruttare al massimo un budget ridotto con costumi realisticamente dimessi e informi; le luci di Harvey Nowak-Green sono piacevolmente vive in ogni momento e Ralph Warman inserisce alcuni suoni aggiuntivi (il cast non è microfonato). Ma è nella grande interpretazione centrale di Mrs B che lo spettacolo si regge o crolla. Sagamente, Wilmott ha affidato il ruolo a una professionista di razza, e in Jessica Martin trova un’intelligenza superlativa oltre a talento, tecnica e fiuto da musical theatre per abbracciare questo magnifico personaggio. Quanti musical hanno come protagonista una donna ebrea di mezza età – non particolarmente invischiata romanticamente con qualcuno –? Appunto. Il genio della resa di Martin sta nel convincerti che un libretto a tratti banale e goffo sia una delizia: le offre davvero un percorso emotivo importante, come madre e vedova, e lei è un’attrice che sa come rendere quel viaggio autentico. Chapeau anche al resto del cast, però, che ha molto meno sostegno dalla scrittura nel destreggiarsi tra colpi di scena piuttosto melodrammatici. E nel complesso? Per i completisti di Bart è una visione obbligata; per i fan del suo musical di successo è un’interessante incursione in qualcosa di completamente diverso; e per tutti gli altri è una vivace lezione di storia con occasionali momenti magici. Non prodotto professionalmente negli ultimi 20 anni, resta da vedere quanto a lungo il pubblico dovrà aspettare prima di avere un’altra occasione per vederlo. Blitz è in scena fino al 7 marzo 2020
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