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RECENSIONE: Adam Pascal e Seth Rudetsky, Concerti di Seth Online ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
22 dicembre 2020
Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce Adam Pascal, in scena con Seth Rudetsky nell’ambito di The Seth Concert Series Online.
Adam Pascal The Seth Concert Series: con Adam Pascal e Seth Rudetsky
In diretta online domenica 20 dicembre, replica lunedì 21 dicembre
5 stelle
Sito web della Seth Concert Series
Una nota inquietante ha attraversato il cuore dell’inverno grazie all’interpretazione intensa e tormentata di Pascal: un Prologo di “Les Misérables” (Schoenberg/Boublil), particolarmente lacerante per l’anima. È una voce che per un brano così suona davvero “vissuta”: piena del dolore e dello strazio di una vita confusa e pericolosa. Quanto mai adatta ai nostri tempi. Non tremiamo forse tutti, nell’attesa di scoprire a quale vertiginosa altezza di lacrime saremo innalzati la prossima volta? In ogni caso, questo numero cattura tutta la bruttezza della sofferenza umana.
E poi partono le battute. Di solito Rudetsky è una garanzia: per questa sua serie di chiacchierate intime con pianoforte e canzoni riesce sempre a tirar fuori un altro narratore disinvolto, con un sacco di pettegolezzi dall’aria succosa ma in realtà piuttosto innocui. È anche un’occasione per il mondo di aggiornarsi sulle vicende di Sethland: con un po’ di attenzione si capisce presto che questo MD ama lavorare di nuovo con persone che conosce già; e poi loro conoscono molte delle altre persone che conosce lui, e così via. È tutta “famiglia”! Perfetto per questa stagione di riunioni parziali e mezzi ritrovi. Se mi spiego.
Una delle cose più divertenti di questo show, con artisti dalla voce splendida, è sentirli andare avanti, e avanti, e avanti a parlare di quanto abbiano una voce terribile, di come non abbiano mai fatto nulla per prendersene cura, e così via. Incredibile, no? E poi attaccano, per esempio, il brano titolo di “Hair” (Ragni, Rado, MacDermot), e la raucedine della voce di Pascal si trasforma in un timbro rock’n’roll anni Sessanta, cool e funky. Così, all’improvviso. (Con anche un magnifico acuto da tenore, come un richiamo di sirena.) Ma lui viene proprio da lì: un musicista rock fino al midollo, che propone la sua merce a un pubblico poco ricettivo o del tutto assente. La sua è una storia di fallimento umano.
Seth Rudetsky
Ed è proprio questo l’aspetto sorprendentemente ispirante dello show: parla di persone che spesso arrivano da circostanze tutt’altro che favorevoli. E di come lo spirito umano trionfi sulle avversità. Per quanto possano essere scoraggianti. Poi, come per magia di Broadway, l’attrazione per il musical si è insinuata nel suo mondo, cogliendolo di sorpresa. Warner Baxter, torna pure: è tutto perdonato! Così, naturale come la notte che segue il giorno, si è ritrovato in un ruolo nel musical unico e compiuto di Jonathan Larson, vissuto purtroppo troppo poco: “Rent”.
Poi siamo scomparsi dentro uno di quegli inconvenienti tecnici del tutto non programmati e assolutamente originali, altro marchio di fabbrica di questa impresa così particolare. In realtà fanno parte dell’esperienza: tutto è pensato per avere un’aria spontanea e improvvisata, con Seth che con destrezza lancia qualche curva ai suoi ospiti, o resta di sasso per una rivelazione inattesa! È deliziosamente divertente e scalda una lunga notte d’inverno meglio di mezzo gallone di bourbon.
Meglio ancora, poi è arrivato “Finale B” da “Rent”, che Adam ha cantato accompagnandosi con la chitarra acustica, dando all’esecuzione un sapore rustico, quasi country (pensate a “Girl From The North Country”). È musica che proietta ancora una grande ombra davanti a sé. Altri autori di musical, anche quelli che arrivano dal rock, fanno fatica a trovare il modo di aggirarla. Non la puoi copiare, né far finta che non sia mai esistita; ma dove va il teatro dopo che una porta si spalanca così… e poi si richiude subito?
“Aida” (Elton John/Tim Rice) è parte della risposta. “Elaborate Lives” è una power ballad levigata da tenore per Pascal, soprattutto con Seth che si unisce con armonie davvero ben dosate: nelle note sfacciate e lucide dell’esecuzione di Adam si nasconde una vaporosità alla Bowie, che aggiunge un’infinità di complessità a questo evento notevole; ed è qui che gli ospiti fanno davvero centro in una situazione del genere, quando riescono a continuare a sorprendere il pubblico, svelando un altro giro di boa nel loro percorso. E così siamo arrivati, a fuoco lento, a una splendida coppia di brani di Kander e Ebb: uno da uno spettacolo che lui ha interpretato a Broadway, “Cabaret”, “Maybe This Time”, in una lettura intimista e piena d’anima, prima di fondersi con l’altro, “I Don't Care Much”, una canzone nata durante una cena per una scommessa – qui suona come un valzer verso una cinica rassegnazione.
Da lì, nel territorio meravigliosamente emotivo di Tim Rice e Benny Andersson e Björn Ulvaeus: “Pity The Child”, dal loro blockbuster internazionale “Chess”. Pascal ne accenna le dimensioni con un soffio, portandone il pathos in una confessione sommessa, per poi aprire lo spazio drammatico con una chiusura splendidamente teatrale. Non a caso questo brano è diventato un successo. Nelle mani di un attore-cantante davvero, davvero bravo, è magnifico.
Tutta questa stanchezza disincantata, però, è stata scaldata via con qualche minuto di “Memphis” (un altro favorito di questo show, di David Bryan e Joe DiPietro) e con l’11 o’clock number “Memphis Lives In Me”. È un grande pezzo, che continua a vibrare nel cuore molto dopo che il suono si è spento. “I'd Really Love To See You Tonight” di Parker McGee e “I Can't Live, If Living Is Without You” (Pete Ham e Tom Evans, per i Badfinger) hanno formato un finale fragoroso per questo concerto: un’altra coppia di brani rock che ha trovato la strada verso il musical, proprio come – in fondo – l’hanno trovata così tante persone.
Poi… un altro “blackout” per Adam. (Se questo fosse il mondo reale, avrebbe la possibilità di andare a cambiarsi la camicia o qualcosa del genere.) Qui, Adam ricorda quando cantava “Glory” in “Rent”. Ma prima di arrivarci, dovevamo fare un altro numero guidato dalla chitarra, “It's Hard”: un brano con tutti i classici svolazzi alla Pete Townshend, testi taglienti e progressioni armoniche incalzanti, inseguiti da effetti ritmici fragili e spezzati. Una gemma!
E poi abbiamo chiuso davvero con “One Song, Glory”, dall’ormai imprescindibile “Rent”. Un’esecuzione da premio. Un regalo perfetto.
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