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NOTIZIE

RECENSIONE: The White Factory, Marylebone Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

25 settembre 2023

Di

douglasmayo

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La nostra theatreCat Libby Purves recensisce The White Factory, ora in scena al Marylebone Theatre di Londra.

Adrian Schiller. Foto: Mark Senior The White Factory

Marylebone Theatre

5 stelle

Prenota i biglietti IL CONTAGIO DELLA MALVAGITÀ

La storia del ghetto di Łódź, in Polonia, è un capitolo della vicenda dell’Olocausto su cui vale la pena soffermarsi, anche solo perché la popolazione ebraica fu sfruttata per anni in condizioni di quasi fame e di duro lavoro, prima di essere, con quella gelida efficienza nazista, eliminata. Questo notevole testo si apre a Bonn, nel 1960: il capo di una fabbrica di cioccolato che maltratta un dipendente. All’improvviso, un notiziario ci informa che il dirigente tedesco è stato arrestato: Wm. Koppe era l’SS-Obergruppenführer a capo del ghetto di Łódź.

Foto: Mark Senior

La luce cambia e, lontano a Brooklyn, un avvocato ebreo, improvvisamente sconvolto, graffia i muri, spalancando una fenditura che ci trascina nel 1940. È un cupo e magnifico drama della memoria su coscienza, compromesso e corruzione, radicato nella storia dell’Olocausto ma attraversato da una rabbiosa, vergognosa attualità nell’era di Putin. Il drammaturgo russo è Dmitri Glukhovsky, mentre il regista – inventivo, da brividi per ritmo e precisione – è Maxim Didenko. Entrambi sono esuli politici di questa guerra.

L’eroe di finzione è Mark Quartley nei panni di Josef Kaufman, un avvocato con un sano disprezzo per i soldati nazisti: ecco un uomo che non cucirà certo una stella gialla sulla giacca! Solo che lo farà, molto presto, per semplice sopravvivenza. Chiunque fantastichi di essere un eroe fiero in circostanze simili deve vedere quel momento: l’affannarsi per recuperare brandelli di stoffa gialla per i maglioni dei suoi due bambini.

Mark Quarterley e Pearl Chanda. Foto: Mark Senior

L’ufficiale Wilhelm Koppe è un personaggio storico, e lo è anche Chaim Rumkowski, l’anziano del ghetto, incaricato dal sprezzante capo delle SS di mantenere in ordine 200.000 ebrei, rinchiusi all’interno del ghetto. Adrian Schiller è superbo nei panni di Chaim, che in quelle circostanze disperate pensò che trasformando ogni angolo in una fabbrica – producendo uniformi e stivali per gli invasori – avrebbe reso la comunità “insostituibile!” e l’avrebbe salvata. Ma per i vecchi, i malati e gli improduttivi arrivò presto un treno di “ricollocamento” verso la morte.

Le eleganti luci – un elemento distintivo di questo spettacolo firmato Alex Musgrave – a un certo punto mostrano da un lato i calcoli gelidi, azzurro-ghiaccio, degli sterminatori nazisti e, dall’altro lato del palco, il calore dorato della famiglia Kaufman (due bambini che giocano, Pearl Chanda nei panni della moglie che accudisce il nonno burbero). A tratti, le videocamere a mano – usate in modo brillantissimo, mai distraenti come talvolta accade – proiettano i volti in monocromo. E a volte, quando il nonno o più tardi Kaufman raccontano una storia ai bambini, compaiono splendide animazioni di leggende e fede ebraiche – soprattutto il Golem – create da Oleg Mikahilov.

Olivia Bernstone e James Garnon. Foto: Mark Senior

Non solo la messa in scena è notevole, ma qui c’è anche una durezza rara: niente eroismo consolatorio, nessun salvatore, nessuno Schindler. Vediamo piuttosto il vecchio Chaim scendere a compromessi, organizzare deportazioni, e infine pronunciare il celebre discorso in cui chiede ai genitori di consegnare i propri figli quando i nazisti ordinano una “selezione”. “Vengo da voi come un bandito, a prendere ciò che avete di più prezioso…”. In ginocchio davanti a Koppe ottiene che l’ordine venga ridotto, così che i bambini sopra i dieci anni possano restare e lavorare nelle fabbriche; ma è personalmente distrutto dal compromesso che ha fatto della sua vita e del suo ruolo. In modo sconcertante per chi desidera eroi senza macchia, lo vediamo anche, sotto stress, con una predazione inquietante verso le giovani donne. Allo stesso modo, un feroce bussare alla porta può arrivare tanto dalla polizia ebraica quanto dai nazisti. E perfino Kaufman, alla fine, viene arruolato, rastrellando i figli degli altri per salvare i propri, in una sequenza di bussate ritmiche alle porte di una potenza straordinaria.

Foto: Mark Senior

Alla fine perdono tutti, e c’è amarezza nel fatto che Koppe perda meno di chiunque altro, e che dopo l’arresto e il processo del 1960 abbia continuato a vivere da uomo libero per “motivi di salute”. Quel processo, messo in scena in modo spoglio e netto nel finale, vede l’avvocato di Brooklyn insozzato dall’orrore e, con compiacimento, ricordato che anche lui, alla fine, ha finito per obbedire agli ordini. Messo in scena e interpretato in modo impeccabile, è un testo crudele, morale, brillante e necessario per ogni epoca. Dovrebbe collocare saldamente questa piccola e intraprendente nuova sala sulla mappa teatrale londinese.

The White Factory è in scena al Marylebone Theatre  fino al 4 novembre

Leggi anche: The White Factory al Marylebone Theatre – prime immagini dalle prove

 

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