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NOTIZIE

RECENSIONE: La Rabbia di Narciso, Pleasance Theatre, Londra ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce The Rage Of Narcissus di Sergio Blanco, attualmente in scena al Pleasance Theatre di Londra.

Sam Crane (Sergio Blanco). Foto: Ali Wright The Rage of Narcissus Pleasance Theatre

21 febbraio 2020

5 stelle

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AVVERTENZA: CONTIENE SPOILER....

Credo che questo sia un dramma “post-strutturalista”: di certo non è il genere di cosa che si vede tutti i giorni nel Regno Unito, ed è ancora più raro vederlo realizzato così bene.  Lo scrittore franco-uruguaiano Sergio Blanco affronta il teatro in un modo del tutto estraneo alla maggior parte del pubblico britannico, che di rado ha l’occasione di assistere a qualcosa che si discosti in maniera tanto netta dalle convenzioni naturalistiche che qui dominano.  L’autore si colloca al centro della storia, con un attore che lo “impersona” attraversando un racconto che – siamo invitati a credere – è vero.  Poiché la vicenda contempla la morte definitiva dell’autore (un altro topos post-strutturalista), la completa veridicità del racconto è, per usare un eufemismo, improbabile.  La sua efficacia, però, risiede nel modo in cui il testo accumula credibilità intorno alla narrazione di un docente universitario in visita che scopre che nella sua stanza d’albergo sono accaduti fatti sinistri, finendo poi per ricaderci, come in un ciclo di ripetizione.  Nel corso dei suoi 90 minuti, il dramma ha molto da dire sulla natura dell’io, sul rapporto tra mito e realtà, sul desiderio sessuale e sulla distruttività umana.  Funziona anche come thriller avvincente, con le viti della rivelazione graduale e della tensione che vengono serrate passo dopo passo fino a un finale ingegnoso.

Foto: Ali Wright

Blanco è una creatura notevole: è al tempo stesso onnipresente in questa “storia” eppure completamente sfuggente.  Lo spogliarsi dell’anima in quest’opera è totale, e tuttavia sembra un gesto di disperazione vuota, che non rivela nulla: il corpo smembrato dell’autore, destinato a essere presto sventrato alla fine del pezzo, è una metafora gelida e piuttosto agghiacciante di cose ben peggiori, lo sentiamo, cose che vengono suggerite continuamente, ma mai – fino in fondo – definite.  La finzione della vita accademica; la vacuità e la superficialità del desiderio erotico; l’incapacità delle istituzioni civilizzate di offrire una qualche comprensione delle persone per cui esistono, o protezione per i vulnerabili; e, in ultima analisi, l’inconoscibilità dell’io e l’incomprensibilità delle emozioni e delle pulsioni umane.  Non sono temi che la maggior parte degli autori abbia l’inclinazione o l’abilità di affrontare, figuriamoci di dominare.  Eppure l’effetto complessivo dell’opera è eloquente: il pubblico resta ipnotizzato e rapito dalla sua semplicità implacabile, dalla banalità quasi dimessa del suo contenuto, dalla pura ordinarietà dei suoi terribili eventi.  Per gli spettatori, come sappiamo, il dettaglio truculento degli omicidi brutali è il pane quotidiano dell’intrattenimento, tra la televisione e la stampa sensazionalistica.  Blanco sfuma i confini tra quegli orrori e le persone che cercano di divertirsi con essi “a distanza”, insinuando che non ci vorrebbe poi molto perché ciascuno di noi si ritrovi nella posizione del suo attore....

Sam Crane, ci viene chiesto di credere, è stato invitato appositamente dall’autore a farsi carico di questo ruolo.  Se possiamo dare credito alla veridicità di ciò che questo spettacolo ci racconta – e credo che, probabilmente, ci sia ben poco motivo per farlo – allora, per le esigenze del testo, Crane sembra davvero la scelta migliore.  Il suo controllo di un testo immensamente lungo – deve recitarne gran parte da solo – è sorprendentemente equilibrato e modulato con uniformità, pur mantenendo un costante senso di sorpresa e novità nella sua voce solitamente quieta e trattenuta.  In effetti, si concede il sostegno del petto in una sola battuta: “Questo mondo.  Questo mondo.  Questo mondo!”.  Ed è un colpo da maestro, che sottolinea la natura metaforica dell’intera performance e la sua volontà di offrire un commento più ampio sulla nostra vita e sul nostro tempo. Eppure, a parte quel momento, assolutamente nient’altro nel suo atteggiamento finto-trasandato e nel portamento languido lascia intendere qualcosa del genere: da quando appare per la prima volta a quando infine svanisce, non sembra mai più – o meno – di qualunque altro membro del pubblico, tra il quale – quasi a voler dimostrare un punto – si insinua persino una volta, con delicatezza.  È una prova di straordinaria discrezione e attenzione, nella quale scandaglia le profondità più estreme della disperazione umana – l’estinzione dell’io – con un’inquietante padronanza e abilità.

Foto: Ali Wright

Il ruolo del regista Daniel Goldman non è immediatamente evidente, per lo sforzo che compie – come l’autore – nel cancellare qualsiasi traccia di sé.  Colloca l’attore in uno spazio vuoto da black box, spostandolo di tanto in tanto in pozze di luce leggermente diverse, ma in realtà facendo poco per scalfire la sensazione che il “performer” sia lì a “raccontare una storia”.  Eppure.  Ci sono molti momenti in cui sottrae il testo alla bocca dell’attore e lo trasferisce in proiezioni su uno schermo sopra la sua testa: accade spesso.  Addirittura “registra” una parte delle battute dell’attore e finge – riproducendole – che provengano dalla voce dell’autore invisibile, che si sente chiedere all’attore di accettare il lavoro che ora lo vediamo svolgere, montando insieme email e messaggi in segreteria telefonica.  Gestisce allo stesso modo il posizionamento e la densità del suono.  In effetti, ci sono così tanti piccoli elementi che devono andare al posto giusto, che potrebbe essere naturale riconoscere maggiormente il lavoro di altri collaboratori.  Ma, considerati i molteplici ruoli che Goldman ricopre qui – traduce e adatta oltre a dirigere (e il copione come viene rappresentato diverge in moltissimi dettagli da quello stampato nel programma) – sospetto che la maggior parte delle decisioni importanti prese sia sua.

Ciononostante, il design inquietantemente ambiguo di Natalie Johnson, l’uso sottilmente sinistro di luci e videoproiezioni di Richard Williamson e il suono calibrato alla perfezione di Kieran Lucas cospirano con Goldman per rendere questa un’esperienza cupa e perturbante a teatro, sollevando gradualmente il velo intellettuale sulla natura umana e svelando la brama nichilista che si annida sotto.  Se volete vedere The Rage Of Narcussus, non indugiate: chiude l’8 marzo.

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