Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

  • Dal 1999

    Notizie e recensioni affidabili

  • 26

    anni

    il meglio del teatro britannico

  • Biglietti ufficiali

  • Scegli i tuoi posti

NOTIZIE

RECENSIONE: Il curioso caso di Benjamin Button, Southwark Playhouse ✭✭✭

Pubblicato su

20 maggio 2019

Di

julianeaves

Share

Julian Eaves recensisce The Curious Case Of Benjamin Button, ora in scena al Southwark Playhouse.

James Marlowe e Philippa Hogg in The Curious Case Of Benjamin Button. The Curious Case of Benjamin Button Southwark Playhouse,

Venerdì 17 maggio 2019

3 stelle

Prenota i biglietti

È un allestimento di grande pregio, che funziona bene in quasi ogni reparto tranne uno: il testo.  Tratto da un racconto breve surrealista poco noto (e meritatamente dimenticato?) di F Scott Fitzgerald, ci porta lontano dal suo consueto territorio di cocktail e narcisisti e ci catapulta in un mondo bizzarro in cui il protagonista nasce come un uomo di 70 anni e poi invecchia al contrario, ringiovanendo rapidamente, scena dopo scena.  Di tanto in tanto, in teatro si vedono rappresentazioni del tempo che scorre al contrario e non sembrano mai funzionare; neppure questa fa eccezione.  Ad aggravare le difficoltà drammaturgiche, il ‘motore’ centrale della trama, se così si può chiamare, pare essere la rappresentazione dello scorrere inesorabile del tempo, che attraversa la vita di persone comuni, delle quali non c’è nulla di rilevante da dire o pensare.  Tranne, naturalmente, il fatto che una di loro – per ragioni che l’autore non spiega mai in modo soddisfacente (l’ensemble prova a dire che c’entra qualcosa con le ‘maree’ che vanno all’indietro) – finisce per vivere la propria vita al contrario.

In un modo un po’ lezioso, da storia raccontata e ricontata, il racconto possiede un certo fascino finto-naïf nella sua metafora ammiccante sul senso della vita.  Il direttore artistico produttore, regista, adattatore e paroliere, nonché fondatore e anima di questa compagnia, Jethro Compton Productions, evidentemente ci vede tutto questo – e molto di più – abbastanza, secondo lui, da sostenere l’interesse per due ore e mezza a teatro.  Io, però, non ne sono altrettanto convinto.

James Marlowe e la Compagnia

Immagino che tutto dipenda anche da cosa pensiate serva il teatro.  Gli standard produttivi di questo spettacolo sono davvero esemplari.  C’è una scenografia magnifica – in questo spazio minuscolo, The Little – progettata e illuminata con sontuosità dall’occhio straordinariamente talentuoso di Schoenlatern.  I costumi d’epoca di Cecilia Trono sono convincenti (sì, è un’altra festa della nostalgia, con tanti ‘poveri ma semplici, sale della terra’ che rispettano diligentemente le convenzioni deferenti della prima metà del Novecento).  E c’è un movimento vigoroso e vivido firmato Chi-San Howard: i suoi gesti di pestare e percuotere, uniti allo stile di regia dal racconto diretto e senza fronzoli, fanno pensare che se Shared Experience e ‘Stomp!’ collaborassero mai a un musical, allora QUESTO è ciò che produrrebbero!  Michael Woods inonda lo spazio di fragorose onde della Cornovaglia e di campane dal rintocco mesto.

Tutto questo è delizioso, ma nulla ci prepara alla vera star dello spettacolo: la partitura del direttore musicale, ideatore e arrangiatore Darren Clark.  Per Clark è un deciso passo in avanti: gli elementi musicali sono qui molto più intrecciati e intimamente saldati all’azione drammatica di quanto abbia finora riscontrato nel suo lavoro; ed è proprio qui che stanno insieme la benedizione e la maledizione di ciò che ha fatto.  Il linguaggio musicale è – come ci si aspetta dal suo stile – quello del folk.  Tuttavia, a differenza di altri suoi lavori che ho visto, questo pezzo non offre granché in termini di eventi drammatici davvero coinvolgenti.  Certo, ci sono ‘episodi’, che attraversano la scena come una soap biografica, ma ben pochi entrano abbastanza a fuoco da far sì che noi, il pubblico, ci importi davvero del loro esito, in un senso o nell’altro.

La Compagnia di The Curious Case Of Benjamin Button

E la ragione di tale indifferenza è, come detto, il testo.  Troppa energia del copione sembra investita nel ‘raccontarci’ delle cose, invece che nel ‘mostrarci’ come e perché accadono.  Le molteplici narrazioni affidate al cast, mentre assumono e abbandonano un ruolo dopo l’altro, scorrazzando in una trama affollatissima su un qualcuno che in realtà era un nessuno, finiscono per soffocare il dramma sotto il peso della propria esposizione.  In realtà, solo una scena, nelle profondità del secondo atto, prende davvero vita in palcoscenico: gli attori che possono interpretarla devono assaporarla, perché è l’unico momento in cui il copione concede loro di fare ciò che sanno fare meglio: recitare.  Per il resto del tempo, sono semplicemente ‘narratori’, costretti a trascinarsi senza ispirazione attraverso pagina dopo pagina di ‘ha detto’ e ‘ha detto lei’.

In secondo luogo, la modestia stessa dell’ambizione del dramma (‘uno spettacolo sui momenti’, per usare le parole di Clark) mi sembra in contrasto con il vernacolo musicale scelto.  L’idioma folk è dominato da una forte vocazione narrativa e da una schiettezza emotiva che mal si adattano alle sfumature ellittiche e sottili a cui il copione sembra voler arrivare.  La scelta di evitare interruzioni nello svolgimento del racconto sposta di nuovo l’ago lontano dall’opera-ballata e verso, be’, qualcosa di più simile a ‘Pelléas et Mélisande’.  Ci sono alcuni interludi musicali ben integrati, ma la parte principale della partitura ci offre una sequenza di brani suonati e cantati dai cinque attori-musicisti che potrebbe facilmente ricevere un educato scroscio d’applausi per mostrare apprezzamento, prima di sgattaiolare fuori a ordinare un altro giro al bar.

Quanto al cast, dà tutto ciò che ha, facendo tutto quello che gli viene richiesto.  Lavorando instancabilmente per circa 150 minuti di spettacolo, cantano, danzano, suonano, dicono le battute e spostano scatole e cassetti della scenografia con energia incessante.  Matthew Burns, Rosalind Ford, Joey Hickman, Philippa Hogg e James Marlowe fanno tutto ciò che il copione chiede loro, e non possono fare di più.  Non è colpa loro se il testo li costringe ad attraversare un campo minato di cliché e di svolte e colpi di scena prevedibilissimi in quello che dovrebbe essere tutt’altro che un’andatura piatta e noiosa.  Sono costretti in ogni momento ad abitare un mondo realistico in cui l’unico evento di trama interessante è completamente irrealistico e quindi, in fondo, non appartiene davvero né a loro né a chiunque altro.  La partitura musicale di Darren Clark fa sì che l’esperienza scorra abbastanza piacevolmente, ma il testo non gli offre mai l’occasione di quel ‘morso’ che ha dato tanta energia a lavori come ‘These Trees Are Made Of Blood’.  Tecnicamente, quest’opera è più sofisticata; artisticamente, è piuttosto deludente.

PRENOTA I BIGLIETTI PER THE CURIOUS CASE OF BENJAMIN BUTTON

Condividi questo articolo:

Condividi questo articolo:

Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta

Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.

Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy

SEGUICI