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NOTIZIE

RECENSIONE: Sylvia, Teatro Cort ✭✭

Pubblicato su

28 ottobre 2015

Di

stephencollins

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Sylvia

Cort Theatre

6 ottobre 2015

2 stelle

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È Central Park. Rigoglioso, verde, invitante. Un pomeriggio splendido.

Un uomo d’affari si sta godendo il parco. Un cane gli corre incontro. Scatta l’intesa. Legge la targhetta, scopre che si chiama Sylvia e poi… la ruba. Porta Sylvia a casa, chiaramente infatuato all’idea di avere nella sua vita una “donna” che lo ami incondizionatamente e non discuta mai davvero con lui. A differenza di sua moglie da oltre vent’anni, la madre dei suoi figli, la fidanzatina di sempre.

Impone Sylvia a sua moglie, pretende che il cane entri in famiglia, a prescindere da ciò che lei ne pensi. Permette che i bisogni di Sylvia abbiano la precedenza e, francamente, sembra ossessionato in modo innaturale da Sylvia, al punto da essere geloso dei cani con cui lei si accoppia quando è in calore. Lascia che il matrimonio navighi in acque agitate e arrivi pericolosamente vicino ad affondare.

Chi vincerà questa guerra tra moglie e cagna?

A qualcuno importa davvero?

Questa è la ripresa di Broadway di Sylvia, la curiosa pièce di A.R. Gurney ora in scena al Cort Theatre. Diretta da Daniel Sullivan (che, alla preview che ho visto, prendeva molti appunti), è il tipo di ripresa che fa domandare perché certi testi vengano mai ripresi. È un flusso litigioso, sconsolato e misogino di sciocchezze infantili — almeno in questa lettura.

Si immagina che il vero motivo della ripresa sia che il personaggio maschile centrale, Greg — l’uomo d’affari che invecchia e ruba il cane — offra a un attore abile e dotato una vera sfida: come si fa a tenere il pubblico dalla sua parte con questo prig patriarcale e egocentrico? Come si svelano le sfumature, le paure, le incertezze, la fragile consapevolezza di sé di un personaggio tanto difficile e complesso?

Ci sono molti modi di leggere il testo, ma quello più evidente è probabilmente quello giusto. Sylvia è una metafora della fidanzata-trofeo; è qualcuno che Greg può usare per sentirsi meglio con se stesso, invece di lavorare davvero sui suoi complessi nodi personali. Qualcuno con cui, di fatto, può tradire davanti agli occhi della moglie, qualcuno con cui può sfidarla, qualcuno che può usare per rimettere la moglie “in riga”.

È evidente che ci sono aspetti shakesperiani nel personaggio: autoanalisi, presa di coscienza, autodisprezzo, procrastinazione e narcisismo. Almeno. Greg non è un eroe, ma è il protagonista. Se lo spettacolo deve funzionare come qualcosa di diverso da una squallida e repellente denigrazione delle donne, l’attore che interpreta Greg deve riuscire in una sorta di miracolo.

Invece, qui Greg è interpretato da Matthew Broderick. Uso la parola “interpretato” nel senso più elastico possibile. Broderick pronuncia le battute, ma non recita. La cosa migliore che si possa dire è che imita Elmer Fudd: un rivolo smorto di banalità, come un budino di riso alla vaniglia. Ancora con quella vocina stridula che sembrava così adorabile nei panni di Leo Bloom in The Producers, Broderick non tanto si adagia sugli allori quanto li schiaccia. Non c’è traccia dell’enigma che è Greg, nessun segno dei conflitti o delle sottigliezze. Solo un personaggio da cartone animato con una voce sciocca, che vorrebbe essere a caccia di conigli.

In netto contrasto c’è Julie White, attrice di formidabile talento, folgorante nel ruolo della moglie vessata Kate. Si irrigidisce, si scioglie, soffre e brilla, dando vita a un personaggio vero, completo e profondamente lacerato a partire da una moglie trattata in modo sconcertante. È impossibile non percepire la desolazione e la disperazione di Kate: White rende quel dolore che resta addosso con una facilità impeccabile.

Riesce anche a racchiudere alla perfezione la difficoltà che Sylvia rappresenta per Kate: da un lato è una rivale calcolatrice, dall’altro è un animale indifeso. White tiene insieme questi due poli e inchioda la vera causa della tragedia: il Greg egoista di Broderick. È un’interpretazione calibratissima, ancora più notevole proprio per la mancanza di un sostegno adeguato da parte di Broderick.

La deliziosa Annaleigh Ashford interpreta Sylvia. Il gioco teatrale qui è impegnativo: deve essere un cane, ma un cane che parla e non si muove a quattro zampe. Come una “sirena-canina”, Sylvia è in sostanza metà donna avvenente, metà labradoodle scattante (o qualche incrocio del genere). Ashford è straordinaria, fisicamente duttile e coinvolgente, ma anche ostinatamente “altra”. White interpreta una donna; Ashford interpreta una cagna, più umana che animale, ma con autentiche caratteristiche da Scooby. Ci sono momenti in cui il suo spirito corre libero e sono i più meravigliosi; ce ne sono altri, quando si avverte la mano di Sullivan, in cui sembra scioccamente imbrigliata.

La Sylvia di Ashford conquista fin dall’inizio, e lei infonde al personaggio spigolo e tenerezza in parti uguali. È l’idea di animale domestico perfetto per chiunque, ma allo stesso tempo non rifugge l’orribile lato da “moglie trofeo” dell’essere Sylvia. È una prova completa, e ci sono momenti in cui ci si dimentica davvero che, in realtà, è umana. Quando, nelle scene finali, viene mostrata una grande immagine fotografica del vero cane Sylvia, è chiaramente un cane, ma anche chiaramente Ashford. Notevole.

Il fallimento più evidente del testo sta nei ruoli di contorno. A un solo attore viene chiesto di interpretare tre personaggi: un macho proprietario di cane pieno di cultura libresca, una snob di Vassar (Vasser) amica di vecchia data di Kate le cui parti intime, inspiegabilmente, sono irresistibili per Sylvia, e un terapeuta di coppia androgino che giudica il matrimonio di Kate e Greg. Nel migliore dei casi sono figure sciocche; nel peggiore, minano attivamente lo spettacolo con un’irrilevanza sgradevole e fuori tema.

I tre ruoli sono interpretati più che dignitosamente da Robert Sella, anche se sia la sua Phyllis sia Leslie (la donna e il punto interrogativo) sono terribilmente stereotipati e le risate risultano forzate più che spontanee. Ci sono così tante “finte donne” nell’elenco dei personaggi che la cosa è davvero bizzarra.

Le scene di David Rockwell sono opportunamente eccessive: le sfumature verdi di Central Park sono ingenue e irreali, il che combacia certamente con la narrazione di Gurney. Caldi interni scorrono in scena e restituiscono un senso di opulento benessere alla domesticità di Greg, Kate e Sylvia. Japhy Weideman illumina tutto con cura e intelligenza, portando un senso di calore dove questo manca nelle interpretazioni o nella storia.

La regia di Sullivan è rigida e poco fantasiosa. Il ventre interessante di questa bestia teatrale non viene mai grattato. Solo gli sforzi esemplari di White e l’astuzia accattivante di Ashford riescono a sollevare il tutto al di sopra della lettiera.

Verso la fine dello spettacolo, Kate fa un’osservazione ironica, citando il terzo atto di La dodicesima notte:

Se fosse rappresentato ora su un palcoscenico, potrei

condannarlo come un’improbabile finzione.

Già.

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