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RECENSIONE: Strange Fruit, Bush Theatre ✭✭✭

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Di

markludmon

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Mark Ludmon recensisce Strange Fruit di Caryl Phillips, ora in scena al Bush Theatre, in un allestimento diretto da Nancy Medina.

Tok Stephen (Alvin) e Debra Michaels (Vernice) in Strange Fruit. Foto: Helen Murray Strange Fruit Bush Theatre, Londra

Tre stelle

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Un anno fa il Bush Theatre ci ha regalato un’ottima riproposta di Leave Taking, lo straordinario testo del 1987 di Winsome Pinnock, che esplora le esperienze di due generazioni di una famiglia londinese di origini caraibiche. Inserito in una serie saltuaria battezzata “Passing the Baton”, che celebra le opere di drammaturghi britannici di colore, lo spettacolo è stato seguito dal revival di un altro testo, Strange Fruit di Caryl Phillips, debuttato nel 1980. Anche qui si affronta il conflitto tra generazioni in una famiglia nera britannica sradicata dai Caraibi ma, pur con lampi di brillantezza, nel complesso non raggiunge l’impatto che la materia trattata richiederebbe.

Il titolo richiama la celebre canzone di Billie Holiday sul linciaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti, che vide migliaia di afroamericani brutalmente uccisi fino addirittura agli anni Sessanta. La storia è ambientata in Inghilterra (presumibilmente a Londra, a giudicare dagli accenti) e mette a nudo l’effetto di razzismo e discriminazione sulla vita di Vivian e dei suoi due figli, Errol e Alvin, arrivati dalle Indie Occidentali 19 anni prima. I due ragazzi, ormai adulti, hanno reagito radicalizzandosi, mentre la madre evita ostinatamente di confrontarsi con la realtà della propria vita di donna nera nella Gran Bretagna degli anni Settanta. Accanto a lei, l’amica del cuore Vernice ha i suoi problemi con la figlia adolescente Charmaine, che misteriosamente ha smesso di parlarle.

Jonathan Ajayi (Errol) e Tok Stephen (Alvin) in Strange Fruit. Foto: Helen Murray

La comunicazione è al centro del testo. In una delle scene più potenti, Vivian racconta con commozione la propria esperienza di razzismo in Inghilterra — qualcosa di cui non ha mai voluto parlare con i figli. Il suo rifiuto di affrontare il passato fa sì che i ragazzi non sappiano nulla di ciò che ha sopportato e di quanto si senta “stanca e sfinita”, ma allo stesso tempo lei non comprende la frustrazione che provano loro. Interpretata con una docile compostezza da Rakie Ayala, Vivian comincia a mostrare le crepe quando la sua strategia del silenzio si rivela un errore di valutazione.

Con un Afro tagliato malissimo, Jonathan Ajayi passa da un tono pacato a esplosioni di rabbia violenta nei panni di Errol, 21 anni, che cerca di orientarsi tra sentimenti contrastanti sulla propria identità e la vita in un Paese dove, a causa della sua razza, corre costantemente il rischio di essere aggredito. Tilly Steele è eccellente nel ruolo della sua giovane fidanzata bianca, Shelley, segnata da una difficile vita familiare e disposta ad attraversare oceani per amore di lui. Debra Michaels è altrettanto memorabile come Vernice, impicciona ma solidale, capace di regalare splendidi momenti di comicità. Tok Stephen spicca in una prova brillante nei panni del fratello maggiore, Alvin, costretto a fare i conti con speranze e sogni infranti.

Jonathan Ajayi (Errol) e Tilly Steele (Shelley) in Strange Fruit. Foto: Helen Murray

Diretto da Nancy Medina, questo è un solido revival di un testo che avrebbe beneficiato di una struttura più serrata: dura tre ore, intervallo compreso. Le scene di Max Johns sono essenziali, con un set minimale completamente ricoperto da una moquette a pelo lungo e dalla texture tipicamente anni Settanta, che evoca il salotto di Vivian, dove si svolge tutta l’azione. (Johns ha anche creato una versione più realistica di un salotto anglo-caraibico nel foyer del Bush Theatre.) Con personaggi indimenticabili e momenti di forte potenza emotiva, Strange Fruit non è mai noioso e ci trascina con sé nello svelamento graduale di segreti e bugie su cui le persone fanno affidamento per sopravvivere.

In scena fino al 27 luglio 2019

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