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RECENSIONE: Shook, Southwark Playhouse - Piccolo ✭✭✭✭✭
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julianeaves
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Julian Eaves recensisce Shook, un testo di Samuel Bailey presentato da Papatango al Southwark Playhouse.
Joshua Finan (Cain). Foto: The Other Richard Shook Southwark Playhouse Little,
1 novembre 2019
5 stelle
Prenota ora È stata una settimana davvero intensa per nuove prime e nuovi lavori, con alcune proposte di gran classe in cartellone. Anzi, è quasi come se, mentre gli standard della vita pubblica continuano a scivolare, il teatro stesse creando un contrappeso, sfornando arte di qualità sempre più stratosferica. Qui, a Newington Causeway nel sud di Londra, dove prende il via un tour nazionale di grande profilo con la compagnia Papatango del produttore Chris Foxon (che proseguirà all’Hope Street Theatre di Liverpool, al Theatr Clwyd di Mold, allo Stephen Joseph di Scarborough e al Marlowe di Canterbury, anche se, di questo passo, non mi stupirei affatto se si aggiungessero altre tappe a questa tournée destinata con ogni probabilità al tutto esaurito), viene presentato un altro gioiello brillante, da osservare, godere e da cui lasciarsi arricchire.
Andrea Hall (Grace) e Ivan Oyik (Riyad) Foto: The Other Richard
L’autore, Samuel Bailey, è un nome nuovo nella drammaturgia. Originario delle West Midlands, ha sviluppato il suo lavoro con il Bristol Old Vic, Tobacco Factory Theatres e Theatre West, prima di trasferirsi a Londra e diventare alumnus del London Old Vic 12 e dell’Orange Tree Writers' Collective. Inizialmente sostenuto da una borsa MGCfutures, 'Shook' è la sua prima opera a serata intera (90 minuti, senza intervallo), ed è uno dei debutti più devastantemente compiuti e potenti che io abbia mai visto. Questo ragazzo è gigantesco. Ieri sera, quando siamo arrivati alla fine della sua indagine straordinariamente compressa e abilissima su tre uomini in un Istituto per giovani detenuti, tutto il pubblico, nello spazio intimo da poco più di 120 posti, sembrava concordare nel riconoscere che avevamo appena assistito a uno dei debutti teatrali più importanti del decennio.
Josef Davies (Jonjo) e Ivan Oyik (Riyad) Foto: The Other Richard
Il dono di Bailey – ed è un dono enorme – sta nella capacità di prendere persone comuni e farle diventare portatrici di idee immense ed emozioni potentissime, con la massima discrezione e un virtuosismo da prestigiatore, quasi senza permetterci di accorgerci della notevole arte impiegata per ottenere i suoi effetti. Così, in questa produzione apparentemente semplice, spoglia e quasi priva di azione, firmata dal regista George Turvey (co-fondatore e direttore artistico della compagnia), veniamo trascinati senza accorgercene sempre più a fondo nelle vite dei tre giovani, quasi senza notare fino a che punto finiamo per sentirci davvero coinvolti e per tenere al loro destino. Nella scenografia spoglia, classicamente “naturalistica” di Jasmine Swan (che si estende con discrezione fino all’ultimo dettaglio anche nei costumi), ci viene offerta una “stanza” in apparenza convenzionale e prevedibile, in cui la narrazione si dispiega. È illuminata senza pietà da Johanna Town, e sferzata dalla musica e dal sound design duri di Richard Hammarton. Eppure Bailey mette aria e spazio in questo mondo quando sembra togliere il piede dall’acceleratore e punteggia il percorso con sei interruzioni: permettono al tempo di passare – segnato sulla lavagna bianca dell’aula – e, cosa più importante, consentono al mondo esterno, invisibile ma talvolta udibile, di esercitare la propria influenza sulle vite dei nostri tre (anti)eroi.
Joshua Finan (Cain) e Ivan Oyik (Riyad). Foto: The Other Richard
Il modello è, naturalmente, 'Haute surveillance' ('Deathwatch') di Jean Genet – il non plus ultra dei drammi carcerari, dove pose e manovre incessanti di tre detenuti raggiungono lo status di esame mitico della condizione umana. Qui, la danza si complica per la presenza fisica, in mezzo a loro, di una donna ('Notre Dame des Fleurs'?), e si chiama con un nome parlante, Grace. Il suo compito, che funziona molto come un intervento quasi ma non del tutto divino nelle loro vite, è tenere un corso di “genitorialità”: tutti e tre sono, o stanno per diventare, padri. I loro figli, però, restano lontanissimi, separati da loro dalle inflessibili regole del sistema penale britannico – gli uomini non arrivano nemmeno a tirare fuori una fotografia dei figli – ma possono usare bambole di plastica per “esercitarsi” nelle competenze fondamentali del prendersi cura: l’angosciosa inadeguatezza di questi “giocattoli” nel sostituire la realtà diventa, alla fine, l’incarnazione fisica di questa storia spezzacuore. Andrea Hall è perfetta nel ruolo dell’insegnante benintenzionata ma inevitabilmente un po’ distaccata, silenziosamente dedita a portare umanità nell’interno grigio-metallo dell’istituto, e fin troppo consapevole della spesso fatale disperazione del suo compito. Il Regno Unito (finché esiste ancora) ha uno dei tassi più alti di detenzione – e di recidiva – nel mondo sviluppato. Non c’è proprio di che vantarsi, e non possiamo certo dare la colpa a Bruxelles.
Joshua Finan (Cain). Foto: The Other Richard
Ma sono i tre giovani rinchiusi a catturare il nostro interesse. L’orecchio impeccabile di Bailey per la verità dei dialoghi e la sua padronanza quasi soprannaturale di ritmo, slancio, struttura e cambi di tono gli permettono di dare a questi tre ruoli rifiniti con cura, del tipo che associamo a scrittori molto più esperti. Josh Finan è il vortice rumoroso, Cain (un altro nome parlante!), la cui energia violentemente “danzante” fornisce la principale forza di scossa del dramma. La sua vittima designata, Jonjo di Josef Davies, introverso fino alla paralisi e segnato, è quello che cambia di più davanti ai nostri occhi, cresce in sicurezza e si rilassa, mentre si apre rivelando tutto l’orrore degli eventi che lo hanno condotto in questa cella. Ma il capo, in realtà, è Riyad di Ivan Oyik: cupo, incandescente, scaltro di strada e dalla parlantina brillante (un altro nome carico di associazioni potenti); è anche il perno attorno a cui ruota gran parte dell’umorismo del loro botta e risposta ricco, dinamico e pieno di vitalità.
Alla fine, anche se non si abbassano mai, mai a chiedere nulla, questi tre, con vite incasinate e pericolose, riescono a conquistare completamente il cuore del pubblico. E quando diamo loro quella cura, quel pensiero, quell’impegno, ci chiediamo perché mai così tanta parte della nostra società sembri incapace di raggiungerli in modo gentile e accudente. È una riflessione sobria da portarsi via dal teatro e – chi lo sa – potrebbe persino fare del bene. Nei ringraziamenti del testo pubblicato dell’opera (che funge anche da programma di sala), Bailey lascia l’ultima parola a “i ragazzi a casa, che pensano che il teatro sia una schifezza, ma che, in qualche forma, sono in ogni testo che abbia mai scritto”. È per loro, perché loro siamo noi.
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