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NOTIZIE

RECENSIONE: Pass Over, Kiln Theatre Londra ✭✭✭✭

Pubblicato su

20 febbraio 2020

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Pass Over di Antoinette Nwandu, ora in scena al Kiln Theatre di Londra.

Paapa Essiedu e Gershwyn Eustache Jnr. Foto: Marc Brenner Pass Over

Kiln Theatre

19 febbraio 2020

4 stelle

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Al cuore della cupa rappresentazione di Antoinette Nwandu sull’insensatezza delle vite della classe operaia afroamericana c’è una disperazione amara, in questo tetro sermone di 70 minuti sul fallimento del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti.  Assistiamo, impotenti, a due uomini, Moses (Paapa Essiedu) e Kitch (Gershwyn Eustache Jnr.), che trascinano le loro giornate, intrappolati in un solco beckettiano, dove rituali senza scopo si ripetono, ancora e ancora, senza riuscire minimamente a mascherare il vuoto della loro esistenza.  Si punzecchiano, fanno battute, il pubblico ride, ma in questi scambi non c’è allegria, non c’è calore e – soprattutto – non c’è speranza.  Ci vuole un po’ perché quel messaggio desolante arrivi agli spettatori, ma per me era chiaro fin dall’inizio.

Paapa Essiedu. Foto: Marc Brenner

Lo scenografo Robert Jones ha dato loro un ambiente abbastanza realistico in cui muoversi: un angolo di strada trasandato, malandato.  Ma l’assenza di chiunque altro nel loro mondo dovrebbe essere un segnale che non c’è nulla di “reale” in ciò che dicono o fanno.  Anche se parlano ininterrottamente, scopriamo ben poco su di loro.  Non credo che vadano intesi come persone “reali”, ma le loro circostanze sono fin troppo reali.  È quasi come se la loro posizione sociale avesse sottratto loro qualsiasi vera personalità.  Eppure attirano visitatori.  Due, per la precisione, che si completano a vicenda.  Uno è Master (o Mister, come riportato nel programma), un ritorno scintillante e perlato, spavaldamente allegro, agli anni Venti: sbuca come un personaggio da fiaba, perso nei quartieri, con tanto di tovaglia a quadretti rossi e bianchi stesa su un cesto di leccornie per la nonnina e un grazioso cappellino da baseball rosso che potrebbe persino avere la scritta “Make America Great Again”; poi arriva il suo opposto polare: Ossifer, presenza demoniaca vestita di nero – un poliziotto feroce e armato fino ai denti, con un appetito per l’oppressione e la crudeltà.  Con arguzia, sono interpretati dallo stesso attore, l’inquietantemente preciso Alexander Eliot; e, con inesorabile puntualità, questi visitatori finiscono per fondersi in un’unica terribile figura, portando alla conclusione di questo dramma asciutto e miserabile.

Gershwyn Eustache Jnr. Foto: Marc Brenner

Non che per la maggior parte del tempo prevalga la cupezza.  Scherzi da burloni e l’energia generosa delle interpretazioni di Essiedu ed Eustache mascherano – per molti in sala, a giudicare da quel che ho percepito – la verità vuota del destino da cui non possono fuggire.  La regista (e direttrice artistica di questo teatro) Indhu Rubasingham mantiene il loro battibecco spumeggiante e leggero, ma quella mano gentile non mi ha convinto nemmeno per un istante.  Nei pochi dettagli visivi della scena c’è semplicemente troppo realismo impietoso per dimenticare quali orrori abbiano portato questi personaggi dove sono, e quale mancanza di alternative li tenga lì.  Il banchetto sontuoso servito a queste vittime affamate somiglia soltanto a un “ultimo pasto” offerto a chi è condannato a morte.  E un saggio nel programma, tagliente nella sua durezza, ci ricorda – ancora una volta – quanto sia ubiqua la violenza inflitta agli afroamericani nella cosiddetta Terra dei Liberi.

Paapa Essiedu e Alexander Eliot. Foto: Marc Brenner Le luci di Oliver Fenwick e la composizione e i disegni sonori di Ben e Max Ringham, insieme ad alcuni movimenti quasi ballettistici di Lanre Malaolu, completano l’elegante produzione di questo sguardo spaventosamente oscuro e desolante negli abissi del nostro potente vicino d’oltre Atlantico.  È un risultato notevole.  Guardando avanti – cosa che questo testo, in realtà, non fa – il prossimo anno il Kiln presenterà molto più nuovo teatro, ma con una quota ben maggiore proveniente da queste isole.  Così, come riscaldamento forse, prima di concederci un lungo, attento e duro sguardo su noi stessi, questo spettacolo lascia presagire parole piuttosto aspre.  Speriamo di sì, anche se questo particolare dramma non offre molta – o alcuna – forma di incoraggiamento.  Sebbene nel programma venga citato James Baldwin – figura iconica del movimento statunitense per i diritti civili – Nwandu non permette a nessuno dei suoi personaggi di vivere un cambiamento o una trasformazione positiva.  Falliscono soltanto.  Tutti.  E la loro storia è una poesia della sconfitta.

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