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RECENSIONE: Not Quite Jerusalem, Finborough Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Not Quite Jerusalem, un testo di Paul Kember attualmente in scena al Finborough Theatre di Londra.

Ryan White e Ronnie Yorke. Foto: Kirsten McYernan

Not Quite Jerusalem Finborough Theatre,

5 marzo 2020

4 stelle

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Nel 1980, quattro ventenni molto diversi tra loro, in cerca di divertimento ed emozioni lontano dal Regno Unito, si incontrano in un kibbutz e si scontrano, litigano, si innamorano e si disamorano, fra loro e con i due israeliani incaricati di gestire il loro lavoro da volontari.  Li seguiamo lungo un arco che va dal primo arrivo alla partenza finale, vedendo come ciascuno venga toccato e cambiato dalle esperienze vissute,  che l’autore usa per aprire una riflessione sull’identità britannica.  Se c’è un po’ di contestualizzazione di Israele, qui è più importante l’occasione di portare alla luce verità nascoste su chi sono i britannici e su cosa pensano di sé e del mondo più ampio: ed è questo che rende la ripresa quanto mai attuale.  Questa produzione per il 40° anniversario – che coincide anche, incidentalmente, con la 40ª stagione dello stesso teatro – è la riscoperta di un testo scritto in modo straordinario che, dalla prima, è stato in modo piuttosto sconcertante ignorato dalle scene professionali.  

Ryan Whittle e Ailsa Joy. Foto: Kirsten McTernan

Forse il percorso più interessante è quello di Gila, la responsabile dei volontari del kibbutz.  Nel ruolo, Ailsa Joy offre un’interpretazione magnifica in cui ogni secondo è osservato alla perfezione, minuziosamente cesellato e sapientemente equilibrato nell’idea complessiva del personaggio.  È particolarmente brava a usare l’“inglese spezzato” della sua Gila in modi diversi, per suggerire prima la distanza dal gruppo e poi i suoi tentativi frantumati di costruire un rapporto stretto con uno di loro, Mike.  Pur essendo un personaggio “forte”, che non ammette sciocchezze, Joy comunica anche una profonda sensualità negli occhi e nello sguardo, rendendo il suo viaggio emotivo credibile e affascinante.  Vista di recente con grande successo in 'Bad Jews' al Theatre Royal, Haymarket, questa parte la conferma ancora di più come un’attrice di notevole potenza.  

Ronnie Yorke e Russell Betnley. Foto: Kirsten McTernan

A fare da contrappunto comico alla serietà di Gila c’è però lo splendido Ronnie Yorke nei panni del davvero orribile proletario Pete: una creatura la cui mente e la cui anima sembrano costruite sulle pagine del famigerato “Page 3” di The Sun.  Già candidato a un Offie per il suo ruolo in ‘Will…’ al Rose Playhouse di Bankside, questa è un’altra prova fuori dal comune.  La sua energia fisica elettrica e il volto vividamente espressivo comunicano determinazione e complessità a ogni svolta: con un personaggio che in superficie potrebbe sembrare bidimensionale, la sua lettura ravvicinata e l’analisi del testo – unite a un professionismo impeccabile – rivelano una rete di contraddizioni e vulnerabilità che rendono questo ruolo avvincente e importante.  

Ryan Whittle e Miranda Braun. Foto: Kirsten McTernan

Anche il resto della compagnia è scelto con altrettanta cura.  Il Mike di Ryan Whittle è il principale “interesse romantico”, complicato da una certa mancanza di spina dorsale, in un percorso personale che parte in una foschia e finisce in una nebbia da whisky scozzese; Miranda Braun trova tinte decise nell’altrettanto bizzarro e disfunzionale ruolo dell’infermiera Carrie; mentre Joe McArdle completa il quartetto britannico con una prova irriconoscibile nei panni della spalla viscida e di nascita di Pete.  Come altro volto di Israele, Russell Bentley è un Ami tranquillo e posato.  È una squadra cucita su misura, e sul palcoscenico grande quanto una cartolina del Finborough lo spazio scarseggia, mentre i personaggi si sfiorano e si urtano continuamente.  Eppure, per questa produzione, la promettente designer Ceci Calf ha ideato un’impressione del fattore sorprendentemente evocativa, illuminata con immaginazione poetica dall’altrettanto emergente (e da tenere d’occhio) Ryan Joseph Stafford: la sua gestione di densità, saturazione e dissolvenze, unita a un infallibile istinto su come valorizzare la scena, rende il suo lavoro un piacere in sé.  Isobel Pellow è la mente brillante dietro le scelte di costumi azzeccatissime: dal potere e dall’autorevolezza per Gila, fino a un paio di shorts di jeans tagliati che fanno sembrare Pete appena uscito da 'Magic Mike'.  Sì, è uno spettacolo con qualcosa per tutti. 

Ryan Whittle. Foto: Kirsten McTernan

È anche il più recente traguardo personale del regista Peter Kavanagh.  Qui è molto più che un semplice regista: ha dato origine al progetto su consiglio del direttore artistico del teatro, Neil McPherson, e lo ha realizzato con fondi propri e con un paio di co-produttori.  Il ruolo di Kavanagh come Senior Drama Producer per BBC Radio gli ha permesso, grazie ai suoi eccellenti contatti con gli agenti, di mettere insieme il miglior cast disponibile, e l’obiettivo è cercare un trasferimento.  Ha inoltre dovuto ripensare un testo che l’industria non toccava da quattro decenni, e ha guidato la compagnia in un processo di prove durato un mese, che ha prodotto ciò che vediamo ora e che continua, insieme al cast, a rifinire.  È una notevole riscoperta di un’opera nota di fama ma, inspiegabilmente, quasi mai vista.  Sì, la prima parte può dare l’impressione che, persino all’intervallo, non sia ancora davvero decollata: eppure ogni scena funziona meravigliosamente; è teatro d’attori, e funziona.  Tuttavia, un vero senso di urgenza arriva soltanto nella seconda metà, quando all’improvviso c’è tutto in gioco.  L’autore Paul Kember (forse più noto al pubblico per i suoi numerosi ruoli televisivi come attore) ottenne un successo enorme con questo, il suo primissimo testo teatrale: rivedendolo oggi, ne è ancora soddisfatto.  E credo lo sarete anche voi.   Come esperienza da gap year, forse non è proprio Gerusalemme, ma è un viaggio pazzesco. 

Not Quite Jerusalem è in scena fino al 28 marzo al Finborough Theatre

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