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NOTIZIE

RECENSIONE: Midnight Your Time, Donmar Warehouse Online ✭✭✭✭

Pubblicato su

18 maggio 2020

Di

timhochstrasser

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Tim Hochstrasser recensisce Diana Quick in Midnight Your Time, presentato online dal Donmar Warehouse di Londra.

Midnight Your Time Donmar Warehouse Digital

Online fino al 20 maggio 2020

Guarda online Privati all’improvviso degli spazi dal vivo, i direttori teatrali hanno dovuto riflettere a fondo su come generare nuovi contenuti per il proprio pubblico. Riciclare filmati d’archivio di produzioni di un tempo può essere solo un primo tampone: regala momenti di nostalgia o offre a chi se li era persi l’occasione di intravedere esperienze drammatiche uniche. La decisione di Nick Hytner di tornare sui due cicli di monologhi televisivi di Alan Bennett – Talking Heads – è l’esempio più citato di quella che ormai sembra una tendenza: prendere testi scritti per un solo personaggio, qualunque sia il mezzo, e presentarli online, rivolgendosi direttamente a quella confinazione condivisa tra attore e spettatore.

Michael Longhurst è tornato a un monologo di mezz’ora, portato per la prima volta in scena da Diana Quick a Edimburgo nel 2010. Assistiamo a una sequenza di brevi video rivolti alla camera, ai quali non arriva mai alcuna risposta. Dieci anni fa la tecnologia dei videomessaggi era ancora relativamente poco familiare; oggi è invece al centro delle nostre comunicazioni quotidiane. Ciò che allora era una novità è oggi la norma, e tanto più improvvisamente centrale nelle nostre circostanze attuali. È una scelta di materiale acuta, che offre una finestra calibrata con precisione sul nostro presente.

Si comincia con l’inquadratura del desktop di Judy, mentre si prepara a registrare un messaggio per la figlia assente, Helen. Scopriamo che Judy è un’avvocata in pensione, con due figli ormai adulti, che vive con il marito in una prospera e dinamica pensione a nord di Londra. Man mano che procede ciascuno della dozzina circa di messaggi, impariamo gradualmente di più sulla sua vita e, in particolare – data l’assenza di risposte – sul difficile rapporto con la figlia, che dopo un litigio con la madre è andata a vivere e lavorare in Palestina.

Adam Brace non si è sforzato di rendere questa donna un personaggio “simpatico”. Le manca consapevolezza di sé, soprattutto riguardo a quanto sia manipolatoria e controllante pur senza sembrarlo. Si capisce benissimo perché la figlia non abbia alcuna voglia di ingaggiarsi. In più, si ha la sensazione che le altre persone che incontra – che si tratti di un rifugiato afghano invitato a cena o della presidente “sfollata” della lega femminile per la pace, di cui Judy ha appena preso le redini – abbiano parecchio da sopportare. Ma questa è, suppongo, la chiave delle tensioni drammatiche del monologo: noi abbiamo una prospettiva privilegiata su chi parla, una prospettiva che loro non potranno mai avere su se stessi. Il loro controllo privilegiato del mezzo è compensato dalla nostra banda più ampia sulla loro vita.

Eppure, i contorni di questa persona egocentrica e parziale vengono impressi con forza grazie alle ricche sfumature della prova di Quick. Con un sapiente alternarsi di trucco, acconciatura e costumi, crea nella propria casa una varietà di ambienti e di atmosfere che porta freschezza visiva a una produzione che altrimenti rischierebbe di essere troppo statica. Inoltre, sprigiona un’ampia gamma di emozioni: dalla iniziale compiacenza domestica fino a un vero e proprio cupo sconforto e a una rabbia trattenuta, con cui tutti possiamo identificarci nella claustrofobia da pentola a pressione di questi tempi. Che si tratti di suppliche un po’ brille, di implorazioni strazianti o di tentativi di essere dolcemente ragionevole con la figlia assente, arriva chiarissimo sia il ritratto di una donna complessa, che sente la propria vita e identità scivolarle via, sia quello di una madre che desidera ristabilire un contatto ma non ha gli strumenti interiori per farlo. Gli estimatori del lavoro di Quick, da Brideshead Revisited in poi, riconosceranno le stesse qualità di grazia composta, fredda ed elusiva, interrotta da scatti emotivi di ferocia inattesa. I frammenti che ci vengono offerti qui fanno venire voglia di averla vista nei panni di Medea o in qualcuno dei ruoli principali di Albee.

Entro i limiti di durata e inquadratura, i valori di produzione sono solidi. Quick e Longhurst calibrano bene la riduzione di scala richiesta a gesto e movimento teatrale per il più piccolo degli schermi; e angolazioni di ripresa ed effetti di luce vengono usati con fantasia senza infrangere l’illusione che sia la webcam del portatile di Judy a registrare. Proprio come nei monologhi di Bennett, si ottiene un buon equilibrio tra racconto realistico e salti temporali, che consentono allo spettatore di percepire a sufficienza gli strati del passato.

Potrebbe facilmente essere un pezzo autoreferenziale di Islingtoniana privilegiata, delimitato da cene tra amici, buone cause, beneficenza paternalistica e compiaciuta ostentazione di virtù. Ma grazie alla profonda empatia di Quick otteniamo molto di più. Pur senza incontrare mai la figlia, finiamo con un ritratto sfumato e senza tempo di reciproche incomprensioni frustranti, e con una sensazione sempre più opprimente che le personalità in gioco siano sempre state in contrasto e lo resteranno. Qualcosa di predestinato, già annunciato nei temi ciclici, eleva questa prova a una nota autenticamente tragica.

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