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RECENSIONE: Jessica Martin - Una Vita Sotto i Riflettori, Crazy Coqs ✭✭✭✭
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julianeaves
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Julian Eaves recensisce Jessica Martin: A Life Under Lights al The Crazy Coqs, Brasserie Zedel, Londra.
Jessica Martin in Life Under Lights al Crazy Coqs Jessica Martin: A Life Under Lights
The Crazy Coqs, Brasserie Zedel
27 settembre 2019
4 stelle
C’è qualcosa di particolare nel cabaret: a volte è solo una piacevole sequenza di canzoni, altre invece si spinge fino a sfiorare il teatro. E quest’ultimo spettacolo della sempre impegnatissima Jessica Martin – in splendida collaborazione con la pianista Inga Davis-Rutter e il regista Ben Stock – colma in modo ingegnosamente calibrato lo spazio fra le due cose, portandoci in un viaggio attraverso i cinquant’anni di carriera dell’interprete e artista. Anzi, si torna indietro ancora di più. Partendo dalla vita di Martin senior, suo padre, il capobanda Ido Martin, lo spettacolo mette a fuoco le radici familiari nella grande tradizione della dance music degli anni Quaranta e Cinquanta e, attraverso la sua vita e quella della madre, altrettanto devota, ci offre l’immagine del mondo in cui Jessica è arrivata, è cresciuta e che per lei è sempre rimasto importante. Da qui si passa al lavoro che conosciamo: impressionismo, musical, TV e illustrazione. Ne viene fuori un’esperienza splendidamente costruita e via via più potente, ricchissima di numeri musicali deliziosi, cuciti insieme da una narrazione affascinante e, alla fine, davvero coinvolgente sul piano emotivo. Lo spettacolo, al debutto a inizio mese, è andato esaurito: ora è tornato per una ripresa altrettanto apprezzata e, viene da pensare, ci saranno sicuramente altre date, no?
Come spesso accade in questo tipo di serate, è proprio il materiale meno noto a fare più centro. Oppure brani che, in qualche modo, ci erano sfuggiti e che hanno bisogno della cornice particolare di una produzione così per ricordarci le loro qualità straordinarie. Così, quando Martin canta ‘Whatever Happened To Mabel?’ da ‘Mack and Mabel’ (uno spettacolo che – del tutto immeritatamente – non è ancora riuscito ad afferrare l’immaginazione del pubblico come molti altri di Jerry Herman), è come se lo ascoltassimo e lo vedessimo per la prima volta. Il suo senso del ritmo è impeccabile; l’articolazione è piena di sorprese, tutte assolutamente giuste; e – soprattutto – la sua resa del personaggio è ricca di profondità e complessità umana. Sentire questa canzone cantata così ti fa raddrizzare sulla sedia, abbagliato dall’intreccio e dalla vividezza del testo – così perfettamente aderente al contesto e alla personalità della figura in scena – e trascinato dall’energia drammatica della melodia e dalla struttura teatrale del numero. E ti viene voglia di andare a vedere anche l’intero spettacolo.
Jessica Martin.
D’altra parte, quando si parla di imitazioni, Martin ha poche rivali. Come tutti i grandi imitatori, entra sotto la pelle del suo “bersaglio” e sembra parlare dall’interno del personaggio. In un numero iniziale dello spettacolo, tutto giocato sui cliché teatrali, questa virtuosità si accompagna a un altro grande aspetto della sua arte: la capacità di passare da un’imitazione perfettamente resa all’altra, senza perdere un colpo, sempre esatta, precisissima, centrata. L’effetto, come sempre, è mozzafiato. Può essere uno sguardo spalancato, il battere delle palpebre, una parola ripetuta, con una vocale appena appiattita al centro, e poi all’improvviso – come un lampo che attraversa il cielo – ecco Bette Davis davanti a noi, che ci colpisce al cuore e allo stomaco come una lancia. Non c’è nulla di “ammiccante” in questa sua capacità: è tutto estremamente, profondamente sincero e potente. Martin non perde tempo con la mera scimmiottatura fine a se stessa; quando decide di rappresentare qualcun altro, c’è un motivo. Per lei, queste imitazioni sono personaggi reali, degni di una creazione amorevole quanto un ruolo da sostenere per un’intera serata in teatro o, magari, per più tempo in uno studio televisivo. È questo il segreto del suo fascino. Noi lo “sentiamo” d’istinto e lo amiamo, molto prima di avere il tempo di pensarci e valutarlo. Non c’è tempo. Lei è già lanciata verso il successivo, e il momento dopo ancora, sempre con la stessa precisione millimetrica e brillantezza.
Allo stesso modo, Martin è un’interprete di grande generosità, e il suo obiettivo è sempre quello di piacere non solo al pubblico ma anche alle persone che abbraccia nel suo lavoro. Così, quando rende in modo sontuoso Shirley Bassey, per esempio, c’è un po’ di caricatura nell’enfasi su certi celebri manierismi da diva; ma – ed è un “ma” importante – nasce da una benevola ammirazione, un po’ come le vignette di Bill Hewison che un tempo accompagnavano le recensioni su Punch. Martin non è una satirica crudele o rabbiosa come ci aspetteremmo di vedere sui giornali: è sempre umana, empatica, e ha quella meravigliosa capacità tipica dei bambini di usare l’imitazione per capire meglio il mondo e le persone che lo abitano. In fondo, è un’attrice che esercita il proprio mestiere, semplicemente con altri mezzi. Dopotutto, alcuni riconosceranno subito chi sta facendo, ma ci sono spettatori meno familiari con le “fonti” che vedranno e sentiranno la cosa in modo diverso: coglieranno il “personaggio” che sta interpretando in quel momento e potranno amare la performance per quello che è, senza dover richiamare da soli il riferimento “originale”.
Anche questo è un altro ambito della sua creatività artistica: da quando, da adolescente, realizzava raffinati bozzetti di costumi teatrali e acquerelli, Jess ha continuato a dare forma visiva alle persone in due dimensioni, oltre che sul palcoscenico e davanti alla camera; ha esposto il suo lavoro da Orbital Comics e ha realizzato graphic novel. Davis-Rutter e lei si sono sedute insieme per ripercorrere il vasto archivio di immagini create per la sua amatissima serie dedicata ai suoi idoli, fra grandi star britanniche, hollywoodiane e di Broadway, e attorno a queste “impressioni” grafiche hanno costruito il terreno da esplorare in questo spettacolo. Il risultato è un quilt fittamente tessuto di persone che si sono avvolte intorno a Martin e hanno dato a lei – e a noi – calore e conforto in anni che non sono stati sempre gentili. Lungi dall’essere “evasivi”, però, somigliano piuttosto a promemoria della nostra umanità essenziale e della nostra capacità di bontà: un messaggio che oggi non ha perso nulla della sua rilevanza o urgenza.
Forse rivedremo presto questa splendida revue – che è molto più di un semplice cabaret – ma, nel frattempo, potete prenotare per vedere Martin nel suo nuovo monologo teatrale su una fittizia star del cinema britannico degli anni Quaranta, ‘You Thought I Was Dead, Didn’t You?’, scritto appositamente per lei da Stephen Wyatt e diretto da Sam Clemens al Waterloo East Theatre, dal 19 al 22 novembre. Biglietti disponibili ora.
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