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RECENSIONE: Groundhog Day, Old Vic Theatre Londra 2023 ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
Di
Libby Purves
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La nostra theatreCat Libby Purves recensisce la stagione di ritorno di Groundhog Day all’Old Vic Theatre di Londra.
Groundhog Day
Old Vic Theatre
5 stelle
BENTORNATI A PUNXATAWNEY
Sette anni dopo il debutto all’Old Vic, che fruttò una pioggia di Olivier, passando per una pandemia e per una corsa a Broadway tanto breve quanto deludente, eccolo di nuovo. Evviva! Tim Minchin – brillante come Sondheim e melodioso come Gershwin – ha scritto musiche e testi su un copione rielaborato da Danny Rubin, tratto dal celebre film, trasformando una pellicola divertente, originale ma piuttosto dimenticabile in qualcosa che resta comico ma è più grande. È rumoroso, gioioso, folgorante e saggio: un mito moderno con tutta l’assurdità e la grandiosità di qualsiasi classico della redenzione.
Avevo dimenticato quanto amassi l’esuberante regia di Matthew Warchus: un sorriso sciocco mi si è stampato in faccia dalla calda ballata d’apertura sulla primavera fino al primo sguardo alle minuscole case illuminate (la scenografia di Rob Howells è deliziosa, con la città letteralmente avvolta intorno all’azione). Si nutre, ironicamente, dell’immagine cinematografica amatissima della Main Street dell’America di provincia, dato che Punxtawney viene inizialmente disprezzata dall’eroe, che canta: «niente è più deprimente della piccola America di provincia». In un favoloso scoppio di scatenatezze da Groundhog Festival, l’ensemble cittadino è esso stesso un protagonista: una comunità di ordinaria normalità, senza autocoscienza.
Ritroviamo l’irresistibile Andy Karl nei panni di Phil, il meteorologo televisivo della grande città condannato a correggere la propria arroganza rivivendo ogni giorno lo stesso 2 febbraio, in un luogo che detesta. Ha una nuova co-protagonista vivace e ammaliante: Tanisha Spring è Rita, la produttrice vessata; ed Eve Norris ruba la scena con la malinconica canzone di Minchin sulla condanna di «essere Nancy… una scappatella per una notte, tutta tette e allegria» nelle storie degli uomini incauti. C’è un altro momento solistico, altrettanto tagliente, quando nella seconda parte si fa strada la saggezza più cupa dello spettacolo. Andrew Langtree è Ned, il venditore di assicurazioni rimasto vedovo, e restituisce l’eroismo da uomo qualunque della resistenza ignorata in un piccolo momento alla Morte di un commesso viaggiatore: «vai avanti e avanti, inciampi verso il sole che sbiadisce… stai tranquillo, la notte arriverà».
Minchin – l’uomo che in Matilda ha dato a Dahl un calore che non ha mai avuto – ci riesce di nuovo con questa trasmutazione, gioiosa nella sua velocità e nel suo frastuono da grande spettacolo (sempre più sfrenati man mano che il povero Phil capisce di essere intrappolato) ma senza vergogna nel toccare sia la disperazione sia la speranza che ci rendono umani. La musica fa esplodere la storia brillante in una grande, luminosa nube di interrogativi filosofici e morali: condita da battute micidiali, testi diabolici e coreografie gioiosamente argute.
Andy Karl, al centro, è un miracolo di energia propulsiva: la sua comicità fisica è irresistibile, dallo sdegnoso atletismo dell’inizio alle sue corse maniacali in cerca di fuga o di distrazione (la scena del camion ubriaco è un capolavoro di regia e luci). E ci sono anche piccole cose: dal pubblico rapito ho sentito, vicino a me, una specie di sospiro alla sua battuta del mattino: «Ci saranno mattine in cui sarai completamente sconfitto dai tuoi lacci».
Non ho notato avvisi di trigger sul suicidio, anche se forse c’erano – e onore all’Old Vic per non battere su quel tasto – e il modo in cui vengono gestite le sue “resurrezioni” da quella disperazione è fugacemente elegante. Ma nelle sequenze d’incubo che si sviluppano c’è un sentimento davvero serio, e c’è anche una comicità esilarante, per la nostra epoca ossessionata dalla salute mentale, nella sequenza in cui Phil cerca aiuto (reiki, zuppe, isotopi, clisteri… «Non so cosa sto dicendo, ma questo tizio è disperato e paga».). Più divertente ancora, posso dirlo da ex ragazza giovane, la ripetizione stile sliding doors dei suoi tentativi falliti di sedurre Rita.
Ma, come dicevo sette anni fa, anche con tutta quella gloria individuale sono i cittadini – quel grande, guizzante, roteante, cantareccio stufato umano – a ribaltarti il cuore: funzionari, lavoratori, musicanti, festaioli del luna park, vecchiette, buzzurri, poveracci, imbranati. L’ensemble intona grandi inni gioiosi alla primavera, alla speranza e alle marmotte; tutta l’innocente provincialità umana che Phil viene punito dagli dèi saggi del mito per aver disprezzato. Non molti spettacoli mettono insieme una gigantesca marmotta che suona la batteria e una commovente risoluzione a vivere meglio. Magia Minchin.
Groundhog Day è in scena all’Old Vic Theatre fino al 19 agosto.
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