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NOTIZIE

RECENSIONE: Fede, Speranza e Carità, National Theatre ✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce  Faith, Hope and Charity di Alexander Zeldin, ora in scena al Dorfman Theatre del National Theatre.

Celia Noble in Faith, Hope and Charity. Foto: Sarah Lee Faith, Hope And Charity

Dorfman Theatre, National Theatre,

17 settembre 2019

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Lord Cottesloe un tempo dava il suo nome a uno dei tre auditorium della sede del National Theatre sulla South Bank; oggi compare soltanto in una singola sala eventi nella quale, la sera della prima di questo nuovo spettacolo scritto e diretto da Alexander Zeldin, la stampa è stata fatta confluire durante l’intervallo.  Quasi del tutto spoglia, la stanza presenta a un’estremità una grande libreria, sulla quale sono ammucchiati moltissimi copioni e anche libri scritti da drammaturghi.  Tra quelli, quello che ha attirato il mio sguardo è stato il meditato e stimolante ‘As Much As I Dare’ di Arnold Wesker.  L’ho sfilato dallo scaffale e ho deciso di farci il gioco del “sorteggio delle sortes”: lasciarlo aprire a caso in un punto e far cadere gli occhi, senza guida, sulle parole più vicine al fuoco del mio sguardo, traendone un’indicazione spirituale per orientare meglio il mio percorso del momento.  In modo affascinante, ecco ciò che ho letto: parole non di Wesker, ma da lui citate: ‘... state lontani dalla prosa... restate nella poesia...’  Era un consiglio che gli era stato dato quando era un giovane scrittore.  Pur essendo lontanissimo dall’idea di sottoporre l’Onnipotente a “critica superiore”, ho comunque sentito il bisogno di una sorta di polizza assicurativa a sostegno di questa posizione: dopotutto, ciò che avevo letto non erano parole di Wesker, ma parole “trovate”.  Mi serviva qualcosa della sua voce.  Così ho preso un secondo volume, una copia dei suoi ‘Social Plays’, e da lì è scivolata fuori questa riga magica: ‘La verità è la verità - devastante’.

Foto: Sarah Lee

Con questi pensieri che mi risuonavano in testa, sono rientrato in sala per completare la visione della prima di questo lavoro dal titolo così religioso (tratto da 1 Corinzi, 13:13, nella King James Version autorizzata della Sacra Bibbia: ‘Ed ora dimorano fede, speranza, carità, queste tre; ma la più grande di esse è la carità’).  Il titolo è praticamente l’unica cosa mistica dello spettacolo.  Tutto il resto è un grigiore netto, quotidiano, un’iper-realistica banalità, in cui l’illuminazione piena e duramente neutra di Marc Williams ci trascina nello stesso mondo privo di fascino della scenografia super-naturalistica di Natasha Jenkins (che veste il cast con la medesima impietosa ordinarietà).  Tuttavia, tra i blocchi di cemento e i pannelli di compensato, Jenkins inserisce una trinità di finestre da cappella nonconformista neo-neoclassiche, suggerendo (più di quanto faccia mai il testo) un qualche senso perduto di religiosità: quella centrale è leggermente più alta delle altre due.

Nick Holder e Dayo Koleosho. Foto: Sarah Lee

Quanto al resto dello spettacolo, be’, non c’è davvero molto, ed è piuttosto privo di ispirazione poetica.  Una sorta di rilettura di ‘Nei bassifondi’ di Gor’kij – ambientata in un centro diurno per persone senza dimora, espropriate e in difficoltà – è una parente poverissima, carente sotto quasi ogni aspetto.  Non so quanti tra il pubblico abbiano trascorso molto tempo vivendo nelle condizioni rappresentate in scena.  Non saprei dire quanti abbiano sperimentato in prima persona homelessness, povertà, fame, freddo e isolamento, ma per molti anni questi sono stati elementi dominanti della mia vita e della vita di persone con cui sono venuto in contatto.  Quella realtà, però, non è qualcosa che io riconosca nella confezione di Zeldin.  A quanto pare, ha ascoltato le voci delle persone che rappresenta, ha visto la loro società: questo viene ricostruito qui con fatica e, ne sono certo, con sincerità.  Ma senza coraggio e senza anima.  È una sorta di teatro “halal”: un’immagine di vita presa e lentamente dissanguata prima di essere servita al pubblico.  In superficie sembra plausibile; ma osservate con attenzione e presto si tradisce come un imbroglio.

Alan Williams. Foto: Sarah Lee

È un mondo popolato esclusivamente da perdenti.  Avendo conosciuto nella povertà, nella disperazione e ai margini solo energia e vitalità, è stato uno shock dover assistere per due ore e mezza a debolezza, lamenti e rimpianti, scuse, negazione e colpevolizzazione, incorniciati in un modo così consapevolmente dimesso e “verosimile”, tanto è zelante nel tentativo di ingannarvi facendovi credere che sia reale.  Le persone in questa stanza siedono e parlano e parlano e parlano con una singolare mancanza di vividezza e dinamismo, in un modo così estraneo a ciò che ho vissuto, qui a Londra, per tanti anni.  La chiacchiera piatta è quasi interminabile, e racconta sempre di seconda mano eventi che avrebbero potuto diventare un dramma avvincente – se il regista-autore lo avesse permesso.

In apparenza, questo è il regno della ‘Hazel’ di Cecilia Noble, la caposala – senza altro che un “background” abbozzato tardivamente – le cui sante premure tengono in piedi la mensa per i poveri (qui nobilitata) .  La sua, come quella di gran parte del cast, è un’interpretazione paziente e tollerante, che si guarda bene dal richiamare troppo l’attenzione sulle desolanti inadeguatezze del testo, dell’impianto, dello stile, del tono, ecc. della produzione.  Tuttavia, fin dalla prima scena è chiaro che il suo scopo drammaturgico è tutt’altro: essere una delle diverse donne che orbitano attorno a una figura molto più importante, un uomo, l’intruso blandamente zelante e burocratico di Nick Holder, ‘Mason’.  In teoria è lì per gestire un “coro”, e in un certo senso c’è una “trama” che conduce al climax sconvolgente in cui loro eseguono davvero un paio di brani pop (pensate al moooolto migliore ‘The Events’ di David Greig e diluitelo con 10 parti di acqua gelida di fosso).  Ma credo che la sua ragion d’essere drammaturgico-estetica sia tutt’altra.  Fin dall’inizio Hazel non riesce a staccargli gli occhi di dosso; e poco dopo la mamma fallita da manuale, fratturata e allo sbando, ‘Beth’ di Susan Lynch, gli si getta ripetutamente tra le braccia, gli mostra il seno nudo e lo soffoca di baci appassionati.  Che tipo.

Ayomide Mustafa. Foto: Sarah Lee

Nel frattempo, ‘Karl’ di Dayo Koleosho, ‘Anthony’ di Corey Peterson e il ruolo senza nome di ‘Ensemble’ di Nathan Armakwei-Laryea vengono tutti ignorati.  Così anche ‘Marc’ di Bobby Stallwood (che, va detto, ha solo 16 anni).  In termini di politica sessuale, è “interessante” vedere che succede.  Oh, qualcuno ha detto politica?  Sapete, credo che, da qualche parte, dietro tutte le sedie di plastica e i tovagliolini di carta, dovrebbe esserci una qualche discussione “implicita” su, ehm, credo che l’espressione tecnica sia questioni “brucianti e attualissime” del momento.  Ma – ed è un ma enorme – Zeldin fa in modo che non sia mai permesso a nessuno di salire in scena per dar loro una forma fisica: un giornalista, o un consigliere comunale – credo che il programma li chiami “counsellors” – o qualunque incarnazione dell’autorità che potrebbe concepibilmente mettere al tappeto l’unico maschio alfa consentito, ‘Mason’ (con un nome così intriso di rimandi a “muratore”, “membro di un’organizzazione segreta di auto-aiuto”, ecc.).  Mmm....

Il risultato è uno spettacolo pieno di parole ma totalmente privo di dramma.  Questo non ha disturbato il pubblico della prima: la maggior parte ha riso e sghignazzato diligentemente per tutto il talk-show in scena, e poi è balzata in piedi alla fine della “performance” per applaudirla fino al soffitto.  E onestamente non riuscivo a capire perché.  Non lo so.  Forse ho capito tutto male.  Forse loro sanno com’è davvero questo tipo di mondo, e quello che non lo sa sono io.  Accetterò volentieri una smentita.  Nel frattempo abbiamo parti sottoscritte per la ‘Tharwa’ di Hind Swareldahab e per la sua bambina in scena, ‘Tala’ (Kamia Hunte, Ayomide Mustafa o Ashanti Prince-Asafo), oltre ai supernumerari sprecati di Sarah Day, Shelley McDonald e Carrie Rock – tutti satelliti in orbita più distante.  Marcin Rudy contribuisce con un minuscolo accenno di movimento.  E poi c’è il lamento e il continuo scusarsi del ‘Bernard’ di Alan Williams.  Di tutte le cose che ricordo delle persone di questo ambiente, nessuna ha mai sentito il bisogno di dire “scusa” per ciò che era o per ciò che faceva.  E quindi non lo dicevano mai.  Ci sono alcune esplosioni poco preparate e poco sostenute, ma nulla accumula mai lo slancio necessario per arrivare da qualche parte.

Bobby Stallwood. Foto: Sarah Lee

Questo fa sembrare il tutto molto stantio e pre-digerito, con ogni potenziale spinta di energia teatrale soffocata prima ancora di avere la possibilità di svilupparsi.  Dal mio punto di vista – ammetto limitato e forse irrimediabilmente deformato – è davvero deludente.  Queste persone dai bassifondi della società sono quelle che, per mia esperienza, raramente perdono tempo ad andare dritte al punto, eppure qui non sembrano nemmeno iniziare ad afferrarlo.  Chiudo con un ultimo esempio: una volta, mentre mi tagliavo i capelli, un ragazzo del posto irruppe dal barbiere, desideroso di vendere – in fretta, per contanti e senza domande – una costosa macchina fotografica che era appena entrata in suo possesso.  Si avvicinò a me con la sua offerta.  Feci qualche domanda per valutare l’apparecchio.  Lui liquidò con nonchalance ma con educazione le mie domande con: ‘Sono un ladro, non un fotografo’.  Suggerirei che quell’individuo capiva più di dialogo conciso e argutamente cesellato, capace di produrre un impatto drammatico improvviso e indelebile, di quanto il diligente e pedante signor Zeldin potrà mai sapere.  La verità è davvero la verità – ed è devastante.  Ed è esattamente ciò che qui non si ottiene.  Ci sono contributi ben intenzionati da parte del cast e dei creativi, ma nulla può risolvere le carenze di un testo prolisso, statico, senza vita.

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