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RECENSIONE: Europa, Donmar Warehouse ✭
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julianeaves
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Julian Eaves recensisce la pièce di David Greig, Europe, attualmente in scena al Donmar Warehouse di Londra.
Theo Barlem Biggs (Horse) e Billy Howle (Berlin) in Europe. Foto: Marc Brenner Europe
Donmar Warehouse
28 giugno 2019
1 stella
Non so chi abbia pensato che fosse una buona idea riportare in scena questo testo di David Greig di 25 anni fa. Poco tempo fa ci siamo meravigliati della brillantezza del suo dramma, The Events. Chi, dunque, oggi vuole farsi ricordare una scrittura tanto più debole?
In apparenza, è una pièce sulla vita in una stazione ferroviaria di confine, da qualche parte nel continente del titolo, nell’immediato post-Guerra Fredda. In realtà, però, è meno uno spettacolo e più una raccolta di esercizi di scrittura, con ogni scena successiva che ci porta in una diversa “zona d’influenza”: ecco quindi scene “ispirate” al modello di Brecht, John Osborne, Čechov, Pinter e chi più ne ha più ne metta. È possibile che tutto ciò sia del tutto involontario da parte dell’autore, per il quale – fino a questo punto – ho avuto solo la massima stima. Eppure, c’è ben poco che si possa fare per mettere insieme una qualsivoglia coerenza tra ciò che accade o viene detto in una parte della rappresentazione e qualsiasi altra.
Nel tentativo di superare questo problema, la scrittura resta ostinatamente piana, con “personaggi” tratteggiati con leggerezza che si affidano a frasi fatte e a strategie conversazionali di maniera per attraversare pagine e pagine di dialoghi quasi tutti di “racconto”, con pochissimo “mostrare”. Michael Longhurst, nuovo direttore artistico di questo teatro, si ritrova a dover provare a dare coerenza e senso a tutto questo chiacchiericcio superficiale, ma è una salita ripida dall’inizio alla fine. Si percepisce costantemente lo sforzo del team creativo per cercare di dare a questo lavoro una qualche “vita” teatrale, e allo stesso tempo la determinazione del testo a non reagire a nessun trattamento. E non è nemmeno un lavoro breve: c’è un intervallo, e il tutto va avanti per un bel po’.
Faye Marsay (Adele) e Natalia Tena (Katia) in Europe. Foto: Marc Brenner
La scenografa, Chloe Lamford, sembra a sua volta in difficoltà nel capire cosa farne. Così, al piano inferiore abbiamo una sorta di riproduzione “a scatola” del piazzale della stazione – completamente realistica – e sopra, un panorama totalmente diverso, punteggiato da un villaggetto in miniatura, che ricorda non poco la mini-Stonehenge predisposta per i nani in This Is Spinal Tap. Perché? Alcuni camion vengono spinti dentro e fuori, portando un’animazione inattesa e del tutto gradita a questa faccenda statica: magari l’intero concept fosse stato pensato così. Tom Visser firma le luci e dispone di una splendida americana di fari con cui riesce a fare una certa magia: anzi, se guardaste solo questo e non capiste l’inglese, potreste apprezzare lo spettacolo molto di più. C’è anche il suono, di Ian Dickinson per Autograph, ma finisce per rafforzare solo la somiglianza nostalgica della pièce con altri drammi ambientati in stazione del passato: sembra quasi che The Ghost Train di Arthur Ridley sia stato passato in un tritacarne da Samuel Beckett e poi che il risultato sia stato preso a calci, più e più volte, da Sarah Kane. Simon Slater compone una colonna sonora piuttosto “cinematografica”; anche qui, il motivo mi è sfuggito, perché quando fa cantare il cast – in un paio di momenti – lo fanno in una maniera martellante, agit-prop, molto alla Hans Eisler che, naturalmente, non ha nulla a che vedere con ciò che segue.
La compagnia di Europe al Donmar Warehouse. Foto: Marc Brenner
Ora, a difesa della pièce, devo dire che ad alcune persone piace davvero. Forse per il lavoro gradevole degli attori? Mi sto aggrappando agli specchi. Billy Howle, che noi tutti (inermi consumatori di cofanetti TV) conosciamo e apprezziamo come la vittima d’ictus a forza di coca in MotherFatherSon, mi ricorda ancora una volta quanto fosse buono quel copione televisivo rispetto a ciò che qui gli viene chiesto di dire. Lo chiamano “Berlin”, che potrebbe essere – o no – una variazione sul “Paris” della famiglia Hilton. Ron Cook ci offre un capostazione dal nome settecentesco, Fret, che sembra e suona come se fosse più a suo agio in una versione per bambini in carne e ossa di Camberwick Green. La sua assistente, “Adele” di Faye Marsay, abita un universo diverso, alla Caryl Churchill. È sposata con Berlin, ma poi se la svigna e scappa con la Katia di Natalia Tena. (Spoiler? Sinceramente, se non lo vedete arrivare almeno un’ora prima che accada, dovete uscire un po’ di più.)
Vorrei però spendere una parola in difesa di Natalia Tena: lei – da sola – tra tutti gli attori in scena riesce a trovare un modo per evitare le numerose trappole stilistiche e strutturali di questo copione. Solo lei è sembrata credibile fin dall’inizio e per tutta la parte, anche se il suo ruolo – come tutti gli altri – finisce per rendere fin troppo chiaro che non ha davvero da nessuna parte dove andare. Non è colpa sua. Gli altri attori prendono decisioni, in un modo o nell’altro, su cosa fare con ciò che viene loro dato, e tutti prima o poi affondano nel fondo della fossa senza sostanza che è questa pièce. Kevork Malikyan nel ruolo di Sava (che, come tutti sappiamo, è il nome del fiume che attraversa Lubiana, capitale dell’ex Repubblica jugoslava di Slovenia) emana una certa gravitas, ma le parole semplicistiche che è costretto a pronunciare continuano a minarne l’autorevolezza. Il trio di amici che tormenta la vita di Berlin non se la cava meglio: Horse di Theo Barklem-Biggs (perché si chiama così?… resta da chiederselo), Billy di Stephen Wright e Morocco di Shane Zaza. Per cominciare, da dove saltano fuori questi nomi?… e dove dovrebbero portarci?… come la stazione chiusa, sembrano inutili e senza direzione.
Kevork Malikyan (Sava) e Ron Cook (Fret) in Europe. Foto: Marc Brenner
Ho però un certo interesse personale da dichiarare. Nel periodo in questione, tra il 1988 e il 1993, ho vissuto e lavorato nella città di Berlino. Lì ho assistito in prima persona ai sommovimenti legati al crollo del Comecon, del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica: Berlino è diventata rapidamente il nodo attorno a cui tutte queste trasformazioni sembravano ruotare – l’ho capito dal primo giorno in cui ho guardato fuori dalla finestra e ho visto, parcheggiata dall’altra parte della strada, una Mercedes-Benz con targa in cirillico. I miei amici e conoscenti provenivano da ogni angolo del mondo comunista in disfacimento, da Laibach a ovest a Vladivostok a est e – ve lo assicuro – ognuno di loro aveva più cose da dire di quanto non faccia, messo insieme, l’intero coro di portavoce di questa sfortunata pièce.
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