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RECENSIONE: Non Guardare Altrove, Pleasance Theatre ✭✭✭✭
Pubblicato su
17 maggio 2019
Di
markreed
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Mark Reed recensisce la produzione di NOVAE Theatre del testo di Grace Chapman Don't Look Away, attualmente in scena al Pleasance Theatre di Londra.
Foto: Ryan Cowan Don't Look Away
Pleasance Theatre, Londra
4 stelle
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In un Paese dalle opinioni profondamente divise sull’immigrazione, con una copertura mediatica spesso incendiaria che alimenta paura e diffidenza, Don’t Look Away, una nuova produzione di bruciante attualità, punta a sviscerare queste posizioni e la nostra risposta collettiva alla crisi internazionale dei rifugiati.
La pièce si apre nel 2015, in un centro comunitario di quartiere. Cath, una donna delle pulizie, sta finendo il turno quando un giovane siriano di nome Adnan entra nel suo luogo di lavoro, coperto di farina e in disperato bisogno d’aiuto. Cath accetta con riluttanza di farlo restare: una decisione che le cambierà la vita per sempre. È questo il cuore del coinvolgente dramma firmato da Grace Chapman e prodotto da NOVAE Theatre, che si sviluppa in 90 minuti al Pleasance Theatre di Islington.
La regia sceglie una scena essenziale: un modulo cucina con pensili, un tavolino e due sedie. Sul fondo, una cornice in legno con teli di garza suggerisce l’infisso di una finestra tardo-moderna. È usata con parsimonia ma con grande efficacia: quando viene retroilluminata, lascia emergere le sagome degli attori mentre scrutano il pubblico attraverso la garza.
Foto: Ryan Cowan
Al centro della produzione c’è la performance straordinaria e lacerante di Julia Barrie nei panni di Cath. All’inizio potremmo considerarla ingenua per aver accolto Adnan nella sua vita con tanta rapidità. Eppure l’interpretazione di Barrie è così sfumata che finiamo per credere a ogni sua scelta. Segue con finezza l’evoluzione del personaggio, mostrandoci una donna sola, affamata di un legame con il figlio, che percorre con tenacia tutte le vie legali disponibili per aiutare Adnan a restare nel Regno Unito. Ma più la situazione di Adnan si fa disperata, più le acque si intorbidiscono e diventa difficile capire quale sia la strada giusta. La prova di Barrie, davvero eccezionale, ci tiene avvinti dall’inizio alla fine.
Ottime anche le interpretazioni di supporto di Robert Hannouch e Brian Fletcher. Hannouch dà ad Adnan una delicatezza toccante, restituendoci un ragazzo entusiasta e pieno di fascino, determinato a costruirsi una nuova vita qui e a ricongiungersi con la sorellina. Fletcher è convincente nei panni del giovane figlio di Cath, ferito dalla dedizione della madre alla causa di Adnan perché, in modo egoista (ma del tutto comprensibile), si aspetta di essere lui il centro del suo mondo.
La tensione cresce davvero quando Jamie torna a casa. Il racconto conduce a un finale mozzafiato, in cui Cath viene spinta al limite e costretta a prendere una decisione irrevocabile.
L’azione è intervallata da sequenze di movimento, un piacevole contrappunto alle scene guidate dal dialogo, anche se tendono a durare un po’ troppo e a risultare talvolta macchinose. La produzione presenta inoltre uno o due momenti didascalici, in cui i personaggi diventano portavoce delle questioni centrali del testo invece di lasciare che i temi emergano in modo più organico. Dettagli minori, comunque, all’interno di uno spettacolo complessivamente superbo.
Uscendo dal teatro, mi sono chiesto cosa farei se mi trovassi nella situazione di Cath. Cosa sceglierei, se dovessi decidere tra ciò che è giusto e ciò che è facile? Credo sia questo il segno di un grande testo: quello che ci porta a mettere in discussione ciò che pensiamo di sapere su noi stessi e sul mondo che ci circonda.
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