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RECENSIONE: La Morte dell'Inghilterra, National Theatre ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
7 febbraio 2020
Di
pauldavies
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Paul T Davies recensisce Death Of England, una nuova pièce di Roy Williams e Clint Dyer con Rafe Spall al National Theatre.
Rafe Spall in Death Of England. Foto: Helen Murray Death of England.
National Theatre
6 febbraio 2020
5 stelle
La croce di San Giorgio, come tutte le bandiere, è un’immagine evocativa, cucita insieme a sentimenti complessi di patriottismo, storia, nazionalismo e, talvolta, vergogna. La superba scenografia di Sadeysa Greenaway-Bailey e ULTZ riproduce la forma della croce di San Giorgio, offrendo una passerella bassa, libera ed energica su cui Michael può raccontare la sua storia, sfruttando ogni angolo del palcoscenico del Dorfman, mentre oggetti di scena significativi, carichi di un’importanza totemica, vengono svelati nei momenti chiave. La morte di suo padre ha devastato Michael, ma come fare i conti con il fatto che tuo padre era razzista, e che nessuno dei due genitori ti ha davvero accompagnato nell’età adulta, che ti fanno chiaramente capire di considerarti un fallimento?
Questa straordinaria nuova pièce di Roy Williams e Clint Dyer (che firma anche la regia con una passione concreta, “di strada”), esplora il rapporto complicato tra padri e figli, tra uomini e Paese, tra uomini e mascolinità. Michael è un vero “geezer” cockney, un ragazzo bianco dell’East End, cresciuto con valori di base che alla fine lo paralizzano — in particolare l’idea che gli uomini veri non piangono. Lo incontriamo per la prima volta in una sequenza rapida in stile tabloid: tira coca, scherza, beve, poi piange di nascosto alla vigilia del funerale del padre. Ma a poco a poco conosciamo l’uomo che c’è sotto, mentre lui stesso scopre un lato del padre tenuto nascosto alla famiglia. Distribuisce biscotti e banane, scherza con il pubblico e affronta il razzismo di suo padre.
Rafe Spall. Foto: Helen Murray
Quella di Rafe Spall è un’interpretazione di grande potenza: ipnotica e avvincente dall’inizio alla fine. È un uomo a pezzi che cerca disperatamente di rimettersi insieme, sempre in cerca dell’approvazione del padre, senza mai ottenerla; eppure continua a difendere un’immagine ideale di lui, tentando di giustificarne il razzismo ricordando che suo padre sosteneva sempre che per certe cose c’è un momento e un posto. Solo che il referendum sull’UE dà al suo razzismo una voce più forte, e Spall è eccellente nel dare vita a tutti i personaggi della vita di Michael. La sua amicizia con Del Roy, un ragazzo nero che conosce dai tempi della scuola, gli fornisce la spinta per esplorare l’ipocrisia del padre, e il copione riesce a usare il rapporto padre-figlio per raccontare anche il nostro rapporto con il Paese.
Mentre Michael ci conduce in un viaggio turbolento fino alla morte del padre, con l’Inghilterra che perde la semifinale dei Mondiali, si dispiega il ritratto di un intero Paese; e se non bastasse, arriva il discorso ubriaco di Michael al funerale: un momento teatrale tra i più memorabili dell’anno! Poi viene avvicinato da un sorprendente amico del padre e scopre che anche suo padre aveva un tempo e un posto in cui essere il suo ‘vero’ io. Gli autori sembrano sul punto di portarci verso una conclusione troppo compatta e rassicurante, ma poi, con astuzia, la fanno a pezzi per riportare il razzismo al centro della pièce.
Con un superbo paesaggio sonoro di Pete Malkin e Benjamin Grant, e un disegno luci che procede con lo stesso piglio di Michael, è un racconto urgente per 100 minuti avvincenti: viscerale, ruvido, emotivo, divertente, complesso, spezzato e bellissimo, proprio come l’Inghilterra.
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