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RECENSIONE: Tre Sorelle, National Theatre di Londra ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Tre sorelle di Anton Čechov, ora in scena al Lyttelton Theatre del National Theatre di Londra.

Sarah Niles, Rachael Ofori e Natalie Simpson in Tre sorelle. Foto: The Other Richard Tre sorelle

National Theatre (Lyttelton),

5 stelle

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È una di quelle produzioni splendide in cui energie diverse si allineano tutte insieme, creando un’esperienza davvero speciale a teatro.  Qui, il perenne caposaldo di Anton Čechov sul destino dei fratelli trova un graditissimo restyling in chiave africana: l’azione viene spostata nella Nigeria post-indipendenza e attraversata dal trauma della guerra del Biafra (Biafra era il nome dato a una parte del Paese che si separò dal resto della federazione, prima di essere trascinata con violenza sanguinosa dentro l’orbita dominata da Lagos).  Guardando questi eventi attraverso il filtro di Il crollo di Chinua Achebe, un romanzo sul conflitto che di recente è stato portato sullo schermo, il drammaturgo nigeriano Inua Ellams rintraccia una miriade di parallelismi tra gli oziosi borghesi di provincia, ormai in declino, immaginati da Čechov e i suoi ribelli africani, confortevoli ma imprudenti.  Tuttavia, per quanto ciò che vediamo qui ricordi l’intreccio del dramma russo, il fatto che la lacerazione nazionale spacchi in due il loro mondo conferisce a questi personaggi una grandiosità epica assente nell’originale.  Anzi, spesso ci troviamo in un universo più vicino a Via col vento che a Zio Vanja o a qualsiasi Giardino dei ciliegi.

Anni Domingo e Sarah Niles. Foto: The Other Richard

In effetti, questo vale anche per la scelta, vivace e solare, di Ellams di schiarire il tono soprattutto nella prima parte, che diventa quasi spensieratamente leggera, ricordando una soap televisiva piena di brio (tipo Brothers and Sisters?), o l’aristocrazia meridionale viziata di Margaret Mitchell prima che la sua civiltà venga spazzata via.  Il tutto è ulteriormente amplificato dalla visione a cui la regista Nadia Fall dà forma con vigore e dinamismo: chi ricorda il suo magistrale Dara in questo stesso teatro apprezzerà la sua capacità – qui ancora più incisiva – di unire un grande respiro narrativo a un’analisi minuziosa dei rapporti di potere di genere e, soprattutto, degli effetti del matrimonio su uomini e donne.  Fall sposta l’attenzione con costanza e sicurezza tra il domestico e il sovrano, offrendoci un’interpretazione filosofica della storia fondata su affari interpersonali complessi e sottili.

Ken Nwosu e Natalie Simpson. Foto: The Other Richard

E in nessun punto questo emerge con maggiore intensità che nelle interpretazioni dei personaggi centrali.  Sarah Niles è forte, determinata, compassionevole e gentile nei panni della figlia maggiore, Lolo, che resta senza legami – se non con i bambini a cui insegna nella sua scuola – ed è forse la figura che più si avvicina a una “voce autoriale”; la sorella minore loquace, Udo, è interpretata dalla più intensa e determinata Rachael Ofori; e infine Natalie Simpson è la taciturna ma appassionata Nne Chukwu.  Ma, se sono loro tre a dominare la parola, l’arco più elettrizzante, quello davvero teatrale, è affidato ad Abosede di Ronke Adekoluejo: la sua abilissima capacità di sfruttare con astuzia ogni situazione le permette di elevarsi inesorabilmente fino a una posizione di potere e autorità assoluti sulla famiglia.  Fondamentale per il suo successo è la comprensione di come utilizzare gli uomini che la circondano per ottenere ciò che desidera: Dimgba di Tobi Bamtefa, fratello idealista ma inconcludente, che spinge la famiglia verso la disgregazione, viene facilmente aggirato da lei, prima che Abosede punti a un premio più grande, il Benedict Uzoma mai visto ma sempre presente sullo sfondo, che li rileva economicamente ed è chiaramente il suo prossimo obiettivo.

Il cast di Tre sorelle. Foto: The Other Richard

Intrecciato a questo scenario semplice eppure carico di tensione c’è un lungo discorso, a tratti decisamente “shaviano”, sulla natura dello Stato, la politica, il denaro e – sempre – il colonialismo.  Come in Death and the King’s Horseman visto in questo teatro qualche anno fa, l’ombra britannica incombe sulla Nigeria con intenzioni predatorie.  Alla fine, qui – come rende perfettamente chiaro Sule Rimi nei panni di Oyinyechukwu, nell’amaro e furibondo epilogo del dramma – chi governa il Paese ormai “pacificato” insiste nel perpetuare un sistema educativo anglocentrico, in cui – per esempio – ai bambini nigeriani si deve insegnare che l’esploratore britannico di inizio Ottocento Mungo Park “scoprì” la sorgente del fiume Niger.  Questa visione viene imposta a Lolo, ora promossa a preside della scuola locale, per sottolineare la sua fragilità di fronte al controllo vittorioso dello Stato; e il dolore che ne deriva trasforma la sua tragedia – la tragedia di questa famiglia – nella tragedia dell’Africa stessa.  Non sorprende che il pubblico si sia alzato all’unisono alla fine dello spettacolo, per riconoscere la forza del messaggio e per accogliere il modo squisitamente bello e memorabile con cui è stato espresso.

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