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RECENSIONE: The Little Big Things, @SohoPlace ✭✭✭✭✭
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timhochstrasser
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Tim Hochastrasser recensisce il nuovo musical britannico The Little Big Things, ora in scena al @SohoPlace.
Foto: Pamela Raith The Little Big Things
@sohoplace
5 stelle
Questo nuovo musical britannico arriva con grandi aspettative, che vengono trionfalmente soddisfatte. Alla prima per la stampa ha ricevuto una delle ovazioni più grandi che io abbia sentito in teatro da anni, e se l’è meritata tutta. Perché un musical funzioni a questo livello, proprio come nell’opera, molte parti in movimento devono sincronizzarsi alla perfezione. Qui abbiamo un copione superbo, musiche ben costruite, testi brillanti, valori di produzione splendidi e tutte le ricche risorse tecniche di @sohoplace – non da ultimo spazi e strutture dietro le quinte completamente adattati per consentire agli interpreti disabili di esibirsi da pari, elemento centrale della produzione stessa.
Foto: Pamela Raith
La fonte dello spettacolo è il memoir e le esperienze di vita di Henry Fraser, che a soli 17 anni rimase paralizzato dalle spalle in giù in seguito a un incidente di tuffo in Portogallo. Un promettente futuro nel rugby gli venne strappato via e dovette ricostruire la propria vita da zero con l’aiuto dei suoi genitori devoti, dei fratelli e dell’équipe medica. Alla fine, riuscì a reimparare a dipingere usando un pennello speciale tenuto in bocca e a diventare anche un autore best-seller.
Foto: Pamela Raith
Come dice lo stesso protagonista all’inizio, a prima vista non sembra proprio materiale promettente per un musical. Ma la produzione sfida le aspettative su due fronti. Primo, dimostra il proprio messaggio mettendo in risalto in modo straordinario le capacità degli attori disabili; secondo, evita i cliché più ovvi di quello che uno dei creativi definisce ‘inspiration porn’. Non è affatto la storia di come ‘una persona disabile e coraggiosa faccia sentire meglio le persone non disabili riguardo al mondo’. L’ottimo copione di Joe White è spesso duro con tutti: sì, il coraggio viene celebrato, ma c’è spazio anche per i momenti di cupa disperazione e risultano evidenti le tensioni sui familiari. Soprattutto, vengono bandite sia la pietà compiaciuta sia il grigiore in favore di grandi esplosioni di umorismo e divertimento che coinvolgono tutto il cast, e spesso di un umorismo medico piuttosto nero nello stile di Adam Kay.
Foto: Pamela Raith
Fondamentale è la scelta di affidare il protagonista a due interpreti, che ci permettono di vedere Henry prima e dopo l’incidente e consentono un dialogo interiore e un commento cruciali, necessari perché Henry possa lasciar andare la persona che era una volta. Tra Jonny Amies ed Ed Larkin c’è un’intesa meravigliosamente naturale e alcuni dei momenti più mozzafiato dello spettacolo nascono dal loro reciproco “dire la verità”, incarnato anche in notevoli effetti speciali, persino aerei.
Foto: Pamela Raith
Non ci sono punti deboli in un cast affiatato che chiaramente si è buttato in questo spettacolo con corpo e anima. È ingrato citare solo alcuni, ma qualsiasi recensione deve segnalare i magnifici contributi di Linzi Hateley, Malinda Parris e Amy Trigg in tre ruoli chiave. Nei panni della madre di Henry, Fran, Hateley sprigiona una determinazione da ‘mamma tigre’ che non molla mai. Regge il peso emotivo di molte delle prime scene ed è il suo quasi crollo nelle fasi finali a rivelare pienamente il prezzo pagato dalla famiglia. Parris interpreta la chirurga Dr Graham, schietta e pragmatica, e mostra una rara potenza vocale in una serie di numeri incalzanti – ‘Work of Heart’ e ‘Uma Vida’ – che offrono un contrasto emotivo alla malinconia del dramma principale. Amy Trigg è un turbine di tempi comici ed energia in sedia a rotelle: la sua fisioterapista, ancorata a un “amore duro”, regala alcuni dei momenti più teneri e genuinamente esilaranti della serata.
Foto: Pamela Raith
Non tutta la musica è memorabile, certo, ma ogni numero fa avanzare l’azione o aggiunge profondità ai personaggi o agli eventi significativi. Il compositore Nick Butcher e il paroliere Tim Ling propongono nove brani per ciascun atto e i migliori sono quelli che partono dal realismo e poi si sviluppano in una fantasia elaborata, oppure quelli che scavano a fondo nelle emozioni del personaggio in primo piano. Il ventaglio dei generi attraversati è ampio e il regista Luke Sheppard e il suo team abbinano con giudizio alcuni effetti speciali di grande impatto, tenendo astutamente qualcosa in serbo fino alle scene finali.
Foto: Pamela Raith
L’importanza dell’arte e degli effetti pittorici nella vita e nella riabilitazione di Henry fa sì che – giustamente – l’aspetto visivo di questo spettacolo sia assolutamente centrale per il suo successo. Il palco in sé è relativamente spoglio, con spazio perché gli arredi per gli ambienti domestici e ospedalieri possano essere spostati e un rettangolo centrale che si solleva diventando una piattaforma separata. Su questa superficie piana, però, vengono proiettati una serie di video di Luke Halls che offrono momenti di colore super saturo per adattarsi a un certo stato d’animo o a un’energia della narrazione. È come se veniste improvvisamente portati dentro la cornice di una tela di Rothko o Hodgkin, percependo in modo intenso la passione e la forza del puro colore attraverso gli occhi di Henry. Questi tableaux vi preparano a un momento magico in cui tutti i dipinti di Henry scendono dall’alto, a simboleggiare la sua rinascita.
Spero che un elemento renda l’idea di quanto attentamente ogni aspetto di questa produzione sia stato intrecciato con il percorso psicologico del memoir; così che, alla fine, possiate davvero capire come Henry sia arrivato a dare valore alla sua nuova vita indipendentemente da ciò che ha dovuto lasciare alle spalle, e come reimparare ad apprezzare le ‘piccole cose’ della vita attraverso lo sguardo di un artista si riveli la lezione più grande di tutte.
Restando fedele allo spirito di un libro e di una vita straordinari e senza imboccare le strade emotive più scontate, questo musical riesce a essere un’esperienza gioiosa e un commento stimolante e incoraggiante su ciò che la disabilità può rendere possibile tanto quanto su ciò che può togliere.
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