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RECENSIONE: In Piedi sul Confine del Cielo, National Theatre ✭✭✭✭✭
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pauldavies
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Paul T Davies recensisce Standing At The Sky's Edge, un nuovo musical di Chris Bush e Richard Hawley ora in scena al National Theatre di Londra.
Rachel Wooding (Rose) e Robert Lonsdale (Harry). Foto: Johan Persson Standing At the Sky’s Edge.
National Theatre.
13 febbraio 2023
5 stelle
Park Hill Estate, Sheffield. Un appartamento in un complesso di grattacieli, tre decenni e la storia della Gran Bretagna e della sua classe lavoratrice dagli anni Sessanta a oggi. Nel 1960 Harry e Rose si trasferiscono dopo gli sgomberi dei bassifondi, pieni di speranza e, come Harry sottolineerà più tardi, di gratitudine. Non sorprende che il loro cognome sia Stanhope. Nel 1989 Joy e sua zia e suo zio si trasferiscono, profughi, e vengono avvertiti di tenere sempre la porta chiusa a chiave, per via dei “cattivi”. Il complesso, come tanti in Gran Bretagna, cadde in degrado quando il thatcherismo spazzò via l’industria e portò con sé la disperazione economica. Ma gli edifici sono vincolati (Grade II) e non possono essere demoliti e, nel 2015, Poppy entra in un “duplex su due livelli”, con una consegna Ocado in arrivo e la voglia di ricominciare, fuggendo da un cuore spezzato. Il testo di Chris Bush e la musica e i testi di Richard Hawley lavorano in perfetta sinergia per raccontare questa storia commovente e ispiratrice. L’architettura sarà anche brutalista, ma la sua struttura è fatta di amore, famiglia e sopravvivenza.
La compagnia. Foto: Johan Persson
È una compagnia senza punti deboli: la band è superba, il musical sta in piedi forte e fiero, e ogni personaggio è centrale alla storia. Nei panni di Rose, Rachael Wooding è straordinaria, mentre cerca di sostenere il marito Harry (Robert Lonsdale traccia con grande precisione la sua parabola: dal più giovane caposquadra che la città abbia mai visto alla disoccupazione di lungo corso negli anni ’80/’90), e l’interpretazione di Wooding di After The Rain, forse la canzone più bella di Hawley, vi spezzerà il cuore. Il loro figlio Jimmy incontra Joy (la splendida Faith Omole) nel 1989, e la loro figlia Connie (Bobbie Little, un’eccellente narratrice e commentatrice) è l’agente immobiliare che vende l’appartamento a Poppy, con il cuore frantumato dalla sua amante, Nikki, che ricompare cercando una riconciliazione. Qui Maimuna Memon conferma l’enorme talento già mostrato in Manic Street Creature, e Alex Young, nei panni di Poppy, si gode un umorismo pungente e tagliente. Tutte le donne non solo si affacciano sull’orlo del cielo: lo sorreggono. Il climax del primo atto vi martella i sensi mentre il complesso crolla nella rovina; There’s A Storm A’Comin’ porta il musical da speciale a straordinario.
La compagnia. Foto: Johan Persson
Se il primo atto parla di entrare in casa e di speranza per il futuro, il secondo parla di andare avanti, perdita e sopravvivenza, e colpisce dritto allo stomaco. Ci sono tre elezioni, in particolare le politiche del 1979 che portarono Thatcher al potere, e il referendum sulla Brexit, ma lo spettacolo fa bene a tenere il politico sul piano del personale. Siamo così coinvolti nei personaggi che vediamo con chiarezza come le decisioni prese ai piani alti influenzino la vita di chi deve convivere con le conseguenze. “I love you, will you marry me?” era una scritta sui muri che è stata rimossa, poi sostituita con una versione al neon, e campeggia sul superbo impianto scenico di Ben Stones, mentre la regia di Robert Hastie è impeccabile. Quando la compagnia torna al numero d’apertura, As The Dawn Breaks, che in chiusura assume una qualità quasi da inno, il cuore si riempie: è un’esperienza totalmente commovente e coinvolgente. Gridatelo dalla cima del più alto tower block: questo è il musical da vedere adesso.
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