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RECENSIONE: On Your Feet, London Coliseum ✭✭✭
Pubblicato su
2 luglio 2019
Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce On Your Feet, la storia di Gloria ed Emilio Estefan, ora in scena al London Coliseum nell’ambito di una tournée nel Regno Unito.
On Your Feet
London Coliseum
26 giugno 2019
3 stelle
Calendario della tournée nel Regno Unito
Dovrebbe essere uno spettacolo divertente, zeppo della splendida musica di Gloria Estefan – la star latino-pop degli anni ’80, con una voce che ricorda una Madonna più intonata mescolata a Karen Carpenter, e con un talento formidabile nello scrivere canzoni di successo. Si presenta come “un nuovo musical”, ma in realtà la sua forma è poco più di un’intervista da talk show messa in scena, sul modello di “e poi ho scritto…”. Il copione di Alexander Dinelaris ci chiede di interessarci a come Gloria sia diventata la frontwoman (e moglie) della band di Emilio Estefan, i Miami Sound Machine, e a come la loro tenacia, fiducia in sé stessi e passione abbiano permesso loro di “sfondare” oltre il mercato latino-pop fino a entrare nel consumo musicale globale mainstream. Ma, a essere del tutto sinceri, anche se il regista Jerry Mitchell e il coreografo di origini latinoamericane Sergio Trujillo ci buttano dentro tutto quello che hanno, lo spettacolo raramente va oltre la lezione: nonostante – o forse proprio per via – del coinvolgimento strettissimo, in ogni fase, delle menti guida degli Estefan, le personalità dominanti al centro di questo percorso straordinario restano sfuggenti, per quanto anche i fan più accaniti possano volerci tenere. Alla fine, lo spettacolo sembra distante e poco coinvolgente.
Perché? A Broadway il progetto ha funzionato più che dignitosamente, ma il successo da una parte dell’Atlantico non necessariamente regge la traversata. Tuttavia credo che la spiegazione della mancanza di magia sia più semplice. Anche con le debolezze del testo, se questo spettacolo fosse presentato in un teatro grande una frazione del Coli, avrebbe probabilmente più possibilità di entrare in contatto con il pubblico. Dopotutto la musica è fantastica (direzione musicale di Clay Ostwald, alla guida di una band in scena di 10 elementi, inclusi alcuni membri originali del gruppo di Estefan), la coreografia è frizzante e la regia di Mitchell è limpida come il suono di una campana, un modello di fluidità. Pensate, per esempio, a Sunny Afternoon, un altro titolo con una “trama” sottilissima e solo una sfilza di hit a tenerlo insieme: se fosse stato prodotto nel vuoto cavernoso del Coliseum, con oltre 2.200 posti, sarebbe morto. Così, di colpo. Ma, presentato all’Hampstead Theatre e poi all’Harold Pinter (che ha circa 800 posti), è rimasto per due anni nel West End e da allora ha girato con successo, capitalizzando su un legame forte e vivido con il pubblico.
Ed è proprio questo il tipo di futuro che si potrebbe facilmente immaginare per questo spettacolo. Con qualche riscrittura oculata, magari per mettere più in risalto l’elemento della lotta, eliminando alcune digressioni biografiche meno pertinenti e riducendo coro e band all’osso, potrebbe davvero trasformarsi in un intrattenimento di grande successo anche qui. È stata una valutazione sbagliata metterlo al Coli. Sebbene quell’errore possa ben accorciarne la tenuta prevista (alla prima stampa l’intero balcone – 500 posti – era chiuso, e l’Upper Circle era decisamente arioso, con molti posti vuoti tra cui scegliere, e questo con una certa dose di “papering” in corso: uno spettacolo grande, costoso e commerciale in questo spazio non può sopravvivere con numeri del genere), non deve per forza significare la fine definitiva dello spettacolo.
Spero proprio di no. Nel ruolo femminile principale c’è un’interpretazione di grande magnetismo personale e tenerezza, energia e sensibilità, offerta dall’entusiasmante Christie Prades: è Gloria in tutto e per tutto, mentre canta e danza con energia esplosiva nei numeri più tirati; ma sono le deliziose ballad – alcune tra le più belle del canone pop, “Anything For You”, “When Someone Comes Into Your Life” – a far risplendere davvero il talento straordinario di questa superba autrice. Il copione trasforma un altro grande assolo del repertorio Estefan, “Here We Are”, in un duetto, con risultati meno felici. Il partner di Prades, George Ioannides, ha un affascinante aspetto mediterraneo scuro, ma è un giovane attore con relativamente poca esperienza di palcoscenico e risulta piuttosto rigido e a disagio: si avverte poco il senso di un grande amore tra i due, e si intuisce appena la sua notevole capacità di business – sembra non aver ancora acquisito l’abilità di proiettare una caratterizzazione dentro l’immenso spazio di una sala come questa.
Molto più solida è la splendida prova di Madalena Alberta nei panni della madre di Gloria, Señora Fajardo: anzi, la forza stessa della sua presenza in scena ci ricorda con potenza quell’altro musical che mette al centro un rapporto madre-figlia teso e complesso, Gypsy. Ma, in fondo, il suo ruolo, pur più breve, è scritto in modo molto più ampio e libero, permettendo all’attrice di creare non solo luce ma anche molte ombre nella sua figura. Ancora meglio è il gioiellino di parte della nonna, Consuelo, in cui Karen Mann si porta via ogni scena in cui compare e – cosa cruciale – ravviva l’andamento con un umorismo di cui c’è un gran bisogno. Quando lei non è in palcoscenico, il testo tende a diventare piuttosto solenne e persino un po’ impettito.
Tra gli altri interpreti in evidenza, Elia Lo Tauro nei panni del padre di Gloria, Jose, ha il compito quasi impossibile di costruire una prova coerente a partire da una manciata di scene del tutto scollegate e difficili da rendere empatiche, missione resa ancora più ardua quando il suo personaggio perde la parola. Tuttavia, all’ultimo momento, gli viene concesso di cantare uno dei brani migliori dello spettacolo e dimostra di avere una voce all’altezza dello scopo e dello spazio, anche se anche lui si scontra con il problema spinoso di come “cantare” pop in un teatro grande. Non è affatto facile. La musica pop non è pensata per essere cantata in queste condizioni e presenta all’interprete una miriade di difficoltà che l’amplificazione elettronica risolve solo in parte. Carl Patrick se la cava bene sul piano tecnico nei suoi due ruoli, scritti in modo essenziale, di Phil e del dottor Neuwirth. Il resto dello spettacolo è ben riempito da un ensemble indaffaratissimo di 18 elementi, che interpreta di tutto: dalle lavandaie cubane ai GI statunitensi in Vietnam. Per quanto tutto ciò che fanno, cantano o danzano, sia eseguito in modo ammirevole, con tutta la loro frenesia o la loro posa controllata, purtroppo nulla ci avvicina davvero al cuore di ciò di cui questo spettacolo parla. E ci sono anche due bambini – una bambina e un bambino – scelti da gruppi di tre per comparire qua e là, aggiungendo al pacchetto una certa tenerezza intermittente.
Sì, la messinscena è curata, con proiezioni intrecciate con intelligenza (di Darrel Maloney) sul set funzionale e duttile di David Rockwell (con la grande orchestra da ballo spinta avanti e indietro dal fondo del palcoscenico su un imponente carrello), e il tutto è illuminato con frenetica importanza e giudizio affilatissimo da Kenneth Posner, che si sforza con tutte le sue forze di colmare quell’enorme distanza tra il palco e il pubblico. Così come, va detto, fa anche il design sonoro roboante di SCK Sound Design e Andrew Keister. Ma tutto questo è vano. Più lo spettacolo si sforza di raggiungerci, meno siamo convinti che abbia davvero qualcosa da dire. Forse, se per un attimo togliesse il piede dall’acceleratore e lasciasse che la musica parlasse di più da sola, ci piacerebbe molto di più. Così com’è, credo che abbia una bella battaglia davanti per trovare il suo pubblico.
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