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RECENSIONE: HMS Pinafore, Opera Holland Park ✭✭✭✭✭
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timhochstrasser
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Tim Hochstrasser recensisce l’HMS Pinafore di Gilbert e Sullivan all’Opera Holland Park.
Cast e coro di HMS Pinafore all’Opera Holland Park. Foto: Ali Wright HMS Pinafore
Opera Holland Park
11 agosto 2022
5 stelle
Per il secondo anno consecutivo, le serate estive all’Opera Holland Park si chiudono con gioia grazie a una coproduzione con Charles Court Opera, che offre un bonne bouche di G&S. L’anno scorso era Pirates, e quest’anno Pinafore. È più o meno la stessa squadra, con un analogo eccellente equilibrio tra rispetto per i punti di forza tradizionali dell’originale e la voglia di aggiornare e reinventare le ambientazioni. John Savournin dà slancio all’insieme come regista e come Capitano Corcoran; David Eaton mantiene dal golfo mistico un passo al tempo stesso incisivo e scorrevole; e Richard Burkhard è il maestro del patter, stavolta limitandosi a trasferire le pomposità dall’esercito alla marina.
John Savourin nei panni del Capitano Corcoran, Richard Burkhard come Sir Joseph Porter KCB e Llio Evans nel ruolo di Josephine in HMS Pinafore all’Opera Holland Park. Foto: Ali Wright Nonostante la sua reputazione di satirico spietato, W.S. Gilbert non aveva mano libera per criticare l’Inghilterra vittoriana. Parte del senso del mondo “sottosopra” che coltivava era proprio tenere il pubblico nel dubbio su quanto fossero serie le sue stoccate. C’è sempre un nuovo livello di ambiguità da introdurre, sia nel messaggio sia nella stratificazione dei personaggi. E in HMS Pinafore, dove il bersaglio è il sistema classista inglese e le conseguenze crudeli degli accidenti di nascita, non ci sono eroi o cattivi in senso assoluto. Anzi: Dick Deadeye, il presunto villain, è in realtà l’unico a dire con coerenza verità scomode. Il Capitano Corcoran può sembrare un capitano modello all’inizio, ma alla fine si rivela tutt’altro, e nel frattempo è anche un convenzionale arrampicatore sociale. E, cosa ancor più lampante, Sir Joseph Porter, Primo Lord dell’Ammiragliato, può essere progressista per certi versi, ma per altri è un liberale profondamente paternalista, pronto a rifugiarsi nel privilegio di classe non appena incontra resistenze da parte della classe lavoratrice. Sul finale, non è chiaro se “patriottismo” e altri valori sociali del tempo siano oggetto di lode o di scherno — o di entrambi — una prospettiva sfocata ulteriormente valorizzata dalle partiture di Sullivan, ora guizzanti, ora di una dolcezza irresistibile.
Cast e coro di HMS Pinafore all’Opera Holland Park. Foto: Ali Wright
Per decenni, l’asprezza della drammaturgia di Gilbert è stata nascosta dalla polverosità di molte tradizioni sopravvissute della D’Oyly Carte. Ma la disponibilità di nuove produzioni, come questa, a spostare l’azione in un’altra epoca ha liberato di nuovo lo spirito radicale dell’originale. Qui ci troviamo negli anni Quaranta: uniformi della marina, moda femminile e acconciature richiamano tutte la Seconda guerra mondiale. Ma Savournin, giustamente, ha resistito alla tentazione di spingersi oltre e infilare riferimenti satirici contemporanei. Il racconto di Sir Joseph Porter sulla sua ascesa da semplice impiegato all’Ammiragliato trova da solo paralleli immediati con la nostra politica (“I always voted at my party’s call, and never thought of thinking for myself at all.”). In un panorama in cui tanti registi rimaneggiano il testo per una mancanza di fiducia di fondo, è davvero rinfrescante incontrarne uno che si affida ancora all’originale per fare centro.
Peter Kirk nel ruolo di Ralph Rackstraw e il Coro di HMS Pinafore. Foto: Ali Wright
È una produzione che “gioca” al di sopra della propria categoria — letteralmente. Ci sono soltanto dodici elementi nel coro, chiamati a coprire l’equipaggio e tutte le sorelle, cugine (“che lui conta a dozzine”) e zie. Anche l’orchestra è piuttosto ridotta. Ma questo non incide minimamente sulla qualità del risultato. Recitazione e canto del coro sono uniformemente eccellenti, e David Hulston ha coreografato con perizia il tutto in un brulicare continuo di movimento, dando la netta impressione che sul palco ci sia più gente di quanta ce ne sia davvero. Savournin ha fatto sì che il cast sfruttasse bene la passerella intorno all’orchestra e, sebbene i suggerimenti di vita di bordo fossero pochi, i costumi erano curati e credibili. I tempi sono piuttosto sostenuti, e non per questo meno efficaci; e tuttavia ciò non impedisce ad alcuni assoli deliziosi di emergere dalle trame più ampie, soprattutto dal clarinetto.
Lucy Schaufer (Mrs Cripps) e John Savournin (Capitano Corcoran) in HMS Pinafore. Foto: Ali Wright
Tra i solisti, non tutte le voci sono delle più belle, ma risultano comunque efficaci nei rispettivi ruoli. Savournin offre un’interpretazione del Capitano della nave che conferma il suo consueto, impeccabile tempismo comico e una naturale autorevolezza scenica. Inoltre cesella con grande cura “Fair Moon…”, il difficile brano meditativo che apre l’Atto 2. Burkhard trova umorismo in abbondanza e una dizione precisissima, riuscendo a far arrivare al pubblico tutta la satira di Sir Joseph. È un ruolo tanto più spassoso quanto più viene interpretato con serietà. Inserisce anche un accenno di omoerotismo nella sua ammirazione per i marinai, che si sarebbe potuto esplorare ulteriormente senza sbilanciare l’insieme. Nicholas Crawley è una presenza forte come il tossico e sfacciato Dick Deadeye, quasi irriconoscibile rispetto ad altri ruoli che ha interpretato per Opera Holland Park. Infine, Peter Kirk trova il giusto equilibrio tra indignazione virtuosa e desiderio romantico per il ruolo tenorile principale di Ralph Rackstraw, il comune marinaio innamorato della figlia del capitano.
Nel ruolo della figlia, Josephine, Llio Evans ha messo in risalto l’aspetto più serio del personaggio, esplorando il conflitto tra romanticismo e razionalità che deve affrontare, ma è stata pronta a volgere a proprio vantaggio il falso egualitarismo di Sir Joseph. Sophie Dicks ha svolto un lavoro egregio come Cousin Hebe; e Lucy Schaufer, fresca da Piccole donne, ha dominato la scena come Little Buttercup, nei suoi purtroppo pochi numeri.
È una produzione che merita di avere successo e di essere ripresa negli anni a venire. Trova il giusto equilibrio tra il testo e il suo tempo, e lo restituisce con grande perizia tecnica e un entusiasmo senza complessi. Ma alla fine, mentre il sole tramontava oltre l’albero di mezzana di Holland Park, bastava lasciarsi andare al flusso frizzante di un’abilità gioiosa e a “Never mind the why and wherefore…”.
SITO WEB DI OPERA HOLLAND PARK
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