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NOTIZIE

RECENSIONE: CONTATTO, Clapham Common ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce C-O-N-T-A-C-T, un nuovo spettacolo immersivo all’aperto, messo in scena in varie location di Londra, che sembra l’intrattenimento perfetto nell’era del distanziamento sociale.

C-O-N-T-A-C-T

Clapham Common (e anche Greenwich, Monument)

Sabato 5 settembre, ore 19:30

5 stelle

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Il teatro difficilmente può essere più “nouvelle vague” di così.  C-o-n-t-a-c-t è un nuovo testo francese di Eric Chantelauze, basato su un’idea originale di Gabrielle Jourdain, qui proposto in una scorrevolissima versione in inglese firmata da Quentin Bruno, che esplora dentro e fuori (più spesso “fuori”) de “l’epoque corona”, in un collage scorrevole e cinematografico di impressioni raccolte da due personaggi – “la donna”, “l’uomo” – che seguiamo in una promenade incredibilmente densa e ricca della durata di 50 minuti.

Mentre si muovono in silenzio e gesticolano negli spazi aperti della città, ascoltiamo i loro pensieri e le loro conversazioni e una colonna sonora fluida e sibilante di Cyril Barbessol, attraverso cuffie collegate ai nostri telefoni.  Sì, è vero: come abbiamo sempre sospettato, gli smartphone servono davvero a spiare i passanti!  Ma, in questo caso, la “piccola sorveglianza” svela un patchwork piuttosto glamour di divagazioni e peregrinazioni filosofiche, recitate con eleganza in un paesaggio sonoro preregistrato.

A contrasto, l’ambiente reale di Londra – ronzante e pulsante – guizza e lampeggia spontaneamente e incontrollabilmente attraverso, attorno, tra e sopra i nostri tenaci interpreti, diventando una componente irripetibile dell’insieme straordinario.  Così, ogni replica è ancora più del solito un evento completamente unico.

Sabato sera ho assistito alla performance a Clapham Common: il parco era popolato da un grande caleidoscopio di vita metropolitana, che forniva un’elaborazione “da cinema” delle tribolazioni emotive de “la donna” e del suo straordinario interlocutore, resa ancora più toccante dal fatto di svolgersi proprio in quel momento di crepuscolo in cui il giorno lascia il posto alla notte.  Le produttrici Katy Lipson e Mathilde Moulin difficilmente avrebbero potuto trovare una bordata più efficace da sparare contro il silenziamento dei teatri del mondo di questo affascinante, lapidario “evenement”, che è o teatro che si dissolve quasi fino a diventare invisibile nella folla, oppure teatro che imprime il proprio segno sull’intera Londra, facendone il suo palcoscenico.

Il cast di C-O-N-T-A-C-T. Foto: Pamela Raith

Il concept e la regia portano la firma di Samuel Sene, assistito da Bronagh Lagan.  Il loro uso degli spazi “reali” del parco è davvero magistrale, anche se – naturalmente – dipende interamente da quali aree risultino libere quella sera.  Abbiamo fatto strada tra innumerevoli altri frequentatori del common, tra skater e grigliate, picnic con bottiglie di vino e persone a spasso con i cani: più e più volte, singoli o gruppi della scena di Clapham hanno attraversato l’area di recitazione, dando luogo ad alcune interazioni bizzarre e surreali – anzi, per un bel po’, ci siamo ritrovati tutti ripresi per un servizio podcast sulla vita locale “in tempo reale”.  Voglio dire: è il tipo di esperienza che non è possibile ricreare in un edificio chiuso e controllato.

Copritevi bene, però.  Le sere di settembre si accorciano, e il fatto di dover rimanere abbastanza fermi per gran parte dell’ora richiede un po’ di isolamento dal freddo: nonostante ciò, che gioia ritrovarsi a calpestare le “feuilles mortes” mentre passavamo da una piccola vignetta alla successiva.  In effetti, c’è una maestà poetica in questo teatro vivo che è davvero meravigliosa.  È forse trascendentale: solleva l’anima dalle preoccupazioni quotidiane che la soffocano e la innalza perché venga illuminata e onorata dallo spirito dell’indagine artistica.  Così, attorno a noi nel parco, le statue e l’architettura del Pavement di Clapham e le sistemazioni paesaggistiche del parco “diventavano” parte della “scenografia”; perfino la luce di un singolo lampione che cadeva sui due interpreti sembrava perfettamente appropriata e giusta per quell’istante.  E la conclusione del pezzo, gestita con brillantezza in questa produzione, sfrutta prospettiva, camminate e l’arrivo della notte in un modo che chiude con ordine il racconto, con un’eleganza mai leziosa né autoconsapevole.

Ci sono, inoltre, tre diverse location in cui viverlo.  E vi si alternano compagnie differenti.  Per la cronaca: Charles Angiama, Louis Bernard, Chloe Gentles, Max Gold, Richard Heap, Aoife Kennan, Katja Quist e Laura White.  Io ho visto Richard Heap e Katja Quist: al punto di incontro la nostra “guida” ci ha istruiti a seguire Katja (nel ruolo di Sarah), un po’ come giornalisti voyeur a caccia di un’Alice dei giorni nostri; nel frattempo, Richard si è insinuato con discrezione “come uno del pubblico”, per poi uscire dai nostri ranghi e fermare Katja su una panchina del parco in uno dei tanti momenti carichi di brivido della storia.  Le loro voci si bilanciavano magnificamente, con il realismo frizzante di Katja in contrasto con il baritono splendidamente risonante di Richard.

Per ciascuna delle tre repliche giornaliere sono disponibili solo 15 biglietti per il “pubblico”; e, per quanto la compagnia faccia il possibile per invitarci a mantenere il distanziamento sociale, spetta agli spettatori valutare se ritengono che negli spazi aperti della capitale le persone lo stiano davvero rispettando.

Quindi, la domanda cruciale è: come ti lascia, alla fine?  Io mi sono sentito molto meglio.  E, forse, è pertinente: il giorno prima avevo ricevuto una notizia particolarmente dolorosa su un caro amico (non legata al coronavirus), ma quando sono arrivato alla fine di questi sorprendenti 50 minuti “a campo largo”, mi sentivo rinnovato, rinvigorito e pronto ad affrontare qualunque cosa la vita mi avesse messo davanti.  È questo il senso del teatro.

PRENOTA I BIGLIETTI PER C-O-N-T-A-C-T LEGGI QUI ALTRO SU C-O-N-T-A-C-T

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