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RECENSIONE DEL LIBRO: Questo è Shakespeare, Emma Smith ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
31 maggio 2020
Di
markludmon
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Mark Ludmon recensisce This Is Shakespeare di Emma Smith, pubblicato da Pelican Books.
This is Shakespeare: How to Read the World’s Greatest Playwright
Emma Smith
Pelican Books
Cinque stelle
ACQUISTA UNA COPIA Emma Smith, professoressa di studi shakesperiani all’Università di Oxford, attinge alla sua vasta competenza e alla ricerca accademica per This Is Shakespeare: How to Read the World’s Greatest Playwright, ora disponibile in edizione tascabile. Tuttavia, nonostante queste solide basi e la promessa altisonante insita nel titolo dal taglio didattico, il libro si impegna attivamente a smontare l’idea che i testi di Shakespeare siano sacri, da risolvere come enigmi. Smith mostra come non siano “monumenti da venerare”, bensì opere teatrali vive e in continua trasformazione, che nel XXI secolo continuano a essere rilette e interpretate in modi nuovi e stimolanti.
Il titolo, in effetti, è un po’ fuorviante. Non è un manuale su come “leggere” i testi, quanto piuttosto una guida per trovare una tua comprensione dell’opera. Smith torna spesso sulla “lacunosità” della scrittura shakespeariana – le molte ambiguità, le caratterizzazioni opache, i silenzi, la scarsità di didascalie – che ha permesso a critici, lettori e operatori teatrali di individuare significati personali. Questo può generare una “accurata imparzialità” che lascia i drammi aperti a interpretazioni diverse a seconda della tua prospettiva politica. Smith osserva che le opere pongono domande più che offrire risposte, rispecchiando come Shakespeare sia, in fondo, un’esplorazione di idee e incertezze.
Smith affronta 20 delle 37 opere esistenti che si ritiene Shakespeare abbia scritto, da The Taming of the Shrew fino a The Tempest. Nel corso degli anni, a ciascuna di esse sono stati dedicati interi volumi – io stesso ne ho diversi in libreria solo su Hamlet – ma Smith raccoglie la sfida di condensare una notevole quantità di idee e intuizioni in circa 15 pagine per ciascun titolo. Non si tratta di riassunti in stile SparkNotes, anche se riesce a toccare molti temi chiave, le principali reazioni critiche e curiosi dettagli storici. Piuttosto, in linea con la promessa del titolo, dimostra diversi modi di accostarsi ai drammi.
Un approccio, ad esempio, può partire da un dettaglio minimo e seguirne il filo. Smith esplora Julius Caesar attraverso la minuscola scena, spesso tagliata, in cui Cinna il Poeta viene ucciso per errore dalla folla; mentre il suo percorso per comprendere Coriolanus nasce dall’analisi di un breve momento in cui l’eroe guerriero eponimo dimentica il nome di un uomo che gli aveva dato rifugio. In Twelfth Night, il personaggio secondario di Antonio (spesso rappresentato nelle produzioni contemporanee come gay) offre lo spunto per un’analisi particolarmente interessante delle complesse reti di desiderio e genere che attraversano il testo.
Tom Hiddleston nella produzione del Donmar di Coriolanus, disponibile in streaming gratuito su NT at Home dal 4 all’11 giugno 2020.
In alternativa, si possono considerare le fonti che hanno ispirato Shakespeare, osservando come le deviazioni dal materiale precedente rimandino a una possibile intenzione autoriale. È un percorso di studio ben battuto, ma che offre spunti illuminanti e apre a temi più ampi: per esempio, la trasformazione operata da Shakespeare delle tre dame di corte, elegantemente vestite, nelle Chronicles di Holinshed, nelle terrificanti “weird sisters” di Macbeth. Smith esamina anche i drammi dentro le strutture di tragedia e commedia, trovandone alcuni troppo sfuggenti per incasellarsi in una forma sola e, talvolta, capaci di passare dall’una all’altra a metà strada. Le interessano inoltre le pratiche materiali del teatro elisabettiano e giacobiano e i primi testi pubblicati in “folio”, dalle riscritture e scelte di messa in scena fino all’appeal commerciale dei sequel.
Smith dissemina i capitoli di esempi di produzioni moderne, riflettendo la sua esperienza come consulente di produzione per la Royal Shakespeare Company, il National Theatre e il Donmar Warehouse di Londra. Mostra come i registi abbiano affrontato la “lacunosità” per costruire una propria visione di ciascun testo, citando soprattutto spettacoli degli ultimi 50 anni, dalla produzione RSC del 1974 di Richard II diretta da John Barton fino a David Tennant nel ruolo di Hamlet nel 2009, ma soffermandosi anche sulle spudorate riscritture dei plot nel XVIII secolo. Da Keanu Reeves a Baz Luhrmann, fanno capolino anche gli adattamenti cinematografici. E non sono gli unici esempi contemporanei presenti nel libro. Smith propone paragoni deliziosi, come un’allusione sorprendentemente azzeccata alla sitcom Friends nell’analisi di Much Ado About Nothing. Con riferimenti quali la cultura delle celebrità e il movimento #MeToo, riesce a rendere il libro accessibile e pertinente per il lettore generale, pur sfiorando talvolta concetti più specialistici legati a teleologia, ermeneutica e studi post-coloniali.
Mettendo insieme ricerca accademica, storia della performance e secoli di risposte critiche, Smith rivela come le lacune della scrittura ci permettano di modellare Shakespeare in ciò che desideriamo che sia per il nostro tempo. Il libro non solo è estremamente informativo, ma mette in luce con chiarezza, e senza prolissità, come e perché possiamo trovare significati nostri nelle opere di Shakespeare. Con NT Live e il Globe, tra gli altri, che durante i lockdown hanno reso disponibili in streaming produzioni del passato, il volume – ora pubblicato come grazioso tascabile blu in edizione Pelican – funziona anche come una serie di 20 ottime introduzioni su come guardare i drammi al posto delle note di sala.
Pelican Books (Penguin Random House UK). 349 pagine. £9.99.
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