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NOTIZIE

RECENSIONE: Il Cardinale, Southwark Playhouse ✭✭✭

Pubblicato su

1 maggio 2017

Di

julianeaves

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Stephen Boxer e Natalie Simpson in The Cardinal. The Cardinal

Southwark Playhouse,

Venerdì 28 aprile 2017

3 stelle

Prenota ora

Negli ultimi anni, un vero e proprio fin-de-royaume, si è assistito a una certa rinascita dell’appetito del pubblico per i drammi lugubri, sanguinosi, cinici e pessimisti dei periodi giacobiano e carolino. Oggi gli spettatori accorrono da Webster, Ford e compagnia, gustandosi i loro ritratti senza sconti di amorali disfunzionali intrappolati in relazioni tristemente opportunistiche, destinate a una distruttività reciproca e assicurata. Interpretatelo come volete. Ma se temevate che le direzioni teatrali potessero restare a corto di questo genere di pietanze per i loro affezionati, state tranquilli: ce n’è ancora in abbondanza.

E qui, nell’instancabile fucina teatrale di Newington Causeway, c’è un altro nome da aggiungere alla celebrata lista dei tragediografi della vendetta: James Shirley, il cui The Cardinal riceve una bella ripresa nello spazio Little. È stato, più o meno, l’ultimo sussulto di questa moda sensazionalistica. Andato in scena nel 1641, ondeggia sull’orlo del vulcano che sarebbe esploso l’anno successivo con lo scoppio della Guerra civile inglese tra il Parlamento e la Corona. Non solo: l’orientamento cripto-cattolico dell’autore viene ovunque suggerito in modo ambiguo, in questo fermo immagine delle macchinazioni machiavelliche di un’“eminenza (grigia)” della contemporanea Chiesa romana in Spagna.

Rosie Wyatt, Natalie Simpson e Sophia Carr-Gomm in The Cardinal

Il regista Justin Audibert ha riunito un cast numeroso, 11 interpreti per riempire questa sala raccolta, scegliendo solo il meglio: artisti formati alla RSC, al National e in altre ottime realtà. Davvero, sono uno spasso. Stephen Boxer, nel ruolo del titolo, si diverte un mondo con la sua splendida interpretazione di uno dei cortigiani di Dio. Natalie Simpson è la vedova fatale, giddy ma anche vamp, la Duchessa Rosaura. Le sue scelte “triangolari” per il secondo marito sono il romanticamente condannato Alvarez (Marcus Griffiths) e il suo assassino autoritario, alla Bosola, Columbo (Jay Sieghal). Timothy Speyer è un Antonio solido e sempre “sul pezzo”, che cerca di mantenere quanta più disciplina possibile nella “vivace” casa di sua grazia, e Ashley Cook offre una prova piacevole nei panni di un Re di Navarra sognatore e un po’ fuori dal mondo (qualsiasi confusione con l’allora sovrano britannico era, ne sono certo, del tutto voluta e pungente).

È un periodo affascinante per le arti e la letteratura inglesi. Il teatro era sul punto di diventare un organo di commento pubblico e, di fatto, di critica sociale. Non c’è da stupirsi che Cromwell non abbia perso tempo a chiuderlo non appena salì al potere (anche se, naturalmente, come tutti i guastafeste con il potere, continuò a godersi spettacoli privati allestiti per il proprio esclusivo beneficio). Ma una volta tolti di mezzo lui e il suo sistema, i teatri riaprirono e scoppiò l’inferno, con una rivoluzione della libera espressione come non si era mai vista prima. Questo testo ci colloca proprio in quel momento di tensione trattenuta, quando autori come Shirley (qui alla fine della carriera) scalciavano contro i vincoli della convenzione, desiderosi di liberarsene. La sua trama serrata, snella, con un’attenzione quasi ininterrotta all’azione centrale, ci indirizza anche verso l’urgenza intensa della Restaurazione che sarebbe arrivata di lì a poco. Allo stesso modo, evita i grandi monologhi e le volute poetiche del teatro epico, preferendo collocare i personaggi in interazioni più domestiche, private e semplici.

Marcus Griffiths e Natalie Simpson in The Cardinal

Ciononostante, la lingua che Shirley scrive è fortemente influenzata dall’abitudine, allora diffusa, di prendere in prestito da altre fonti. Battute e talvolta interi blocchi di dialogo sono prelevati da un numero imprecisato di altri drammi. Così ci ritroviamo due amanti che concordano un complotto omicida e, all’improvviso, li sentiamo pronunciare le parole di Beatrice e Benedick che dichiarano simultaneamente il loro amore in Much Ado About Nothing, mentre decidono di uccidere Claudio. È pertinente. Ma oggi può suonare strano: cioè, se cogliete i rimandi. Molto, naturalmente, scivola via davanti allo spettatore medio, che di solito non sguazza in queste acque. In tal caso, non darà fastidio.

La scena affollata non lascia molto spazio agli ornamenti, e Anna Reid mantiene il design essenziale – un solo bruciatore d’incenso, un solo gradino, un’unica parete grigia, lastre grigie grandi come quelle di una cattedrale – e Peter Harrison illumina senza fronzoli. I costumi (sotto la supervisione di Ellen Ray de Castro) sono eleganti, e il suono di Max Pappenheim ci fa abilmente credere di trovarci in uno spazio enorme e risonante, prima di riportare la scala della produzione a una dimensione più intima. I combattimenti di Bret Yount sono magnifici, compresa una scherma davvero vistosa nel secondo atto.

Forse James Shirley non è tra i più grandi drammaturghi ad aver animato le scene di questo Paese, ma è ben lontano dall’essere tra i peggiori, e questo è probabilmente il suo lavoro migliore. Torna a noi in un momento di dubbio nazionale per certi versi paragonabile all’epoca in cui nacque. E nella sua strana metafora tra potere temporale e potere spirituale, forse ha ancora qualcosa di interessante da dirci. Almeno le ultime battute – aspettate di sentirle – vi faranno sicuramente uscire dal teatro convinti che sì, ce l’ha.

Foto: Mitzi de Margary

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