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RECENSIONE: Les Misérables, Teatro Queens, Londra ✭✭✭✭✭
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douglasmayo
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Douglas Mayo recensisce Les Miserables, diretto da Trevor Nunn e John Caird, mentre si prepara a concludere la sua straordinaria permanenza al Queen's Theatre di Londra, presto ribattezzato Sondheim Theatre.
Les Miserables
Queen's Theatre, Londra
11 luglio 2019
5 stelle
Da vero maniaco dei musical quale sono, non c’era modo che potessi perdermi il saluto finale alla produzione di Les Miserables di Trevor Nunn e John Caird al Queen's Theatre, che a breve prenderà il nome di Sondheim Theatre.
Forse la decisione migliore presa da Cameron Mackintosh in relazione a Les Miserables fu accettare la proposta di Trevor Nunn di produrre lo spettacolo inizialmente al Barbican Theatre sotto l’egida della Royal Shakespeare Company. Radunando uno dei più grandi team creativi mai messi insieme, si misero al lavoro per creare un musical dal romanzo di Victor Hugo che non solo smentì i critici della prima ora, ma finì per restare in scena più a lungo di qualsiasi altro musical nella storia del West End: prima al Palace Theatre, poi al Queen's. Avrebbe poi conquistato Broadway e avuto due revival, per non parlare delle produzioni che sono andate in scena in 52 paesi in tutto il mondo.
La produzione che chiude stasera (sabato 13 luglio 2019) è stata un biglietto rarissimo questa settimana, mentre i fan accorrevano per un’ultima occhiata, e non siamo rimasti delusi.
La bellezza di Les Miserables, come immaginato da Nunn e Caird, è che durante le 3 ore di spettacolo il pubblico viene trasportato attraverso 17 anni e mezza Francia, mentre Jean Valjean è braccato da Javert. Di una naturalezza cinematografica, l’incredibile cast, insieme a un vero battaglione di tecnici dietro le quinte, fa sembrare tutto un gioco da ragazzi: ma non fatevi ingannare! Guardate bene e vi renderete conto che, fatta eccezione per due elementi davvero imponenti e un magazzino pieno di tavoli, sedie, tazze, bottiglie e qualche carretto, ciò che vedete è la versione di John Napier di una scatola nera. Al pubblico viene chiesto di mettere in campo l’immaginazione per completare l’equazione. Le barricate di Napier sono i membri di questo cast. Sono ancora in soggezione per come scivolano quasi in modo ballettistico sul palco, girando, unendosi e fondendosi con apparente facilità. Insieme alla celebre piattaforma girevole, è un’impresa che ci ha spinto a tornare, curiosi di vedere che cosa avrebbe fatto Napier dopo!
Dean Chisnall nel ruolo di Jean Valjean. Foto: Johan Persson
Dean Chisnall affronta il ruolo di Jean Valjean. È una prova superba, tra le migliori che io abbia visto. Con finezza e sfumature, Chisnall cattura con eleganza la frustrazione, la rabbia, la fede e la compassione di quest’uomo straordinario. È una parte vocalmente massacrante, e sarebbe facile, a tratti, caricare troppo l’emozione, soprattutto nel prologo iniziale; qui invece è tutto tenuto sotto controllo con naturalezza. Si tratta di dire la verità del personaggio. Non c’è bisogno di effetti, e l’esempio definitivo arriva in Bring Him Home, quasi una preghiera: il pubblico ammutolisce, l’immobilità è palpabile e l’interpretazione è squisita.
A inseguire Valjean c’è Javert, interpretato da Bradley Jaden. È un ruolo insidioso: Javert non è il cattivo. È un uomo che crede che le cose siano bianche o nere, senza eccezioni, e la cui vita è guidata da una fede profonda. La sua caccia a Valjean finisce per diventare il tormento definitivo per questo uomo di legge, perché Valjean manda continuamente in frantumi le sue certezze. Senza volerlo, Valjean scardina la ragione stessa dell’esistenza di quest’uomo. Jaden, per lo più, sembra capire che non serve urlare il testo per trasmettere autorità e potere. Il lato “pubblico” di Javert, composto e perfettamente regolato, bilancia i suoi momenti privati, soprattutto nell’avvicinarsi al suicidio, quando è in preda all’angoscia e si sgretola. Stars è stato un momento di spicco.
Bradley Jaden nel ruolo di Javert. Foto: Johan Persson
Per fortuna Chisnall e Jaden sono una combinazione perfetta, vocalmente e fisicamente, così che minaccia, tensione e conflitto restano presenti per tutta la serata. The Confrontation è stato emozionante come poche volte l’ho visto, e davvero travolgente nella sua fisicità. Quella minaccia è rimasta impeccabile per tutto lo spettacolo, con ciascuno dei due che non oltrepassa mai il limite, mantenendo tutto sul filo del rasoio.
A dare una miriade di colori a questo inseguimento definitivo c’è l’ensemble, che non solo interpreta i personaggi vivaci che popolano la storia di Hugo, ma anche una quantità di ruoli di contorno. Steven Meo e Vivien Parry sono stati al tempo stesso comici e minacciosi nei panni degli infami Thenardier. Il frenetico lavoro scenico di Master Of The House è stato gestito con grande maestria, con tutte le risate al posto giusto e qualche momento che non avevo mai visto prima, a mantenerlo fresco. Toby Miles (Marius), Elena Skye (Eponine) e Charlotte Kennedy (Cosette) hanno preso il Love Montage, che può risultare stucchevole, e lo hanno impregnato di sincerità e slancio, con un’esecuzione praticamente impeccabile. Samuel Edwards ha reso Enjoras un rivoluzionario credibile. La sua consapevolezza che tutto era perduto era tangibile, e le sue acrobazie, con naturalezza, dalla barricata verso la morte, impressionanti. Carley Stenson, mi hai rubato il cuore con la tua splendida interpretazione di I Dreamed A Dream.
Carley Stenson nel ruolo di Fantine. Foto: Johan Persson
Tralasciando la sessualità grottesca di Lovely Ladies (bravissime, signore), ci sono state interpretazioni notevoli di Sam Harrison nei panni del dandy sadico Bamatabois, Adam Bayjou come caporeparto della fabbrica, James Hume come il Vescovo di Digne.
Antony Hansen, Barnaby Hughes, Ciaran Joyce, James Nicholson, Ben Tyler, Joe Vetch, Raymond Walsh e Andrew York sono stati splendidi sia come la banda dei Thenardier sia come gli studenti. Mi ha colpito in particolare il Grantaire di Raymond Walsh, che durante Drink With Me ha regalato a Samuel Edwards un momento di emozione fisica. Non si poteva chiedere un’offerta emotiva più sincera né una risposta più vera a quell’effusione.
Vivien Parry e Steven Meo nel ruolo dei Thenardier. Foto: Johan Persson
Il superbo sound design di Mick Potter, che rendeva ogni parola cristallina, mi ha anche fatto notare i cambiamenti nelle orchestrazioni di Christopher Jahnke, Stephen Metcalfe e Stephen Brooker. Scompaiono alcuni suoni sintetici che facevano parte del DNA musicale di Les Miserables. Le intenzioni originali di John Cameron restano in gran parte, ma ho notato che alcuni accompagnamenti sembravano un po’ più fioriti rispetto al passato, e ci è voluto un attimo per abituarsi.
La splendida orchestra diretta da Steve Moss è stata in gran forma per tutta la serata. La partitura scintillava e, trattandosi di un musical, considero questi musicisti parte integrante del cast, capaci di una performance sfumata quanto quella degli attori in scena.
Che cosa viene dopo? Ora entriamo in territorio inesplorato. L’attuale produzione di Les Miserables ha conquistato il mondo e ha ispirato una generazione di spettatori e di professionisti del teatro. La produzione londinese era l’ultima rimasta dell’allestimento originale, quella che ha tenuto lo spettacolo in scena per tre decenni. A Broadway, la nuova produzione è stata presentata durante l’ultimo revival e, per quanto ne so, non c’è mai stato un cambiamento così radicale di un allestimento a stagione in corso. Fatico a capire perché si sia ritenuto necessario questo cambio. La produzione è ancora vibrante come sempre e continua ad attirare folle eccezionali. Questo allestimento è come una Rolls Royce d’epoca: artigianalità superba, ingegneria classica, un marchio noto e affidabile. Speriamo che questo classico non venga sostituito da un modello più economico e appariscente, che magari non reggerà nel tempo né porterà Les Miserables fino al suo 50° anno.
Infine, un grazie a tutti gli attori, alla troupe, allo staff di sala, ai musicisti e alla direzione, che con amore hanno mantenuto in vita questa produzione. Tantissime persone hanno preso parte a questo allestimento nel corso degli anni, non solo qui ma in tutto il mondo, e a tutti voi dico grazie.
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