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RECENSIONE: Picasso, Playground Theatre ✭✭
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Di
julianeaves
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Il cast di Picasso. Foto: Scott Rylander
The Playground Theatre,
7 novembre 2017
2 stelle
L’apertura di un nuovo teatro è sempre motivo di festa, e tutti accogliamo con piacere l’arrivo, nella zona di Latimer Road segnata dall’inferno e dal trauma, di questo ottimo nuovo spazio: la riconversione di un ex deposito di autobus, rifinita con gusto ed eleganza e dotata di un caffè aperto tutto il giorno che funge anche da bar. Per inaugurare l’inizio della programmazione in sala si è riunito un pubblico luccicante e pieno di volti noti, chiamato a salutare una nuovissima pièce su uno dei più grandi artisti di sempre — e, guarda caso, un mio personale favorito: Pablo Picasso.
Klara Zieglerova ha ideato un cerchio cupo di terra smossa, o forse sabbia, su cui gli attori camminano avanti e indietro e si rotolano: un vero e proprio «playground». Davy Cunningham lo illumina con sobrietà, e ci sono le proiezioni video di Matthew Ferguson che ci mostrano il cast in clip filmate, o in altri frammenti e immagini. Il resto dell’azione è rappresentato in questo spazio sabbioso «in tondo» dal co-direttore artistico del teatro, Peter Tate, nel ruolo del titolo, e da Adele Oni, Claire Bowman e Alejandra Costa nei panni di tre delle sue molte donne. Sullo schermo vediamo anche Milena Vukotiv, Margot Sikabonyi e Sandra Collodel come altre tre.
Il testo, di Terry D'Alfonso, forse era già stato completato al momento della sua morte, ma forse no. Propenderei per la seconda ipotesi, perché lo spettacolo ha tutta l’aria di uno schizzo sviluppato, senza però possedere la vita o l’energia del teatro vero. Quello che abbiamo tra le mani sembra più un’idea di pièce che la carne e le ossa del dramma. Forse anche per questo, la regia accurata ma piuttosto statica di Michael Hunt sembra mettere ulteriormente in risalto tale limite: i personaggi vengono disposti per recitare monologhi spesso lunghi e ripetitivi su temi più o meno astratti, che possono essere (o meno) un tentativo di evocare uno dei molteplici stili adottati dall’artista.
Soprattutto, è l’interpretazione di Peter Tate — un esercizio studiato di monotonia — a risultare la più sconcertante e logorante. Per i pur brevi 70 minuti dello spettacolo modifica a malapena il proprio modo di parlare, facendo sembrare quell’arco di tempo un’eternità. Ne sono piuttosto certo: è una scelta del tutto deliberata e consapevole; è troppo bravo come attore per essersi imbattuto per caso in un simile approccio. Eppure, l’effetto è quello di fiaccare il pubblico fino alla resa, un po’ come un torero farebbe con un toro nell’arena (una delle varie immagini fin troppo ovvie e abusate del testo).
A fronte del suo approccio monolitico alla caratterizzazione, le lamentele a intermittenza delle sue devote accolite — donne superficiali e senza colore, che a quanto pare non hanno di meglio da fare che buttare via la propria vita per un egomaniaco da quattro soldi — formano un doloroso coro di disapprovazione. Perché mai ciascuna di loro abbia visto qualcosa nell’altro resta, fino all’amaro epilogo, del tutto misterioso.
Se pensate che possa fare al caso vostro, allora andate. Però, forse, conviene pensarci due volte.
Fino al 5 novembre
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