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RECENSIONE: Musik, Leicester Square Theatre, Londra ✭✭✭✭✭
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julianeaves
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Julian Eaves recensisce Frances Barber in Musik di Pet Shop Boys e Jonathan Harvey, ora in scena al Leicester Square Theatre di Londra.
Frances Barber in Musik.
MusikLeicester Square Theatre 11 febbraio 2020 5 stelle Prenota i biglietti Una bordata dalla bohème, che fa saltare la compiaciuta borghesia dalle sue poltrone imbottite e la scaraventa nei ricordi ad alto numero di giri, alimentati a coca, di un’icona mancata ormai sul viale del tramonto. Potrebbe essere un riassunto abbastanza fedele di questa curiosità: un’ora di monologo per un’attrice protagonista – la superba Frances Barber – che sferza un mondo che, con ostinazione, non le riconosce ciò che le spetta. Secoli fa, a quanto pare, lo scrittore Jonathan Harvey si unì a una coppia di musicisti pop che pensavano – come spesso accade a quelli del giro – di potersela cavare anche nel mondo più “legittimo” del teatro musicale. Il risultato, 'Closer To Heaven' (ripreso di recente all’Above The Stag), ebbe una serie di repliche affascinante all’Arts Theatre, amatissima dai fan devoti (colpevole come imputato qui) e guardata con sospetto da alcuni recensori poco convinti. In un ruolo di primo piano, la nostra Frankie brillava come un magazzino in fiamme pieno di fuochi d’artificio romani nel ruolo cruciale della hostess di nightclub e “diva di scena”, Billie Trix. Diciannove anni dopo, è di nuovo qui, quasi intatta nonostante il tempo: se possibile più feroce e meno accomodante, in uno spettacolo per una sola interprete che è una finta passeggiata autobiografica nel suo retrocatalogo di canzoni dei Pet Shop Boys – per lo più pastiche di fresca creazione scritti per l’occasione, ma con un paio di brani (tra cui l’esaltante inno rock’n’roll, 'Friendly Fire') riemersi dalla produzione originale. La grande differenza, però, è che questi numeri non sono semplicemente canzoni pop: “suonano” come tali, ma in realtà sono legati a doppio filo all’azione drammatica. Anche quando parlano di qualcosa di tanto “banale” e “usa e getta” quanto la zuppa (in scatola). Sì, questo è uno spettacolo in cui conviene essere colti e conoscere davvero i grandi protagonisti della cultura pop occidentale; da Sartre a Warhol, da Dalí a Madonna, i nomi cadono come birilli nel monologo sguaiato, e ognuno – a quanto pare – avrebbe sottratto a La Trix qualcosa di essenziale per sé e per il proprio status di culto. Ma la scelta della sala è volutamente dimessa e un po’ squallida, smorzando il luccichio delle sue pretese di celebrità: l’ampio spazio, piuttosto datato, del Leicester Square Theatre ricorda più che mai quel genere di club kitsch in cui Trix e i suoi simili sono più – forse solo – a loro agio. Per molti aspetti, l’integrazione tra musica e racconto – insieme ad alcune immagini in continuo mutamento di Milk Media – è gestita qui con maggiore efficacia che in 'Closer': il regista Josh Seymour scivola con naturalezza da un momento all’altro, con un movimento applicato con destrezza dal coreografo Anthony Whiteman. Le scene di Lee Newby evocano con precisione la tipica mise-en-scène “sgabello e tavolino per i drink” di questi eventi in solitaria, con un abbigliamento di grande effetto per Barber e un’illuminazione vividamente immaginata da David Plater. Il sound design, di Fergus O’Hare, è limpido come un campanello (e io ero seduto praticamente in fondo alla lunga, ampia e piatta distesa di poltrone). Eppure, continua a sembrare incompleto. C’è abbastanza per stuzzicare, affascinare, provocare, ma resta tutto un gran preludio di battute che non riesce mai davvero a sfociare in un’azione a pieno regime. Arriva la fine dello spettacolo e ci sorprende il desiderio di sapere cosa succede dopo. Dov’è il secondo atto? Forse nel suo camerino, o in un ristorante, o in un club, o in un bar, o magari “a casa”? Lo spettacolo chiede a gran voce di più. Le battute di Harvey sono davvero ottime, Barber le gioca alla perfezione e canta i brani dei PSB come se fossero stati scritti per lei: e infatti lo sono. Eppure sembra un antipasto splendido – un gran pezzo succulento di filet mignon – ma dove sono le verdure? E dov’è il dessert? Forse... in lavorazione? Chi lo sa? Tutti i pettegolezzi relativi a quanto sopra saranno trattati con il massimo rispetto... e la totale indiscrezione. Fino al 1° marzo 2020 PRENOTA I BIGLIETTI PER MUSIK
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