NOTIZIE
RECENSIONE: Bronco Billy, Charing Cross Theatre ✭✭✭
Pubblicato su
5 febbraio 2024
Di
Libby Purves
Share
La nostra theatreCat Libby Purves recensisce Bronco Billy, un nuovo musical al Charing Cross Theatre.
Il cast del musical Bronco Billy. Foto: The Other Richard Bronco Billy
Charing Cross Theatre
3 stelle
PRENOTA I BIGLIETTI QUEL VECCHIO SOGNO WESTERN DI UNA VOLTA (1979) Ho un debole per questo piccolo teatro sotto gli archi e per il suo Players' Bar. Nel solco della tradizione del music-hall, e con alcuni dei posti in platea più economici di Londra, ospita spesso nuovi musical di piccole dimensioni ma tenaci. Il che, naturalmente, è un genere con un’alta probabilità di essere terribilmente raffazzonato. Eppure ci sono ricordi felici e scoperte da fare. Qui TITANIC – poi fortunato in tournée – è stato una delizia, REBECCA una serata più che dignitosa, e ALLEGIANCE di George Takei una bella storia vera e personale raccontata con passione. Così – ammirando la balconata dall’aria un po’ cowboy, tra ruggine, frange e stelle illuminate – mi sono accomodata per questo titolo con le solite speranze. Qualcuna si è avverata, anche se, irritantemente, non abbastanza.
Il libretto è di Dennis Hackin, una storia d’amore per l’ossessione dei suoi genitori per il vecchio West dei pionieri. Chip Rosenbloom e John Torres hanno scritto musiche e testi, insieme a Michele Brourman. Un vero lavoro di squadra. Immagina uno spettacolo itinerante del Wild West a bordo di un camion che funge da casa e da tendone (realizzato con gusto in un grande box girevole da Amy Jane Cook). A quanto pare è andato bene a Los Angeles e altrove, e qui un cast britannico ci si getta addosso con energia maniacale, come si addice a un’opera che, secondo il regista Hunter Bird, si ispira a Frank Capra, ai Muppet, a Joan Collins in Dynasty, a Roy Rogers e a Buffalo Bill. L’ambientazione è il 1979, scelto apparentemente perché «il Paese sta impazzendo, politica di parte, diritti civili minacciati, tecnologia in esplosione» e tutti hanno bisogno di una via di fuga (si cita anche l’elezione della signora Thatcher come parte di questo anno, a quanto pare, terrificante).
La storia è esuberantemente fumettistica: non cercate sottigliezze emotive, anche se Tarinn Callender, nei panni di Billy, riesce ad avvicinarsi un po’ alla realtà quando ricorda un’infanzia in un istituto per ragazzi nel Bronx, il Vietnam, il divorzio e un periodo in prigione, il tutto condensato in pochi minuti. Ha messo insieme la sua sgangherata compagnia per inseguire il sogno dello showbiz. C’è un prestigiatore, c’è un clown sui trampoli, e Karen Muvundukure è una voce enorme, davvero enorme, che presenta il tutto. Josh Butler, lo dico con piacere, debutta da professionista con grande verve come Lasso Leonard e si becca l’immortale verso: «non c’è sensazione/ come rubare macchine».
Ma questo circo dalle prospettive modeste recluta all’improvviso, per caso, Antoinette (Emily Benjamin), un’altra grande voce, fresca di servizio come alternate in Cabaret. È un’ereditiera del cioccolato il cui marito e la matrigna – come vediamo in agili scene newyorkesi inserite a incastro – devono ucciderla per i soldi entro trenta giorni («bevi il tuo murderatini», dice il marito: una delle battute migliori). Da qui la fuga nel circo itinerante. Il problema è che i cattivi sono molto più divertenti dei buoni; Victoria Hamilton Barritt nei panni della matrigna-diva in stile Dynasty alza la temperatura con pura presenza fisica ed energia ogni volta che entra in scena, e lo stesso fa Alexander McMorran come sicario, Sinclair St Clair.
Ma sebbene intorno a me, alla matinée, si siano sentite grandi risate, le battute sono troppo telefonate, e solo un paio di canzoni hanno buone possibilità di sopravvivere – in particolare «Just a Dance» e «Everything is Real». La cosa più deludente è che, pur essendo ambientato nel sogno cowboy per eccellenza, attinge più alla bubblegum pop e al soft rock che alla splendida eredità di nostalgia e avventura del country & western. Non se ne sente traccia, da nessuna parte in modo percepibile. Perché buttare via un collegamento da cinque stelle come quello? Avanti con armoniche e zoccoli.
Eppure, come dice una canzone, è «tempo di fuggire per un’oretta o due / da un mondo che ti sta travolgendo». Avrei voluto che fosse migliore.
Bronco Billy è in scena fino al 7 aprile
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy