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RECENSIONE: Tom Molineaux, Teatro Brockley Jack ✭✭✭
Pubblicato su
28 maggio 2017
Di
julianeaves
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Tom Molineaux Brockley Jack Studio 25 maggio 2017
3 stelle
È sempre un piacere scendere in questo intraprendente e accogliente teatro fringe, armoniosamente inserito nello storico pub di qualità a prezzi accessibili che prende il nome da uno dei più famigerati banditi di strada del Sud di Londra. Qui si può approfittare delle sue generose proposte gastronomiche – con molti posti a sedere sia all’interno sia all’esterno, in uno dei due gradevoli beer garden terrazzati (uno per fumatori, uno no) – per gustare, come ho fatto io, una succulenta bistecca di scamone con verdure di stagione al dente e patatine novelle al burro, il tutto accompagnato da una pinta della deliziosa ‘Brockley Jack Ale’ della casa, spendendo meno di 14 sterline. Poi ci si può accomodare sui divani del lounge bar per una buona tazza di caffè, prima di passare nella sala teatrale sul retro. E quale sede migliore per vedere questa produzione interna, attualmente in tournée in diversi piccoli teatri della zona (e uno nei pressi di Blackburn), che racconta la vita e la carriera di una delle prime superstar sportive nere della Gran Bretagna, il formidabile pugile dei pesi massimi citato nel titolo?
Tom Molineaux era una forza con cui fare i conti. Afroamericano, come Bill Richmond prima di lui, ottenuta la libertà dopo la precedente schiavitù, intravide in Inghilterra più opportunità di quante ne avesse negli Stati Uniti, sua terra natale; così arrivò a Londra e – a differenza di Richmond – conobbe una carriera folgorante ma brevissima, seguita da una rapida discesa nell’alcolismo che lo portò a morire senza un soldo e senza casa, in una guarnigione irlandese, alla tenera età di 34 anni. È facile capire il fascino di un personaggio così. Per fortuna, gran parte della sua storia è stata documentata con cura dal giornalista sportivo irlandese Pierce Egan, la cui devozione atavica per la cruenta pratica del pugilato a mani nude produsse una montagna di materiali: da lì il co-direttore artistico del Brockley Jack, Tom Green, ha estratto abbastanza per costruire un due-personaggi di 80 minuti per l’autore e il leggendario oggetto della sua fascinazione.
Fin qui, tutto promettente. Inoltre, la co-direttrice artistica Kate Bannister ha curato la regia e creato una messa in scena semplice ma flessibile, con lo scenografo Francis Alston che offre un’ambientazione suggestiva: anche se, forse, Bannister avrebbe potuto sfruttare gli elementi scenici in modo più espressivo. Le luci sono di William Ingham, il suono di Jack Barton, i bei costumi d’epoca di Martin Robinson e – forse la cosa più splendida di tutte – una direzione dei combattimenti vividamente convincente firmata RC Annie. L’azzeccata scelta del muscoloso Nathan Medina nel ruolo principale conferisce una potente verosimiglianza alla parte, e Brendan O’Rourke offre un contrasto energico nel ruolo del giornalista, comparativamente esile. Inoltre, la produzione ha saputo coinvolgere e ottenere sostegno dalle comunità locali, inclusi molti gruppi di boxe, e questo ha contribuito non poco al suo successo nel ricevere finanziamenti adeguati da diversi autorevoli enti. Come ‘progetto’, dunque, è ammirevole.
Le vere difficoltà, però, sono meno pratiche e più estetiche. Quando si mette in scena la vita di un pugile è difficile non cadere nella trappola di scrivere qualcosa che, in sostanza, si può riassumere con: ‘E poi ho combattuto…’. Purtroppo, nonostante i migliori sforzi del cast e del team creativo, la tendenza del testo a offrire una sorta di album di ‘momenti migliori’ dell’eredità sportiva di Molineaux è un ostacolo impossibile da evitare. Per quanto ci siano alcuni video clip piacevoli e intriganti (grazie a Timothy Stubbs-Hughes), che suggeriscono un respiro più ampio e un’esplorazione più schietta delle verità brutali che stanno sotto questa forma di combattimento, il copione di Green solo a tratti si anima nello stesso modo. Per quanto li sentiamo parlare quasi incessantemente, alla fine i due restano tanto ellittici e misteriosi quanto all’inizio. Una debolezza più seria è probabilmente la scelta di inserire Egan come uno dei personaggi. Non è di particolare interesse drammatico ascoltare un giornalista sportivo che ci legge brani delle proprie pubblicazioni. Forse una storia più teatralmente coinvolgente sarebbe stata mettere Richmond e Molineaux nella palestra di Richmond (tra i cui frequentatori figurava nientemeno che Lord Byron). Chissà. Così com’è, questo sembra meno uno spettacolo e più una conferenza illustrata. Per fortuna, i due che tengono la conferenza sono splendidi da guardare.
Fino al 3 giugno
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