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RECENSIONE: Tickle il musical, King's Head Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Tickle, un nuovo musical ambientato nel mondo del “competitive endurance tickling” (gare di solletico di resistenza) ora in scena al King’s Head Theatre di Londra.

Il cast del musical Tickle. Tickle

16 ottobre 2019

King's Head Theatre

3 stelle

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Chris Burgess è un autore di canzoni acuto e di grande talento, ed è anche uno dei massimi interpreti della scrittura da revue in questo Paese: il che lo colloca in un gruppo davvero ristretto.  La revue è notoriamente una forma “difficile”, in cui la riuscita dipende in larga misura dalla capacità di creare momenti singoli, distinti e caratterizzati, collegati fra loro da un “tema” generale ma abbastanza autonomi da essere compresi da soli, senza rimandi al resto dell’insieme.

Ben Brooker e James McDowell in Tickle.

È proprio questa abilità—questo talento nella revue—che lo rende poco adatto a scrivere musical con un vero e proprio “libretto”.  Ciononostante, ha scritto (e io ho visto) diverse commedie musicali narrative e strutturate come una storia, nessuna delle quali mi ha fatto cambiare idea: questo grande autore di revue resta uno scrittore di musical piuttosto problematico.  E quest’ultima proposta di Lambco Productions, un mini chamber musical ambientato nel bizzarro milieu del “Competitive Endurance Tickling”, ahimè, non fa eccezione.

Ispirato liberamente—e in modo molto più semplice—al clamoroso successo del 2016, il film indipendente neozelandese Tickled, questo giro di giostra di 75 minuti rinuncia sia al formato documentaristico del film sia ai suoi momenti, in realtà molto più cupi e da thriller, per raccontarci cosa accade a due ragazzi giovani e piacenti che, in qualche modo, si ritrovano reclutati nell’inimmaginabile—e fino ad allora del tutto invisibile—mondo del far ridere altri ragazzi piacenti non raccontando barzellette, ma manipolandone i corpi con le dita o con delle piume.  Le associazioni omoerotiche, naturalmente, vengono negate ossessivamente dagli organizzatori, che amano convincere se stessi—e i bei ragazzi etero che reclutano—che sia tutto assolutamente innocente.  La storia è strana, ma all’inizio riceve un trattamento drammatico letterale e dritto per dritto, che poi rende piuttosto bruschi alcuni passaggi quando entrano in scena i personaggi più torbidi.

Richard Watkins e Amy Sutton.

Così, dopo l’apertura “Drab Town”, accattivante e con un bel piglio—anche se forse un po’ troppo “Sondheim incontra Urinetown”—cambiamo zona tonale e arriviamo a un duetto semplicemente magnifico e perfettamente integrato per i due protagonisti, “Beautiful”: è davvero un ottimo brano e mostra Burgess al suo massimo.  Se scrivesse—o pubblicasse—solo canzoni di questo livello, sarebbe famoso a livello internazionale.  Poi però scivoliamo nel molto diverso, quasi parlato, rigido “It’s Not Gay”, e ci imbattiamo nel grande vizio di Burgess come autore: testi troppo densi.  Persino nell’acustica asciutta e raccolta del minuscolo King’s Head Pub Theatre, senza risonanze da amplificazione e con l’accompagnamento alla tastiera, misuratissimo e abilissimo, dell’MD David Eaton, questo cast di talento si trova spesso a dover combattere duramente per far passare le boccate di sillabe che Burgess lo costringe a pronunciare.  Certo, guardando di nuovo a Sondheim (come sono sicuro Burgess faccia spesso), è possibile scrivere passaggi rapidi, purché si presti enorme attenzione a quali consonanti e vocali si usano e a come si collocano e—soprattutto—a quanta responsabilità espositiva si chiede loro di portare.  Le migliori canzoni “patter” sono ridondanti dal punto di vista narrativo: pezzi da bravura per l’esibizione verbale.  Qui non è così.  Dobbiamo tendere l’orecchio, con la paura di perdere snodi di trama.

James McDowell e Ben Brooker.

Ben Brooker, nei panni di Callum (gay), e James McDowell, come l’oggetto delle sue attenzioni, Chris (etero), ne sono fin troppo consapevoli: spesso li si vede ansimare mentre snocciolano i passaggi più ostici della scrittura di Burgess.  Lo stesso vale per Amy Sutton, nel ruolo della cattiva Davina Diamond.  Tanto di cappello a tutti e tre per l’impegno, ma per loro è una dura salita.  Il numero drag di Richard Watkins, Tina Tickle, se la cava un po’ meglio, perché riceve in generale “show tune” più luccicanti e guidate dalla melodia per la sua persona high camp—compreso il fatto di guidare il riuscitissimo numero finale, “What Would Julie Andrews Do?”.  Ma il personale Golgota di Watkins sta nel pericoloso registro acuto che gli viene chiesto di superare di continuo, senza—proprio—averlo davvero nella sua estensione.

Onestamente, perché mai, con uno spettacolo completamente nuovo, con cui si può fare quello che si vuole, gli autori espongono il cast a difficoltà del genere?  Succede in continuazione.  Trovo francamente impossibile credere che l’MD e il direttore, Robert McWhir—intelligente, attento e sensibile—non abbiano, in più di un’occasione, suggerito con garbo delle riscritture per adattarsi alle specifiche capacità del cast che avevano a disposizione.  Forse mi sbaglio: non ho prove in tal senso, ma mi sembra assai improbabile che nessuno abbia notato le trappole della partitura, o—se le ha notate—che non abbia detto nulla.

Detto questo, lo spettacolo è illuminato splendidamente—dal produttore—e, almeno nel finale tardivamente glamour, offre alcuni movimenti piacevoli firmati dal coreografo Sam Spencer-Lane.  La scenografia è minimale—si abita un palco drappeggiato, usato per lo spettacolo andato in scena prima in serata—ma i costumi sono contemporanei e, alla fine, includono parecchie piume.  Ho portato con me un amico che non sa nulla di musical, e gli è piaciuto.  Chi ha uno sguardo più allenato e critico potrebbe trovare alcune parti meno facili da accettare.

In scena fino al 26 ottobre 2019 al King’s Head Theatre

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