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RECENSIONE: La Moglie di Willesden, Kiln Theatre ✭✭✭✭
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Di
Libby Purves
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La nostra theatreCAT Libby Purves recensisce lo spettacolo di Zadie Smith The Wife of Willesden al Kiln Theatre.
Scott Miller (Ryan) e Clare Pderkins (Alvita) in The Wife Of Willesden. Foto: Marc Brenner The Wife Of Willesden
Kiln Theatre
4 stelle
In scena fino al 15 gennaio 2022
Zadie Smith, con umiltà, definisce la sua prima pièce più un "compito a casa" che non il consueto terrore del romanziere davanti alla pagina bianca. Dopotutto Chaucer ne ha fissato trama, impianto e atteggiamenti 600 anni fa con la Moglie di Bath. Lungo la strada per Canterbury intrattiene i compagni pellegrini con un ampio prologo personale sui suoi cinque mariti, un rapporto allegro con il sesso e uno sguardo lucidissimo sulle illusioni maschili. E per chi ha letto Chaucer, probabilmente molto tempo fa, colpisce quanto Smith resti vicina sia allo spirito sia alle storie in questa modernizzazione agile e spassosa.
Clare Perkins (Alvita). Foto: Marc Brenner
La scatenata Clare Perkins, nel suo abito rosso attillato e con un patois cockney-giamaicano, può citare wifi, autobus, Jordan Peterson e altre colonne (e piaghe) della vita moderna, ma resta comunque magnificamente "chaucereana". Ci sono tutti: gli atteggiamenti verso i chierici, San Paolo, i teorici rigorosamente maschi e le donne bigotte, i mariti irritanti e – con grande enfasi – il diritto di una donna al piacere sessuale. Soprattutto quest’ultimo: se fossi un uomo, la sua battuta "Il tuo corpo è il mio parco giochi!" mi farebbe tremare di nervosa apprensione. In questo senso ha un che di Donald McGill. Ma al centro del personaggio ci sono l’intelligenza, la percezione tagliente e decisamente femminile e il realismo.
L’ambientazione è splendida. Lei domina un bellissimo pub londinese ideato da Robert Jones, con pareti foderate di bottiglie e tappeti rappezzati, evocando dai clienti ogni marito, la migliore amica e la zia pia, mentre nel primo tempo (circa un’ora) dispiega la sua storia e le sue idee robuste; e infine, nell’ultima mezz’ora, trasforma tutti – in costumi da carnevale – nei personaggi del racconto che narra. È la vecchia storia del cavaliere costretto a sposare una "donna ripugnante" che poi diventa bellissima, trasposta dalla corte di Re Artù di Chaucer alla Giamaica del XVIII secolo, con un patois magnificamente poetico.
Marcus Adolphy (Winston Mandela Black jesus), George Eggay (Pastor Eldridge), Abdrew Frame (Ian Socrates Bartosz) e Clare Perkins (Alvita). Foto: Marc Brenner
È, volutamente, il gioioso invito del Kiln alla sua comunità multiculturale locale: tornare, passare di qui e festeggiare, e spero davvero che accorra in tanti, oltre ai soliti habitué della prima serata. Sta vendendo alla grande; spero anche grazie a grandi gruppi del quartiere con sconti, ma qui i prezzi restano sempre ragionevoli e il biglietto intero scende fino a 15 sterline: e, francamente, io sceglierei comunque la galleria o il fondo della platea per una visuale migliore, evitando i lati se non riuscite a prendere uno dei tavolini del pub. Sarebbe un peccato perdersi anche solo un attimo delle buffonate in stile pantomime, o dover continuare ad alzarsi e sporgersi come è capitato a me.
Ma ovunque vi sediate, è divertente e sorprendentemente fedele all’antica voglia di scherzare dell’Inghilterra popolare. Nell’ensemble accanto alla splendida Perkins, mi sono piaciute in particolare Ellen Thomas come Aunty P e la Vecchia Moglie, e Marcus Adolphy che, tra le altre cose, interpreta un Gesù nero. Andrew Frame, unico maschio etero bianco di classe media tra le sue "mogli", è senza vergogna esilarante nelle sue varie umiliazioni. Ma sono tutti bravissimi, e la regia di Indhu Rubasingham (con direttori di movimento e di combattimento meticolosamente al lavoro) è creativa, veloce e spassosa. Si percepisce che il divertimento che stanno provando include davvero anche te, e ti invita a farne parte. E questo conta molto.
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