NOTIZIE
RECENSIONE: La moglie del viaggiatore nel tempo, Teatro Apollo ✭✭✭✭
Pubblicato su
Di
Libby Purves
Share
La nostra theatreCat Libby Purves recensisce il nuovo musical The Time Traveller's Wife all’Apollo Theatre di Londra.
Foto: Johan Persson The Time Traveller's Wife
Apollo Theatre
4 stelle
Prenota i biglietti FANTASCIENZA ED EMOZIONI AUTENTICHE
Di solito non mi abbandono agli aneddoti da prima serata, ma credo di doverlo raccontare: nella grande scena del matrimonio, Joanna Woodward ha lanciato il bouquet all’indietro come da tradizione, finendo dritto in grembo al piuttosto sconcertato – e single – Presidente della sezione Drama del Critics’ Circle, seduto accanto a me in fila L. Colpito! Ma in realtà questo musical nuovissimo, tratto dal bestseller romantico/sci-fi di Audrey Niffenegger, non ha bisogno di corteggiare nessuno. È, con un certo stupore di questa vecchia brontolona che diffida dei musical trainati da film famosi e serie HBO, trionfalmente delizioso e emotivamente coinvolgente. Ed è anche molto piacevole da ascoltare (la musica di Joss Stone e Dave Stewart è pop-rock, con un cuore vero).
Foto: Johan Persson
Quanto alla trama, magari la conoscete già, ma se così non fosse eccola: Henry soffre di una condizione genetica unica che lo fa svanire all’improvviso – sempre nel modo più scomodo – e viaggiare nel tempo, avanti e indietro, incontrando le donne importanti della sua vita – madre, moglie, figlia – in fasi diverse della loro esistenza. Ci sono salti logici da far rabbrividire i fisici, e il fatto che ricompaia sempre nudo offre spunti comici e un potenziale vagamente inquietante, ma consente anche un’ampia esplorazione emotiva. Ci sono temi molto attuali: sogni e traumi d’infanzia, incomprensioni e crescita nei primi anni di vita, e la tendenza romantica – spesso femminile – a credere di essere alla ricerca dell’Unico, l’uomo perfetto sognato da bambina e da adolescente, lo sconosciuto che ti sembrerà di aver sempre conosciuto.
Foto: Johan Persson
Così la piccola Clare incontra Henry più di una volta, a dieci anni circa, in un prato (capite cosa intendo sul fatto che la nudità possa risultare potenzialmente inquietante, anche se lui trova una coperta in cui avvolgersi). Poi l’adolescente Clare viene difesa da lui quando un altro ragazzo la aggredisce. Più avanti si incontrano in biblioteca: lei è più grande di lui, e può informare il giovane uomo allarmato che sono sposati “nel futuro”. Un incipit che, verrebbe da pensare, basterebbe a far smaterializzare qualsiasi tipo in fretta e furia alla ricerca di un’ingiunzione. Poi li vediamo più o meno coetanei e felicemente sposati, ma con la sua condizione ancora presente: il che, per un attimo, fa venire da chiedersi se non sia una richiesta astuta alle donne di comprendere che ci sono momenti in cui un marito continuerà a sparire senza preavviso né spiegazioni e tornerà con urgente bisogno di vestiti.
Foto: Johan Persson
La trama è bizzarra, ma raccontata con grande abilità, anche per chi arriva al romanzo e al film per la prima volta: il libretto di Lauren Gunderson ne garantisce la chiarezza, così come la regia di Bill Buckhurst. La scenografia girevole di Anna Fleischle, con pareti che diventano schermi, permette alcune uscite d’illusione davvero eleganti per l’Henry di David Hunter. E infatti l’apertura della seconda parte è un vero colpo d’occhio, con volo “a pupazzi”, luci straordinarie e un magnifico disegno di proiezioni firmato Andrzej Goulding.
Gran parte del fascino dello spettacolo dipende da Woodward, presenza irresistibile, schietta e intelligente, che canta come un’allodola. Dal momento che la produzione ha assunto una sorta di missione femminista nel costruire lo spettacolo più intorno a lei, artista (deliziose sculture di carta), che non soltanto intorno alle avventure di Henry, disabile dal punto di vista cronologico, il suo carisma personale aiuta moltissimo.
Foto: Johan Persson
Aiuta anche la musica, con un’apertura emotiva sincera da pop ballad che è difficile non apprezzare, anche se solo di tanto in tanto un brano risulta davvero memorabile. I pezzi più “bassi” sono i più riusciti, con bei momenti affidati al personaggio di contorno Gomez (Tim Mahendron) e un numero davvero formidabile tra Henry e il padre in lutto (Ross Dawes) che fa rizzare i capelli, quando il genitore, invidioso dei viaggi del figlio nel passato per ascoltare di nuovo la madre, morta da tempo, cantare, grida “La vedo”. Ma per tutto il tempo noti testi che potrebbero restare impressi e durare: quando Clare si stanca del marito che scompare di continuo ha ottime frasi pop come “Trattami come dovrebbe fare un amante / Se potessi cambiare lo so che lo faresti..” e lui, da marito, si lamenta “Non posso sempre essere dove vorrei essere”. C’è quindi un’interessante linea emotiva che attraversa tutto lo spettacolo. E alla fine, cosa rara in una rom-com, riconosce con vera maturità non solo la mortalità ma anche l’estrema vecchiaia. È uno spettacolo sorprendentemente adulto, e troverà molto amore in tutte le fasce d’età.
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy