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RECENSIONE: The Southbury Child, Chichester Festival ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
20 giugno 2022
Di
Libby Purves
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La nostra TheatreCat Libby Purves recensisce The Southbury Child, attualmente in scena al Chichester Festival Theatre prima di una stagione al Bridge Theatre di Londra.
The Southbury Child
Chichester Festival Theatre
5 stelle
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VIA MEDIA ANGLICANA IN UNA NUOVA GERUSALEMME
Siamo nella cucina della canonica di una piccola cittadina del West Country, con il vicario alle prese con i parrocchiani, una moglie risentita e sfinita e due figlie: Susanna è una verger diligente e maestra di scuola; Naomi, adottata e di origine africana, è un’incredula cinica tornata a casa dopo una carriera d’attrice arrancante e che ama scandalizzare il paese con i suoi look da “prostituta lituana”. Non è facile essere un vicario anglicano di parrocchia in un’epoca di rispetto e presenze in calo (vale davvero la pena leggere un acuto saggio nel programma di sala). Da una parte deve fronteggiare sentimentalismo rabbioso e scherno degli increduli delle case popolari, il cui rancore muove la trama; dall’altra un’agnosticismo da circolo velico della media borghesia, più compiaciuto. Quest’ultimo è meravigliosamente incarnato nella moglie del medico, Hermione Gulliford, in gilet e jeans, che rabbrividisce per “quella faccenda morbosa della croce a Pasqua” e racconta che i suoi amici si sono sposati in un crop circle perché oggi la gente “non ha paura di definire i propri momenti chiave” senza l’aiuto del clero.
Sarah Twomey e Alex Jennings in The Southbury Child. Foto: Manuel Harlan
È un testo eccellente, scritto con precisione, con risate forti e inaspettate e un finale mozzafiato. Le sue sottigliezze di carattere chiedono molto (non invano) al cast. Nicholas Hytner, che tra pochi giorni lo porterà al suo Bridge, in passato programmò al National il sottile esordio, malinconicamente cechoviano, di Stephen Beresford, THE LAST OF THE HAUSSMANS: qui cura di persona questo nuovo lavoro con un’attenzione ponderata. Se la merita: come riflessione sull’Inghilterra (non sulla Gran Bretagna), l’osservazione asciutta di Beresford e il sottofondo di brama poetica collocano il testo in un dialogo affascinante con JERUSALEM, pur con pungenti differenze di tono. A me sembra altrettanto importante: chi lo negherà probabilmente lo farà a causa dell’ambientazione e dell’eroe, gloriosamente fuori moda.
Alex Jennings e David Highland in The Southbury Child. Foto: Manuel Harlan
Quell’eroe è David Highland, evocato splendidamente in ogni battuta e gesto da Alex Jennings: un vicario anglicano un po’ sdrucito, visibilmente imperfetto, che combatte non solo la marea calante della fede ma anche la propria abitudine al bere, la vergogna di una relazione interrotta (“regole per i vicari: non scoparti il gregge”) e le reprimende di un tronfio Arcidiacono fuori scena (“Arrabbiati? Nella Chiesa d’Inghilterra non siamo mai arrabbiati. Siamo ‘addolorati’”. Ahi). Il suo humour secco e il suo calore umano riconoscono le assurdità, ma lui resta saldo sull’integrità in materia di rituale e sul modo in cui secoli di tradizione sono cresciuti per lenire e accogliere le profonde, terribili realtà della morte. Il suo momento migliore dell’anno è la “Benedizione del fiume”, quando i pescatori che vivono e lavorano a contatto con quelle realtà, una sola volta all’anno, rispettano la preghiera processionale che guida.
La compagnia di The Southbury Child. Foto: Manuel Harlan
Un pubblico liberal potrebbe restare interdetto quando, col progredire del primo atto, scopriamo quale sia la collina specifica su cui David sembra disposto a morire — o a perdere il posto e la casa — mentre la diocesi manda un giovane curato gay, sbrigativo, a “sistemarlo”. La Southbury Child del titolo è morta di leucemia, lasciando una madre single esile come un fuscello, Tina, e suo fratello, lo zio Lee, un tipo ruvido e problematico, vulnerabilmente manipolatorio. La famiglia vuole la chiesa piena di palloncini e di disneyate — “una celebrazione della sua vita”. David si rifiuta: la morte è reale e i funerali servono a dare spazio al dolore, non a neutralizzarlo. “La morte non è Disney”.
“Quindi quindi lieto fine?” dice Lee.
“Nessun finale FACILE” dice il sacerdote.
La lite sui palloncini si ingigantisce, con tutte le classi sociali unite contro di lui: un brusio di voci fuori scena tra una scena e l’altra e l’arrivo della poliziotta locale Joy, incinta (disegnata benissimo), suggeriscono un possibile epilogo spiacevole. Non va esattamente così, anche se, con l’aiuto del Book of Common Prayer, le battute finali di Alex Jennings mi hanno fatto piangere davvero, fino al parcheggio, nel crepuscolo.
Rachael Ofori in The Southbury Child. Foto: Manuel Harlan
Le interpretazioni sono ottime, abbozzate con abilità fulminea in scene brevi: Racheal Ofori, una Naomi rovente, e Jo Herbert, nei panni della sorella diligente, mettono ciascuna alla prova le proprie identità difficili contro il curato guardingo di Jack Greenlees; e l’apparizione finale della madre in lutto, Tina, è di un’intensità esplosiva. In particolare il Lee di Josh Finan è magnifico: ribolle di rabbia disperata da sottoclasse, ma ha un legame reale con il vicario, nella cui cucina in disordine lo vediamo ora cedere a angoscia, vergogna o malizia, ora semplicemente lasciar cadere teologie filosofiche indimenticabili come “Perché esiste qualcosa?” e “Se Enrico VIII avesse tenuto il cazzo nei pantaloni, saremmo tutti cattolici e basta”.
Questo era Chichester. Ho moltissima voglia di rivedere questo spettacolo, al Bridge, e sentire intorno a me un pubblico probabilmente più urbano, più compiaciutamente agnostico. Vi farò sapere.
cft.org.uk fino al 25 giugno, poi a Londra 1 luglio-27 agosto
Leggi anche: Primo sguardo a The Southbury Child al Bridge Theatre
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