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NOTIZIE

RECENSIONE: L'Altra Donna del Re, Chichester Festival Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

29 aprile 2024

Di

Libby Purves

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La nostra theatreCat Libby Purves recensisce The Other Boleyn Girl di Mike Poulton, tratto dal romanzo di Philippa Gregory, ora in scena al Chichester Festival Theatre.

Lucy Phelps nei panni di Mary Boleyn. Foto: Stephen Cummiskey The Other Boleyn Girl

Chichester Festival Theatre

5 stelle

Prenota i biglietti LA CORTE E LA CAMERA DA LETTO

Il teatro non si stancherà mai dei Tudor, e fa bene.  Da ogni nuova angolazione offrono un dono drammatico che non smette mai di dare.  Siamo nel 1534,  e Mary Boleyn, comprensibilmente su tutte le furie, la dice come sta.  «Sono un’adultera e una puttana», dice. «Mia sorella è un’adultera, una puttana, una bigama e Regina d’Inghilterra!»

Mary  (una grintosa Lucy Phelps, che scintilla di vita ribelle) ne ha abbastanza di essere comandata a bacchetta da una società patriarcale e altezzosa, incluso il fratello George, ambizioso, nervoso, probabilmente gay.  Ha già fatto il suo turno da amante reale,  ha perso il marito per la febbre sudorosa, e ora vuole soltanto essere lasciata in pace a Hever Castle con l’uomo che ama davvero,  il contadino di umili origini Stafford. Poche speranze.  Sopra tutti, per tutta questa pièce davvero avvincente, incombono lance da giostra puntate verso il basso:   a volte scendono a diventare barriere o i montanti di un grande letto.  Nessuno dei personaggi è mai al sicuro o davvero padrone della propria vita, fin dall’inizio. Tranne, ovviamente, Enrico VIII.

James Corrigan (George), Lucy Phelps (Mary) e Freya Mavor (Anne). Foto: Stephen Cummiskey

Questa è davvero una produzione di grandissima classe, destinata quasi certamente a vivere oltre l’estate di Chichester.  Mike Poulton ha scritto il testo partendo dal romanzo meticolosamente documentato di Philippa Gregory:  conosce il mondo dei Tudor, avendo portato in scena con brillantezza i primi due capitoli della trilogia di Cromwell di Hilary Mantel (la sua assenza dal terzo è il motivo per cui, tristemente, risultava più piatto).    E Lucy Bailey dirige con la consueta rapidità e brio, avendo saggiamente coinvolto Ayse Tashkiran per curare i movimenti. È una chiave dell’atmosfera e della solennità:   danze rinascimentali, di tanto in tanto, illustrano la fragile politica matrimoniale, sessuale e di potere di quella corte nervosa.  Anche la musica di Orlando Gough, sotto la guida di Chris Green dei GreenMatthews,  è perfettamente calibrata:   evoca l’epoca senza cadere nel pastiche (i canti religiosi evitano saggiamente il facile cliché del canto gregoriano).  Il risultato è semplicemente, semplicemente ottimo: tutto tiene insieme e stringe il cuore.

Kerri Bo Jacobs nei panni della regina Caterina d’Aragona. Foto: Stephen Cummiskey

Incontriamo i fratelli Boleyn — Mary, Anne e George — inizialmente dieci anni prima, rannicchiati insieme in camicia da notte, mentre ridono. Tutti sono sotto l’influenza della Lady Elizabeth di Alex Kingston, ferocemente ambiziosa e per nulla materna, e del loro nobile  Howard, lo «zio Norfolk».  Mary è stata data in sposa a un marito scontento ma arrendevole,  che sopporta il fatto che lei sia diventata l’amante riconosciuta del Re «prima che appassissero i fiori del matrimonio», e madre di un figlio e una figlia illegittimi (quest’ultima, per inciso, antenata della compianta Regina Madre).  Ma, come dicono gli anziani, «I bastardi sono peggio delle femmine!».

Lily Nichol (Jame Boleyn) e James Corrigan (George Boleyn). Foto: Stephen Cummiskey

Anne ha una passione per  Harry Percy, e i tre celebrano una sorta di rito con promesse nuziali — «Una volta promessa e consumato, che cosa possono farci?» dice — con Freya Mavor che la interpreta più fredda e più egoista della sorella.  Gli anziani vanno su tutte le furie — «i letti sono affari!» — e l’amore non conta.  La regina Caterina, un solenne galeone spagnolo che attraversa le danze,  è gentile con Mary; non essendo riuscita a dare alla luce l’essenziale erede maschio, di lì a poco verrà divorziata.

Andrew Woodall (Norfolk) e Alex Kingston (Lady Elizabeth). Foto: Stephen Cummiskey

Ora gli occhi del Re sono su Anne: osservate James Atherton, predatorio, che gira in cerchio intorno alla danza. Lei respinge le sue avances fisiche fino al matrimonio, mentre le nozze e la consumazione con Harry Percy vengono frettolosamente negate.  Cromwell e il Cardinale sanno da che parte il vento soffia e come tenere la testa sulle spalle. George, il fratello affettuoso,  fa valere il suo rango perché è un uomo,  ma vive nel terrore perché aumentano le voci su lui e il suo carissimo amico Francis, mentre la stella di sua sorella sbiadisce.  Lily Nichol, nel ruolo della moglie acida e frustrata impostagli, non aiuta.  La madre e lo zio di Anne si lamentano dei disperati tentativi riproduttivi di Anne: «Finché non gli dà un figlio ed erede camminiamo sui vetri!»  È tutto,  come Mary ha osservato con tanta ragione nello sfogo qui sopra, vergognoso.

Ma un dramma fantastico:  concentrandosi su Mary e Anne,  sull’impotenza delle donne in quel mondo e sull’astuzia che sono costrette a usare, nella storia pulsa una vera urgenza empatica.  Ci sono terribili litigi,  paure, gravidanze, nascite,  e quando la povera Anne ha un feto malformato «satanico» che accelera la sua discesa verso il disonore e la morte, arriva anche il tradimento di una terribile vecchia levatrice (Kemi-Bo Jacobs, doppiata con intelligenza anche come la regina Caterina).  Ma nella storia, e nelle donne manipolate, c’è anche lealtà e determinazione, soprattutto in Mary, una nobile umanità. Il carattere e la resistenza risuonano attraverso i secoli. Nel complesso, formidabile.

In scena fino all’11 maggio

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