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RECENSIONE: La Casa di Bernarda Alba, National Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

pauldavies

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Paul T Davies recensisce La casa di Bernarda Alba di Lorca al National Theatre.

Harriet Walter. Foto: Marc Brenner La casa di Bernarda Alba. National Theatre.

28 novembre 2023

4 stelle

A partire dal giorno del funerale del marito, Bernarda Alba annuncia otto anni di lutto e si barrica, insieme alle sue cinque figlie, nella loro casa soffocante. Ultimo capolavoro di Lorca, messo in scena a poche settimane dalla sua morte per fucilazione, Bernarda è considerato una metafora del fascismo spagnolo e della guerra civile del 1936. La scenografia di Merle Hensel costruisce letteralmente una prigione, disposta su tre livelli, in cui ogni stanza è di fatto una cella e ben poco resta nascosto: sembra un incrocio fra Lorca e Prisoner: Cell Block H. Per me, questa è la maggiore debolezza dell’allestimento. La regista del momento Rebecca Frecknall (Cabaret, Un tram che si chiama Desiderio) punta letteralmente una luce al neon su fatti ed emozioni che di norma rimangono celati, suggeriti, sfumati. Di solito non si vede alcun uomo e i paesani restano fuori scena. Qui, invece, Frecknall porta in palcoscenico fin dall’inizio il dongiovanni locale Pepe el Romano (fidanzato con la sorella maggiore Angustias, in un accordo economico dato che lei ha ereditato i soldi del padre, ma la notte si infila nel letto della più giovane, Adela), e lo fa danzare fin dall’Atto terzo come uno stallone in calore. Lui, e i paesani in cerca di vendetta contro la povera ragazza del villaggio che ha ucciso il suo figlio illegittimo, attraversano tutta la messinscena e, a mio avviso, è superfluo. Lo spettacolo comincia a dirci che cosa dovremmo provare, invece di mostrarci che cosa provano i personaggi.

La casa di Bernarda Alba. Foto: Marc Brenner

Per me questo crea una frattura nell’allestimento: mentre i vezzi registici rubano la scena, il cast è superbo. Il tema e l’oppressione risultano terribilmente attuali, e a guidare tutti c’è una prova magnifica di Harriet Walter nei panni di Bernarda. Spesso il rischio è che Bernarda venga presentata come una tiranna pura, piatta nella sua crudeltà. Qui no. Il vantaggio della casa “aperta” è che vediamo la sua angoscia privata quando non è davanti a figlie e domestici, e cogliamo sia le pressioni che si è autoimposta sia quelle sociali. La prima e l’ultima parola che pronuncia nel testo è “Silenzio”, e fa qualcosa con quel silenzio finale che non avevo mai visto fare prima a un attore. È straziante ed è uno dei momenti teatrali dell’anno. Le tiene testa la splendida Poncia di Thusitha Jayasundero, domestica al servizio da una vita e da una vita paziente, madre surrogata delle ragazze, che le elettrizza con i suoi racconti piccanti sul marito, intuendo la tragedia che si sta preparando mentre Bernarda ne resta cieca. Eileen Nicholson è quasi una ruba-scena nei panni della madre di Bernarda, Maria Josefa, segnata dalla demenza: la più libera della casa, che dice verità sulle figlie mentre piange la perdita del figlio e l’assenza di uomini fra quelle mura. Le figlie sono tutte eccellenti: la situazione, come una pentola a pressione, le trasforma nelle carceriere l’una dell’altra, e sarei rimasto coinvolto allo stesso modo anche se avessero recitato su un palcoscenico spoglio.

Foto: Marc Brenner

La versione di Alice Birch, forse anche alla luce del suo lavoro con Clean Break, infarcisce il testo della parola con la F, e suona davvero incongrua in bocca a queste donne represse degli anni Trenta, anche se sottolinea l’uniformità della loro condizione. Per me, questo accentua la dicotomia al cuore della produzione. Indubbiamente inventiva, la recitazione è così potente che lo spettacolo finisce spesso per spostare l’attenzione lontano dall’ensemble.

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