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RECENSIONE: Prima Facie, Harold Pinter Theatre, Londra ✭✭✭✭✭
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douglasmayo
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La nostra TheatreCat Libby Purves recensisce Jodie Comer in Prima Facie, ora in scena all’Harold Pinter Theatre di Londra.
Jodie Comer in Prima Facie. Foto: Helen Murray. Prima Facie
Harold Pinter Theatre
5 stelle
Prenota i biglietti VIOLENZA SESSUALE, DIRITTO “DURO”, E UNO SBALORDITIVO DEBUTTO NEL WEST END
Dimenticate la fredda e sadica fashion victim Villanelle di Killing Eve. Anzi, dimenticate tutti i premi televisivi di Jodie Comer. Questo straordinario debutto sul palco del West End rivela non solo una solida tecnica vocale (tutt’altro che scontata per chi è noto soprattutto sullo schermo), ma anche un’espressività fisica abbagliante e una potenza emotiva ad alto voltaggio. Sembra che faccia alzare il pubblico in piedi da decenni: totalmente padrona della scena in un ipnotico assolo tour de force che non cala mai per 95 minuti. Vivida e vigorosa, calibrata al millimetro e – pur con l’emozione profonda e frantumata del climax – scintillante del suo umorismo nativo di Liverpool, è un fenomeno.
Inoltre, il testo di Suzie Miller è uno dei più importanti che vedremo in questo decennio. Affronta uno dei divari più inquietanti: l’abisso nella nostra cultura tra i sistemi legali e le tutele per gli innocenti, e la difficoltà di perseguire con successo lo stupro in un’epoca che legittima e celebra l’aggancio impulsivo.
Il termine legale del titolo si traduce come “A prima vista”, cioè ciò che appare credibile a chi lo osserva. La nostra protagonista è una barrister, con sette anni di professione alle spalle. Proveniente da un contesto operaio, si compiace della pura abilità con cui gioca la partita del diritto. All’aprirsi dello spettacolo Comer, davanti a pareti chiare e ordinate di fascicoli che arrivano fino al soffitto, salta su e giù da tavoli rivestiti in pelle negli uffici e, tra gesti, imitazioni e arguzia, esprime il piacere professionale di vincere una causa. Diventa chiaro che si sta facendo un nome difendendo uomini accusati di violenza sessuale.
Ci sono flashback agli inizi, insicura tra i “fighetti” alla facoltà di legge, le visite a Liverpool da sua madre, che fa le pulizie in ufficio; ma il focus è sulla sua affermazione nel presente. Dimenticate gli avvocati aziendali nerd: a lei piacciono le battaglie dure e umane. “Ho due aggressioni sessuali — li faccio assolvere — uno ha il PTSD dall’Afghanistan —”. La sua gioia vi trascina per un po’ dalla sua parte, mentre sostiene che anche se il tizio fosse colpevole, il suo compito da avvocata è semplicemente raccontare bene la sua storia. La legge, naturalmente, ruota in modo terrificante attorno al fatto che un uomo “credessi” ci fosse consenso.
Poi c’è un aggancio felice in ufficio con il collega Julian, e dopo una cena riuscita lo porta a casa, e fanno l’amore. Ma lei è ubriaca. Così ubriaca che il sake le dà alla testa e vomita, sentendosi debole e a pezzi. E lui la riporta a letto, apparentemente premuroso, ma pochi istanti dopo avviene lo stupro. La bravura di Comer è quasi agghiacciante: senza spogliarsi nemmeno di un filo ci mostra com’è stato: bloccata, dolorante, confusa. In una scena straordinaria, si infila un vestito preso dalla stanza degli ospiti, incapace di affrontarlo di nuovo, e fugge sotto una vera pioggia scrosciante su un palcoscenico buio. Le rassicuranti e ordinate pareti familiari degli archivi legali sono scomparse (la scenografia di Buether, come sempre, gioca un ruolo atmosferico fondamentale).
Vediamo l’intervista con la polizia: il tono, l’inutilità, l’orrore del fatto che mentre lei racconta dolore e confusione l’uomo sta ancora dormendo nel suo appartamento. L’istinto professionale le dice: “questa è una causa persa”.
Sopra, le parole DAY 1 ci fanno pensare che si passerà, come in una serie TV, direttamente in tribunale. Ma poi si scorre fino al Day 782. Perché nel Regno Unito oggi è più o meno questo che le vittime devono aspettarsi. Due anni di miseria, sensi di colpa, imbarazzo, rimproveri in difesa di Julian “che è un bravo ragazzo, fa un sacco di pro bono”.
Finalmente in tribunale, la scena dei suoi vecchi trionfi diventa all’improvviso un luogo estraneo e solitario: lei è nel banco dei testimoni. Intellettualmente sa che un abile avvocato della difesa la sta “tirando dentro” proprio come lei, un tempo, tirava dentro loro. Ma “Questa sono io. Un sistema a cui ho dedicato la vita viene chiamato in causa, da me..”.
E fallisce. Spesso succede. In casi come questo non possiamo che stupirci del coraggio che le donne trovano per andare avanti. Entrambi erano ubriachi, entrambi partner consenzienti e pieni di entusiasmo la stessa notte… nessun altro presente, nessun segno di violenza. Così, due anni dopo, lei deve discutere di ogni gesto, di ogni posizione di ogni parte del corpo...
Sul piano filosofico e legale, ritrova la propria voce professionale per sostenere – in una coda finale più politicamente accesa che strettamente drammatica – che in casi del genere qualcosa deve cambiare. Questa richiesta di un ricordo dettagliato e coerente da parte di una vittima traumatizzata a distanza di due anni è “davvero la cartina di tornasole della credibilità?”
È un testo notevole e prezioso. Ma ciò che gli dà vita è quella performance davvero sbalorditiva. TV e cinema faranno la fila per reclutare Comer, ma quel palcoscenico di legno, a condividere il respiro con una folla ammutolita e rapita nel buio, è il suo posto. È incredibile.
Prima Facie è in scena al Harold Pinter Theatre fino al 18 giugno. Potreste avere GIUSTO la fortuna di trovare un biglietto. BIGLIETTI PRIMA FACIE
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