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RECENSIONE: Un tram chiamato Desiderio, Old Vic Theatre ✭✭✭✭✭
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Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce Present Laughter di Noël Coward, con Andrew Scott, attualmente in scena all’Old Vic Theatre di Londra.
Present Laughter
Old Vic Theatre,
27 giugno 2019
5 stelle
Qualche anno fa il National Theatre, nella sua missione di rappresentare con rigore e fedeltà il canone dei grandi drammaturghi britannici, riportò in scena questa commedia di Noël Coward del suo “periodo di mezzo”, poco rappresentata e non tra le più note, con un allestimento altrettanto rigoroso e “filologico”. Un manipolo di fedelissimi della compagnia occupava diligentemente tutti i ruoli previsti, e poi faceva del suo meglio per districarsi su un palcoscenico del Lyttelton stipato fino all’orlo di mobili ingombranti, cianfrusaglie, oggetti di scena e ninnoli, disseminati in una scenografia a scatola vertiginosamente congegnata per restringersi, assottigliarsi e sparire in un punto da qualche parte verso il centro del fondale, creando una sensazione di soffocante oppressione della vita bohémien. E loro provavano, in qualche modo, a ricavarne una leggera commedia di buone maniere, mentre il protagonista, disperato, tirava avanti e avanti in un ruolo che apparentemente non aveva da nessuna parte dove andare. Così, quando fu annunciato che l’Old Vic avrebbe ripreso questo scricchiolante pezzo d’epoca, nella mia testa non suonarono tanto dei campanelli d’allarme quanto l’intera Scena dell’Incoronazione dal Boris Godunov di Musorgskij.
Quanto poco ne sapevo. Che trasformazione magica ha compiuto il regista Matthew Warchus al suo Old Vic—incredibilmente, cimentandosi per la prima volta in assoluto con Coward. Andrew Scott torna per affrontare questo ruolo centrale, impegnativo, dell’attore che non riesce mai a smettere di “recitare”. L’ultima volta che ho visto Scott in una commedia di Coward, a questo stesso indirizzo, era qualche anno fa, quando interpretava uno dei tre amanti bohémien in Design for Living. Allora il regista Anthony Page gli lasciò campo libero per sfoggiare tutta la sua energia ad alto numero di ottani e la sua capacità di rubare la scena. Qui, quasi un decennio dopo, con molta più esperienza alle spalle—compreso un Amleto molto apprezzato (e misurato)—e parecchia televisione di precisione, Scott è maturato in modo straordinario. Fa molto meno per ottenere moltissimo: non è una cattiva idea quando si interpreta un personaggio che domina gran parte dei tre atti, esponendo l’attore protagonista all’enorme rischio di finire le idee per tenere il pubblico divertito.
Ma con Scott non c’è alcun pericolo del genere. Qui è superbo, magistralmente padrone di sé e, in effetti, di tutto—o quasi tutto—ciò che accade intorno a lui. Ed è esattamente come deve essere: la parte è un pezzo di bravura per un attore di talento consumato. Una delle grandi gioie di questa produzione è vedere e ascoltare le straordinarie capacità drammatiche di un professionista tanto intelligente e sottile. Particolarmente gratificante, per il pubblico, anche vedere un interprete che nella vita reale ha raggiunto qualcosa di simile alla statura che Garry Essendine di Coward continua a dirci di possedere. Anzi, al saluto finale è apparso in modo significativo un massiccio addetto alla sicurezza ai piedi del palco, con lo sguardo attentamente fisso sulla platea: senza dubbio cercava il primo segnale di un fan troppo esaltato pronto a farsi avanti per fare i complimenti alla star un po’ troppo da vicino.
Che dramma! Eppure il culto della personalità di Scott, da solo, conterebbe ben poco se non fosse meravigliosamente circondato da una compagnia di pari livello. Scritto nel 1943, questo è Coward al suo meglio: un controllo impeccabile di entrate e uscite della casa Essendine, tra personale e visitatori, che spuntano e scompaiono dalle cinque porte in scena con un tempo farsesco eseguito al millimetro. Indira Varma, nei panni di Liz Essendine, è un contrappunto perfetto al marito ormai separato, imperturbabile di fronte all’entusiasmo un po’ goffo di Daphne Stillington (Kitty Archer), l’ultima conquista del consorte fedifrago; Archer sfrutta al massimo questo gioco di rimandi a Nina del Gabbiano di Čechov, la cui recitazione disastrosa è uno dei vertici comici dell’opera del maestro. E, cosa affascinante, Warchus escogita un’ulteriore complicazione—ancora più stimolante—con le altre due falene pronte a gettarsi nella fiamma del glamour di Essendine: Roland Maule, giovane scrittore impulsivo e fin troppo credibile interpretato da Luke Thallon, intento a mentire per farsi strada nel sancta sanctorum del grande mattatore; e, con una scelta di casting ancora più ispirata, la creazione di “Joe” Lyppiatt che, nelle mani di Enzo Clienti, diventa una sorta di figura alla Ricky Martin—altrettanto affascinante quanto inquietante: alla fine condivide con l’evidentemente molto democratico e inclusivo Essendine lo spogliarello di chiusura del secondo atto.
C’è anche l’irascibile Morris Dixon, interpretato con energia guizzante da Abdul Salis, e la moglie indignata e tradita, Helen, resa alla perfezione da Suzie Toase, così come la segretaria da tempo martire, Monica Reed, che con Sophie Thompson ha qualcosa di “Miss Jean Brodie”. E poi c’è Fred, il cameriere (probabilmente) del tutto eterosessuale, a cui Joshua Hill dà un corpo consapevolmente elegante (anche se ci sono indizi disseminati qua e là—non ultimo il modo sornione con cui Garry gli passa del denaro... in più di un’occasione!...—che sembrano suggerire che, forse, c’è un po’ più di quanto appaia). Perché, come sempre, nel mondo di Coward questi personaggi non sono mai quello che sembrano, e di certo non sono mai quello che dichiarano di essere. Il divertimento sta nello scoprire fino a che punto, e quanto completamente, si discostino da apparenze e reputazione. In realtà, perfino la cameriera, Miss Erikson—la prima creazione della serata di Liza Sadovy—è piena di sorprese quanto tutti gli altri (Sadovy si diverte ancora di più con la breve apparizione di Lady Saltburn, la terrificante prozia di Miss Stillington... sì, si incastra tutto alla perfezione!).
E tutto questo si svolge sulla splendida scenografia art déco di Rob Howell—che firma anche costumi impeccabilmente calibrati—illuminata alla perfezione dal grande Tim Lutkin con Hugh Vanstone. Simon Baker cura il suono (che ci ricorda, ancora e ancora, la potenza della musica da due soldi—un po’ come quelle desolanti “playlist” di brani triti e ritriti che ormai sono diventate de rigueur nei matrimoni popolari).
In definitiva, però, tutta questa artificiosità crollerebbe se non avesse la capacità di sedurre e incantare il pubblico. Qui ci riesce pienamente, spazzando via ogni resistenza mentre ci riempie di una visione della vita incredibilmente lontana da come viviamo davvero, ma così intrisa della verità sulla nostra passione per la finzione e l’autoinganno, e sulla nostra impotente fragilità quando i desideri ci provocano. Per un primo approccio a un testo che così spesso ha messo in difficoltà altri, questo è uno dei momenti più alti dell’anno.
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