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RECENSIONE: Our Country's Good, West Yorkshire Playhouse ✭✭✭✭
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jonathanhall
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Jonathan Hall recensisce l’adattamento di Timberlake Wertenbaker del romanzo Our Country’s Good di Thomas Keneally al West Yorkshire Playhouse.
La compagnia di Our Country’s Good/ Foto: Catherine Ashmore Our Country’s Good
West Yorkshire Playhouse
4 stelle
Maggiori informazioni L’adattamento di Timberlake Wertenbaker del romanzo di Thomas Keneally si è giustamente guadagnato lo status di classico moderno; questo allestimento della compagnia Ramps on the Moon introduce nuove e potenti dinamiche alla storia dei detenuti britannici che, nella neonata colonia australiana, mettono in scena uno spettacolo. A prima vista, un “testo sul teatro” (per di più tratto da un romanzo) che affronta temi come il potere e l’uso delle parole e l’effetto del teatro sugli individui e sulla società potrebbe sembrare a rischio di non essere particolarmente avvincente; tutto ciò che posso dire è che, in questo allestimento vibrante, portato in scena da una compagnia di interpreti sordi* e con disabilità, non lo è in alcun modo. Il successo sta nel fatto che queste idee prendono vita attraverso un gruppo di personaggi – detenuti oppressi e soldati rancorosi – che danno forza e verità all’idea del potere civilizzatore del teatro.
Foto: Catherine Ashmore
Anche se le prime scene, in cui questi concetti vengono discussi – più raccontati che mostrati – calano leggermente di energia, la cosa viene ampiamente compensata dalle scene successive, dove gli stessi temi emergono attraverso le diverse vicende dei personaggi: il soldato nostalgico di casa che trova amore e senso grazie al teatro; la primadonna che recita sotto la minaccia di un’imminente esecuzione. Forse la scena più intensa e toccante mostra le prove che continuano come atto di sfida di fronte ai tentativi di un ufficiale di umiliare la compagnia: le battute scorrono sul suono straziante delle frustate inflitte a uno dei membri della troupe.
La regia sobria di Neil Murray richiama i blu e i gialli di questa terra nuova e straniera – «questo deserto capovolto», come lo descrive un detenuto – e un’onnipresente, sottile colonna sonora è affidata a Jon Nicholls.
La compagnia di Our Country’s Good. Foto: Catherine Ashmore
Un’ulteriore, potente dimensione della produzione di Fiona Buffini sta nel fatto che Ramps on the Moon è una compagnia composta per almeno il 60% da interpreti sordi* o con disabilità; la storia di uomini e donne emarginati da una società ignorante, spesso per motivi futili, viene qui raccontata da un gruppo di persone che ha saputo superare con energia la propria potenziale emarginazione. La lingua dei segni e i sopratitoli sono parte integrante dello spettacolo dall’inizio alla fine; la segnatura è splendida, eseguita talvolta da chi è in scena, talvolta da altri ai margini, con un effetto da “coro greco”.
Il cast, energico e generoso, rende piena giustizia allo spettacolo; tra i più notevoli, Alex Nowak nel ruolo del detenuto totalmente immerso nel mondo del teatro, Emily Rose Salter come l’amante ribelle mantenuta e Gbemisola Ikumelo come primadonna sardonica ma vulnerabile, sotto minaccia di morte; tuttavia, ognuno degli interpreti merita il massimo degli elogi per la lingua dei segni, così bella, teatrale e al tempo stesso mai invasiva nell’azione. In un testo che parla di parole, le parole acquisiscono una loro bellezza fisica, aggiungendo un’ulteriore dimensione agli argomenti sul potere redentivo del linguaggio e del teatro.
*Il termine D/deaf distingue tra chi è Deaf (utente della lingua dei segni) e chi è deaf (ipoacusico, con l’inglese come prima lingua, e che può leggere il labiale e/o usare apparecchi acustici).
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