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RECENSIONE: Indecente, Menier Chocolate Factory ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

Libby Purves

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La nostra theatreCat Libby Purves va alla Menier Chocolate Factory, che riapre i battenti, per recensire Indecent, il testo di Paula Vogel vincitore del Pulitzer.

Alexandra Silber e Molly Osborne in Indecent. Foto: Johan Persson Indecent

Menier Chocolate Factory SE1

✭✭✭✭✭

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Un’epopea di passione e palcoscenico

Qui ci sono vita, storia,  passione teatrale, grandi migrazioni e un romance lirico sotto la pioggia.  Ci sono rabbia e umorismo e amore e disperazione, battute ed energia, e uno schiaffo in faccia al pudore e al pregiudizio, e tanti  messaggi dal XX secolo al XXI.  Invece di tornare con cautela e un vecchio cavallo di battaglia rassicurante, il direttore artistico del Menier David Babani ha scelto  –  respiro profondo –  un nuovo testo americano ebraico di Broadway su uno scandalo del 1923 legato a una pièce lesbica in yiddish del 1907, e sul suo  seguito negli anni ’40, in una soffitta destinata alla tragedia nel ghetto di Łódź.   Poteva essere una proposta difficile, anche se la drammaturga Paula Vogel ha vinto il Pulitzer nel 1998 e, con la regista-collaboratrice Rebecca Taichman, lo spettacolo ha conquistato un Tony poco prima della pandemia.

Si capisce subito perché, e perché finirà nelle liste degli Olivier. È una delizia, ribollente di vita e sentimento. Una  fila silenziosa di otto figure mittel-europee, imbronciate e infagottate, resta immobile come una statua quando entriamo; poi si alza, si stiracchia, la cenere attorno si disperde mentre il violinista attacca e il modesto vecchio Lemmi (Finbar Lynch) spiega con aria quasi scusata che lui è solo un direttore di scena, ma ha una storia da raccontare, e gli attori lo aiuteranno a farlo. .  Ormai ballano,  fisarmonica e clarinetto amplificano il klezmer malinconico del violino, e il racconto comincia.  Narra di come un testo in yiddish, God of Vengeance (Got fun Nekome), sia passato da San Pietroburgo a Berlino a Costantinopoli a New York, e poi di nuovo in Polonia durante l’Olocausto, quando il suo autore, Sholem Asch, ne proibì per sempre la rappresentazione. .  O almeno finché Paula Vogel, studentessa che nel 1974 cercava con esitazione la propria identità gay,  lo trovò in una biblioteca universitaria e ne rimase incantata.  Attraverso i decenni le parlò della sua idea di amore: una storia lirica, appassionata, trasgressiva dello shtetl,  con la figlia vergine di un tenutario di bordello che s’innamora di una delle sue prostitute e spinge il padre a una rabbia blasfema, fino a scagliarle contro il prezioso rotolo di velluto della Torah che le ragazze del suo locale gli avevano guadagnato  "con la schiena e con le ginocchia".

La compagnia di Indecent. Foto: Johan Persson

Scorre veloce, con tempi e luoghi indicati da didascalie sul fondo del proscenio dorato,  e il cast ci mostra la presentazione ansiosa del primo testo del giovane Asch davanti a anziani scettici  (uomini di mezza età barbuti che leggono come ragazze innamorate sono di una comicità deliziosamente perfida).  I visionari capiscono che "Ci servono testi in yiddish per rappresentare il nostro popolo, per parlare dei nostri peccati.  Perché gli ebrei devono essere sempre eroi?"   Altri temono – con lungimiranza – che la sua franchezza alimenterà l’antisemitismo. Ma, come dice Asch, "Dieci ebrei in cerchio che si accusano a vicenda di antisemitismo" è piuttosto normale.   E siamo nel 1907:  Berlino amerà di sicuro la sua coraggiosa fluidità sessuale?   "I tedeschi parlano solo del dottor Freud!"  Per un attimo la compagnia diventa un cabaret berlinese, con tanto di Peter Polycarpou e la sua barba in un esaltante drag con cappello piumato.

Attraversa tutta l’Europa, con la scena finale – gloriosamente – riprodotta da ogni angolazione mentre un cast in continuo movimento rende la tournée fra le capitali europee,  e le due giovani donne (Alexandra Silber e Molly Osborne) si gettano nelle scene d’amore, a tratti comiche e a tratti bellissime.  Poi siamo nel 1920  a Staten Island,  mentre il caro Lemmi    (a questo punto ci siamo innamorati del sarto umile e fedele diventato macchinista, e della sua saggezza umanissima)  segue Asch attraverso la soglia della libertà.  A Provincetown e nel Greenwich Village il testo, in yiddish, ottiene un tale consenso nella comunità che se ne fa una traduzione per il debutto a Broadway.  Un’attrice dell’originale non riesce a padroneggiare un inglese abbastanza buono, e i produttori capiscono che non possono farla suonare come "una ragazza appena sbarcata".  È l’età del jazz.   Gli immigrati devono americanizzarsi...

La compagnia di Indecent. Foto: Johan Persson

New York, però, si scandalizza più dell’Europa di un tempo.  L’attrice americana che la sostituisce è entusiasta di scioccare i genitori con il lesbismo, mentre  Lemmi mormora dalle quinte che ogni amore è amore – "Quando arriverà il Messia, penso, niente odio..".   Si addensano nubi: "Ebrei, polacchi, riportate la vostra sporcizia nel vostro Paese..".  In una famosa retata la squadra anti-vizio piomba sulla prima sera, con l’agente Baillie che intralcia goffamente le quinte.  La compagnia arrestata subisce una celebre sentenza che pretende che gli americani vedano solo spettacoli "retti e moralmente sani".  In una delle tante ironie della storia, lanciate con abilità e leggerezza in questo racconto magnifico,    è un sermone del rabbino Silverman ad alimentare la protesta.

Lemmi torna in Europa e, alla fine, si ritrova nel ghetto di Łódź, a dividere gli ultimi frammenti di pane mentre un gruppo, con ostinata sfida, mette in scena un brano della pièce,  la loro eredità.   Sappiamo cosa significa quel colpo secco degli strumenti: un’altra retata, un’altra frase terribile che riecheggia la coda di Staten Island di vent’anni prima.   Le due ragazze, anche se solo in sogno,  danzano e si abbracciano, bianche e impalpabili e libere, mentre cade una vera pioggia.

Fino al 27 novembre

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