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RECENSIONE: Future Demons - Concept Album ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Future Demons, un nuovo concept album del compositore-paroliere Ryan Scott Oliver.

Future Demons - concept album

Ryan Scott Oliver

Sito web di Ryan Scott Oliver

Ryan Scott Oliver - compositore, arrangiatore, paroliere, creatore d’immagini, facilitatore, l’uomo che potrebbe essere «il futuro di Broadway» - è un artista dal quale non si sa mai davvero cosa aspettarsi.  E nessuno che abbia visto di recente il suo '35MM' al The Other Palace avrebbe potuto prevedere questo: una straordinaria, ad alto numero di ottani, spigolosa, modernista scarica di angoscia post-americana che non tanto scintilla quanto esplode nelle orecchie dell’ascoltatore, scuotendo il pubblico da qualsiasi compiacimento e caricandolo di energia come se avesse appena tirato tre righe della migliore colombiana.  Non è solo una scarica di adrenalina, però: nel suo colpo entusiasmante c’è anche un mix inebriante di seduzione sensuale che ti disarma e ti cattura.  Attenzione!  Ci si può agganciare in fretta.

Parte a 150 all’ora con la splendida Kerstin Anderson che sfonda con 'My Life With R H Macy', una rapsodia da commessa nello stile di David Lynch e Bret Easton Ellis, che elenca la sua esperienza da schiava nel palazzo del consumismo in stile Empire Revival a New York City, con l’ensemble a coprire altri ruoli, incluso un incredibile coro maschile di «Miss Coopers»!  Ripresici da quell’apertura shock, scivoliamo in un’atmosfera folk-country per il numero successivo, 'James Harris': una strofa a cappella a cui Heath Saunders dona un carattere magnifico, prima di sbocciare in un’arabesca incantatoria di banjo, mandolino, chitarra e batteria su avventura e romanticismo, con le seduzioni irresistibilmente terribili del suo lothario onnipresente, un misto di Don Giovanni e Barbablù, commentato, inseguito e infine eliminato dal suo ensemble femminile di vittime-diventate-vendicatrici.  Questo è più il tipo di ritratto di personaggio che abbiamo già sentito fare a RSO; ma dove abbiamo mai sentito un coro di supporto usato con una tale formalità greca?  È forse la voce dello spirito del tempo, con delicate tracce di #MeToo a permeare le sue passioni primordiali.

Poi, sbandiamo dentro una curiosa “cosa”, intitolata 'The Story We Used To Tell', una narrazione pulsante e confessionale in cui le melodie arrivano fitte e veloci.  Ha un ritornello continuamente sorprendente per Britney Coleman (che intinge vocalità alla Joni Mitchell in una vasca di Angela Carter), con Victoria Huston-Elem che si unisce a lei in un viaggio oscuro attraverso un’altra «dark house».  Qui, la musica cambia con agilità metrica, tessitura, pulsazione, e mentre il racconto si avvita trasforma il brano in una sorta di racconto breve autosufficiente.  E non c’è da stupirsi.  Tutte queste canzoni si basano sulle storie e sui personaggi immaginati dalla tessitrice di racconti americana della metà del XX secolo, Shirley Jackson, autrice di una serie di storie intrise di horror e occulto, tra cui 'The Haunting of Hill House'.  Oggetto di fascino duraturo, RSO reagisce al suo mondo con gioia proteiforme, producendo una musica in perenne evoluzione, mozzafiato ed elettrizzante, che rende chi ascolta quasi parte del processo della sua invenzione.  Eppure, pur conservando con eleganza gran parte dei suoi testi in ognuno dei suoi versi magistralmente modernizzati, trasformati e cesellati, il risultato suona - come sempre - totalmente suo, e di nessun altro.

Poi, Jay Armstrong Johnson (con un po’ di aiuto urbano da parte dello stesso RSO - letteralmente NON c’è nulla che non sappia fare!) con 'What A Thought' ci spinge in territorio sondheimiano: nervi a fior di pelle, relazioni in spirale discendente, e rime eleganti cucite dentro un valzer ironicamente swingato, che impacchetta con cura tutta la rabbia e la disperazione vomitate da un narcisista altezzoso e ossessionato dall’omicidio.  Un commento negativo sulla vita gay contemporanea?  Be’, c’è troppa arguzia, raffinatezza e autoironia perché quell’accusa regga, secondo me, ma Jackson amava provocare: il suo successo di svolta pubblicato su 'The New Yorker', 'The Lottery', scatenò una vera e propria tempesta di proteste contro la rivista.  E qui RSO si dà da fare per rendere giustizia alla sua collaboratrice postuma non solo nella lettera ma anche - forse ancora più importante - nello spirito.

No, non ho mai immaginato mio marito in pericolo

Tranne quella volta fuori da Crate and Barrel

O quando detestò Cate Blanchett in Carol.

Come va a finire?  Immagino che dovrete solo arrovellarvi su questo mentre meditate sul tantalizzante «cliff-hanger» con cui il brano si chiude.

Il passaggio da lì a 'Family Treasures': un numero anthemico, che si apre in armonie ravvicinate e poi divampa in un’irresistibile sfrontatezza rock-chic.  Saturo dello spirito del disco funk anni ’70, è un mash-up di ABBA, Quincy Jones, Suzi Quatro e di tutte le vostre icone preferite dell’era glam, cantato con splendida credibilità da Caitlin Doak, Alina Fontanilla, Jessie Hooker-Bailey, Kim Onah, Gerianne Perez, Catherine Ricafort e Nicole Zelka, e racconta una storia con una morale ambigua, un po’ alla P. D. James: sembra quasi che RSO ci stia sfidando a schierarci!  Allo stesso modo, il suo senso del ritmo è totalmente originale e semplicemente sconvolgente: se questo vi stesse succedendo in un vero teatro, a questo punto stareste già programmando mentalmente quando poter tornare per la vostra dose di ritorno.  Perciò, quando questa traccia arriva alla fine, scoprite di desiderarne già ancora e vi chiedete se riuscirete mai a tenere nascosta la vostra nuova dipendenza.... oppure se dovrete spiattellarla a chiunque incontriate!

Non dimenticate di sintonizzarvi di nuovo: prestissimo!

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