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RECENSIONE: Albion, Almeida Theatre di Londra ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Albion di Mike Bartlett, attualmente in scena all’Almeida Theatre di Londra.

Victoria Hamilton e Nicholas Rowe in Albion. Foto: Marc Brenner

Albion Almeida Theatre, 

5 febbraio 2020

4 stelle

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Un gradito ritorno, questo, per la profondamente cechoviana riflessione di Mike Bartlett sull’abisso spalancato tra le “élite metropolitane” del Regno Unito e le masse provinciali che non conoscono, non capiscono e, in fondo, non apprezzano.  Tre anni fa fu un successo, e ora – leggermente ritoccato per adattarsi a un Zeitgeist appena cambiato – torna, con quasi lo stesso identico cast, per una nuova breve ripresa a Islington.  A differenza di quanto accade al National, che ha migliorato l’originale dando ai personaggi qualcosa di più grande di loro stessi contro cui misurarsi, qui questo gruppo borghese non ha nulla contro cui combattere se non se stesso, e dunque è esattamente ciò che fa.  E in che modo.   

Audrey, matriarca brillante di 55 anni, ha preso possesso di un’enorme magione di campagna fatiscente, sperduta nel bel mezzo del nulla, divorata dalla passione di riportare agli antichi fasti i suoi un tempo vasti giardini: la leggendaria creazione di un giardiniere degli anni Venti ormai dimenticato, Wetherbury.  Il suo nome richiama l’interessante parallelo botanico tra la bionda destinata alla rovina e la pianta omicida a lei intitolata in La piccola bottega degli orrori, e in lei c’è qualcosa di altrettanto tragico e terribile.  

Angel Coulby e Wil Coban. Foto: Marc Brenner

Attorno a questa inesperta padrona di casa si stringe un’accozzaglia di tipi sociali che Cechov avrebbe adorato: il secondo marito, debole e indolente ma compiaciuto di sé, Paul (un Nicholas Rowe placidamente lascivo); la figlia, carina ma già amaramente delusa e pungente, Zara (chiamata apposta come una catena di abbigliamento low cost?... Daisy Edgar-Jones); i fedeli ma decrepiti servitori di lunga data, Matthew (Geoffrey Freshwater) e Cheryl (perfettamente in linea con il “common”, Margot Leicester); il goffo giovane di talento ma senza la forza di farlo fruttare, Gabriel (quanto è angelico, Donal Finn); il vicino gentile ma inconcludente, Edward (tutto tweed e piccola gentry di seconda categoria, Nigel Betts); e l’intrusa, spaventosamente efficiente, membro dello staff straniero, Krystyna (Edyta Budnik).  Sul fuoco generato da questo gruppo viene versato l’olio bollente di altri tre elementi: la misteriosa e inquietante presenza di un figlio morto e muto, James, ucciso in una guerra lontana e senza senso (Wil Coban, che interpreta anche – in modo un filo confondente – lo stesso Weatherbury e, ancora, un’altra figura in questa rete aggrovigliata, Stanley); poi c’è la sua fidanzata in lutto, Anna (Angel Coulby), spinta, come un’Ofelia, a una follia botanica; e – infine – il colpo di grazia: l’osservatrice e commentatrice distaccata, in stile pushkiniano, autrice celebre e vecchia migliore amica della padrona di casa, Katherine Sanchez (Helen Schlesinger, che scruta il pubblico con la stessa intensità dei colleghi).  

Intrappolato nell’ovale pastiglia di prato rialzato ideato da Miriam Buether, il testo di Bartlett divide l’azione delle due metà in quattro atti, popolando e poi spopolando i margini con rastrelliere colme di arbusti in vaso: quasi l’unica vera “azione” a punteggiare questo mondo soffocantemente oppressivo.  Per il resto, sono due ore e mezza ad ascoltare una discussione dopo l’altra, alleggerite da incursioni sempre più brevi su argomenti più lieti.  Se questo richiede una certa pazienza al pubblico, la perseveranza viene ripagata generosamente nel momento culminante della lite a tre – un esercizio da manuale di aggressività passiva – in cui madre, figlia e migliore amica e, ormai, l’amante lesbica della figlia (tranquilli, non vi sfuggirà) si contendono il controllo di un terreno alto, se non particolarmente morale.  È una scena magnifica e ci ricorda la brillantezza di questo autore. 

Magari l’intera pièce viaggiasse a quel livello.  Purtroppo il resto del testo, per quanto zeppo di osservazioni affascinanti sul mondo di oggi – politica, società, ricchezza e povertà, giovinezza e vecchiaia, sessualità e potere – non trova una base altrettanto solida come in quel momento di nuda onestà emotiva.  A complicare ulteriormente le cose, la trama presenta più buchi delle aiuole erbacee svuotate; ma consiglierei agli spettatori che stanno pensando di vedere questo spettacolo di non perdersi in domande di poco conto tipo: “Ma una donna con le sue capacità non avrebbe mai commesso un errore così elementare, come non far fare una perizia adeguata per una vecchia casa enorme del genere, no?”.  A teatro raramente si ottiene un vantaggio dall’essere più furbi dei personaggi in scena.  

Daisy Edgar-Jones in Albion. Foto: Marc Brenner

Piuttosto, vi inviterei a riflettere su quanto sia incredibilmente difficile (a) dare un senso a ciò che accade in questo “Albion” dei nostri giorni (un appellativo poetico per l’Inghilterra) e (b) quanto sia ancora più arduo provare a far entrare il caos della nostra nazione in un unico palcoscenico e dentro un arco di tempo ristretto.  Bartlett e il suo direttore, Rupert Goold, di delicata maestria, fanno davvero del loro meglio: centrano tanti bersagli quanti ne mancano.  Il cast è davvero ottimo e Hamilton continua a trovare nuovi pensieri, azioni e sentimenti per Audrey, una donna che chiaramente a malapena sa chi sia.  Le luci finemente sfumate di Neil Austin e il vivido sound design di Gregory Clarke danno ulteriore corpo a questo mondo, conferendogli un fascino che – quasi – convince.  

Ma se l’impatto complessivo di questo Albion non risuona del tutto come vero, allora dovremmo cercare le spiegazioni fuori: d’accordo, scrivere “alla Cechov” non è facile, ma è ancora più difficile vivere – e provare a ricavare qualcosa di valido da sé stessi – in un impero un tempo grande che attraversa le fasi finali della propria decadenza. 

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