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NOTIZIE

RECENSIONE: Sogno di una notte di mezza estate, Royal Shakespeare Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

15 febbraio 2024

Di

Libby Purves

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La nostra theatreCat Libby Purves recensisce Sogno di una notte di mezza estate presentato dalla RSC al Royal Shakespeare Theatre, Stratford-upon-Avon.

Matthew Baynton (Bottom) e Sirine Saba (Titania). Foto: Pamela Raith (C) RSC Sogno di una notte di mezza estate

Royal Shakespeare Theatre, Stratford-upon-Avon

4 stelle

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«Il pazzo, l’amante e il poeta» sono tutti presenti in qualunque Sogno di una notte di mezza estate. Qui, però, i primi due hanno la parte del leone, mentre la poesia resta più in ombra (fino all’addio finale di Puck). La regista Eleanor Rhode immagina un mondo adolescenziale anni ’60, allucinato e psichedelico: lontano dalla tradizione più “boschiva”, ma davvero molto divertente. Una massa di lanterne rotonde di carta resta sospesa in alto sopra l’immenso auditorium; all’inizio ci investe un breve lampo di vecchie schermate di test televisivo, e la magia del bosco arriva come un intreccio di voci da ogni direzione, luci, bagliori e colori: puntini luminosi sospesi e cori che danno vita a Cobweb, Peaseblossom e al resto del seguito di Titania.

Ryan Hutton (Lisandro) e Dawn Sievewright (Ermia). Foto: Pamela Raith (C) RSC

John Bulleid aggiunge illusioni — discrete ma d’impatto quando arrivano — al design essenziale di Lucy Osborne. Ma, oltre a questo, la forza dello spettacolo sta nel suo senso di giovinezza (parecchi debutti in RSC), espresso con un’energia continua nei movimenti su un grande palcoscenico spoglio: i ragazzi mortali, che si amano, litigano e si azzuffano, sono contrapposti prima alla piatta banalità in abito da ufficio della corte di Teseo e poi all’inquietante autorità antica di Oberon, Titania e del loro esasperato “ragazzo delle commissioni” in stage, Puck. L’Oberon di Bally Gill — trasformato dall’autoritario Teseo in un glam rocker trasandato con giacca militare — è particolarmente memorabile nel rendere la strana benevolenza ultraterrena del re delle fate: lo scherzo a Titania (cos’è, se non un prototipo di chi mette qualcosa nel bicchiere?) si addolcisce in modo curioso mentre lui se ne sta in giro invisibile ai mortali: osserva, prova pietà, interferisce e impara. La riconciliazione con la regina dignitosa di Sirine Saba è insolitamente toccante.

Bally Gill nei panni di Oberon. Foto: Pamela Raith (C) RSC

Va detto in particolare di Puck: due indisponibilità nel cast hanno fatto sì che, proprio la sera stampa, l’understudy Premi Tamang indossasse la parrucca verde e portasse in scena l’arguzia scattante — con risultati notevoli. Dice molto del livello meticoloso delle prove corali RSC il fatto che lo faccia come se fosse temprata da una lunga tenitura: con naturale precisione segnala bagliori improvvisi, brividi di luce e, una volta, una pioggia di palline da vasca gioco; e sfreccia attraverso diverse scene di lotta e confusione, intensamente coreografate e sorprendentemente vigorose, con le due coppie di giovani amanti. Non sbaglia un passo: l’applauso “a scena aperta” dopo la più scatenata di quelle sequenze era più che meritato.

Tutto ha un’aria giovane: tre degli amanti sono alla stagione di debutto qui; l’Ermia di Dawn Sievewright inizialmente non è del tutto a suo agio con il verso, ma è splendida nella linea emotiva del suo rifiuto perplesso e del risentimento; e Boadicea Ricketts è travolgente per energia nei panni di Elena. La rissa tra le due, con gli uomini che faticano a trattenerle, è puro classico da Coronation Street, fino alla furia “graffio negli occhi” che finisce con entrambe che cercano di arrampicarsi su una scala, mentre la «modestia e il pudore virginale» del testo strappa risate. La chiusura, con Puck e Oberon che le “congelano” a colpi di magia e le scacciano in tutte le direzioni, ha raccolto un applauso fragoroso.

Ryan Hutton nei panni di Lisandro. Foto: Pamela Raith (C)RSC

E gli Artigiani? Deliziosamente sciocchi. Quattro dei sei, inclusi il Bottom di Matthew Baynton e Helen Monks che trasforma Quince in ogni matrona dell’am-dram, sono anche loro alla prima stagione in RSC: è chiaro che Rhode ha cercato talento comico senza freni. Baynton (anche senza le orecchie d’asino che si muovono di vita propria) è una gioia: la diva della scuola di teatro più irritante per eccellenza. Con la sua figura allampanata, si gode fino in fondo la morte presso la tomba, in quello che si può solo sospettare sia Shakespeare che parodia il proprio Romeo della pièce dell’anno precedente. Ma un hurrà speciale va a Emily Cundick come Snout, la cui serietà impassibile e il suo disagio determinato nel ruolo del Muro sono una delizia. È la prima volta che mi capita di vedere il concetto della «fessura» attraverso cui gli amanti si baciano risultare così scomodo per la povera merlatura.

E poi, uno dei piaceri dei classici riproposti di continuo è notare qualcosa per la prima volta, sull’onda delle notizie del momento. Non mi era mai venuto in mente che ciò che Peter Quince, come capo degli Artigiani, sta facendo in quei prologhi ansiosi — evitando che il leone e la pugnalata spaventino le signore — sia inventare i “trigger warning” quattrocento anni prima che Ralph Fiennes e compagnia si irritassero così tanto per la cosa. Niente di nuovo sotto il sole. Nel complesso, tre ore felicissime da ricordare.

In scena fino al 30 marzo

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