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RECENSIONE: Una giornata nella morte di Joe Egg, Trafalgar Studios ✭✭✭
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julianeaves
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Julian Eaves recensisce A Day In The Death Of Joe Egg di Peter Nichols, ora in scena ai Trafalgar Studios di Londra con Toby Stephens e Claire Skinner
Claire Skinner, Storme Toolis, Clarence Smith, Lucy Eaton, Toby Stephens. Foto: Marc Brenner A Day In The Death Of Joe Egg Trafalgar Studios,
2 ottobre 2019
3 stelle
Non c’è nulla che Peter Nichols (scomparso a 92 anni solo poche settimane fa) non sapesse di costruzione drammaturgica, ritmo e dialoghi: naturali, scorrevoli, che “funzionano” in scena. Questo suo testo del 1967 è un esempio perfetto di come prendere le materie prime del teatro e trasformarle in una conversazione brillantemente fluida e in un’azione scintillante. Il regista Simon Evans lo sa bene e con questo spettacolo si diverte molto più di quanto non abbia fatto di recente con il più faticoso The Best Man: qui l’esperienza è complessivamente più tagliente, più leggera, più frizzante, e lo segnala come possibile specialista della drammaturgia di quell’epoca.
Lucy Eaton. Foto: Marc Brenner
Ed è davvero un’epoca. Le scene e i costumi di Peter McKintosh sembrano una piccola illustrazione uscita da Ideal Home, appena deviata da disegni alle pareti con un vago sapore pop-art, ma arredi e dettagli sono impeccabili, perfetti. È il mondo aspirazionale della middle class della gestione e dell’amministrazione “tra le mura di casa”, servito con la stessa cura con cui Good Housekeeping fotograferebbe, a colori, un aspic in gelatina. Eppure, quando Toby Stephens – nei panni di Bri, evidente alter ego dell’autore in questa storia fortemente autobiografica – apre lo spettacolo con un numero da stand-up frontale, interpretando un insegnante esausto che urla a una classe indisciplinata, cominciamo a notare uno scarto tra la sperimentazione teatrale della scrittura e la messa in scena di McKintosh, desolatamente letterale. Man mano che il testo procede, e ogni personaggio a turno – con uno scatto delle luci di Prema Mehta e un colpo secco del sound design di Edward Lewis – esce dalla “storia” e parla oltre la quarta parete direttamente al pubblico, cresce in noi un disagio sempre maggiore per l’opprimente “normalità” della graziosa scatola scenica (anche se, va detto, può ruotare e scorrere un po’).
Storme Toolis. Foto: Marc Brenner
Ma questo è da sempre un problema di tanto teatro britannico. Scrittura straordinaria, ma design tristemente prevedibile e noioso. Così Stephens snocciola a raffica battute e scherzi senza fine, ma resta comunque intrappolato nelle erbacce di un’epoca passata. Claire Skinner, nei panni della moglie Sheila, è condannata a fare la “spalla” alle sue interminabili routine comiche, ma ne fa una virtù grazie al suo controllo glaciale e a una tenerezza semplice e schietta. Clarence Smith, che interpreta Freddie, un visitatore serale, ottiene la risata migliore dello spettacolo con la sua battuta – che, come quasi tutto ciò che viene detto, nasce direttamente dalla psiche inquieta di Nichols: “Parlo troppo forte? Alzo sempre la voce quando aiuto le persone”. È una battuta davvero geniale, ma il suo effetto viene sommerso e soffocato dall’insopportabile charme borghese del salotto in cui deve essere pronunciata. Davvero: in scena nel Regno Unito si vedono design migliori – perché non qui?
Toby Stephens e Patricia Hodge. Foto: Marc Brenner
Nel ruolo della moglie Pam, Lucy Eaton deve lottare contro una capigliatura impeccabile (credo sia una parrucca) firmata Carole Hancock e contro un magnifico cappotto giallo e un elegante abito dritto a righe, con stivali di pelle color cuoio al ginocchio: voglio dire, lei è splendida, ma perché tutto attorno deve essere altrettanto splendore? Questa sontuosa blandizia è soffocante e inerte, smussa la lingua del testo e le ruba gran parte del suo morso. Se la passa un po’ meglio Patricia Hodge, consumata interprete di farsa, che nel secondo atto sfrutta al massimo il suo momento; ma forse è proprio perché è quella che sta meno in scena che sembra meno inghiottita dall’insieme. Tra tutto il cast, solo Storme Toolis si discosta radicalmente dal comfort ovattato che domina altrove. Diversamente abile rispetto al resto del gruppo, interpreta la figlia di Bri e Sheila, cresciuta con una complessa condizione medica che viene nominata esplicitamente una sola volta. Il suo modo di stare in scena è così audacemente diverso dagli altri che diventa per noi una presenza magnetica e affascinante: usa immobilità e silenzio, postura, espressione e gesto in modi che – a giudicare da questa produzione – sono del tutto estranei e fuori dalla portata del resto del cast.
Foto: Marc Brenner
Sospetto che sia un’impressione fuorviante. Sono attori molto bravi e sono certo che – se ne avessero la possibilità – potrebbero fare molto più di quanto questo regista chieda loro. Ma quanto spesso i registi britannici chiedono davvero agli attori di spingersi oltre e sorprendere il pubblico? E quanto spesso, invece, li invitano semplicemente a servire qualcosa di sicuro e caldo, rassicurante e familiare? Qualcuno si ricorda di Artaud? Qualcuno lo legge ancora? C’è ancora qualcuno là fuori che pensa che il teatro debba essere emozionante, tagliente, rischioso, travolgente? Sì, ci sono registi così, e ne ho visti alcuni al lavoro proprio in questo teatro, ma non – ahimè – in questa occasione. Come esercizio tecnico nel dimostrare la perfetta padronanza della forma da parte di Nichols, c’è ben poco da eccepire; ma come dramma che parla dal cuore al cuore, a mio avviso, avrebbe bisogno di un po’ più di apertura e franchezza.
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