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OPINIONE: Ciao... Dolly?
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rayrackham
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Ray Rackham si chiede se la notizia dell’ingaggio di Imelda Staunton nel ruolo di Dolly Levi equivalga, di fatto, a un monopolio dei ruoli da protagonista femminile.
Imelda Staunton
Un anno passa, e arriva l’ennesima ripresa di un musical con Imelda Staunton protagonista. Attrice eccellente, con un grande senso della comicità e del canto, Staunton sembra avvicinarsi sempre di più a entrare nel club delle Dame Plowright, Atkins, Smith e Dench come autentica “Istituzione Nazionale”. Nel solo teatro musicale, in appena sei anni, Staunton ci ha regalato la sua Nellie Lovett, la sua Madam Rose e la sua Sally Durant Plummer, tutte figure create in parte dal Padrino (qualcuno direbbe semplicemente Dio) del musical americano, Stephen Sondheim. La scorsa settimana abbiamo saputo che nel 2020 Staunton si allontanerà dall’opera del più grande compositore vivente del musical americano per indossare l’acconciatura con piume rosse di un’altra protagonista iconica, scritta dall’altro grande compositore vivente del musical americano. Il compositore, naturalmente, è Jerry Herman. Il ruolo, naturalmente, è Dolly Gallagher Levi. Lo spettacolo, se non l’aveste già intuito, è Hello, Dolly!
Bette Midler in Hello Dolly! a Broadway. Foto: Julia Cervantes
Da tempo si vociferava che Bette Midler avrebbe portato a Londra il suo spettacolo vincitore del Tony, da quando Broadway ha celebrato il trionfale ritorno del titolo nel 2017. Anzi, la macchina dei rumor diceva che Bette stesse cercando un’attrice inglese per le recite di sostituzione (un po’ come aveva fatto Donna Murphy, due volte vincitrice del Tony, durante la recente tenitura a Broadway). Inoltre, il nome di Staunton veniva spesso associato a quelle voci come possibile alternativa. Ora però sembra che una Dolly minuta, a immagine e somiglianza di Imelda, tornerà dove le compete: a combinare matrimoni tra giovani innamorati e a creare scompiglio comico all’Adelphi Theatre del West End, una volta che Waitress avrà danzato in modo “interpretativo” attorno alla sua ultima torta prima di partire per un tour nazionale. Per una tenitura limitata di trenta settimane, Staunton si riunirà con il regista di Follies, Dominick Cooke, e sarà affiancata da Jenna Russell nel ruolo di Irene Malloy. La Dolly di Staunton sembra destinata a essere il gioiello della corona teatrale del 2020.
Appena ho sentito la notizia mi sono chiesto quasi subito: davvero non esiste nessun’altra attrice vivente di una certa età capace di interpretare una protagonista forte in una ripresa di musical nel West End? Stiamo entrando nella versione teatrale di quel periodo cinematografico di fine anni ’90 in cui Maggie Smith interpretava quasi ogni ruolo non offerto per primo a Judi Dench? Staunton vorrà riempire a dismisura la sua bacheca di trofei, come Dench che ha vinto quasi tutti i principali premi dello schermo, compreso un Oscar per sedici minuti di presenza in Shakespeare in Love? Perché siamo ossessionati dal vedere la stessa persona in quasi ogni grande revival? E, soprattutto, perché?
Michael Ball e Imelda Staunton in Sweeney Todd
Forse la mia prima domanda dovrebbe essere: è davvero un fenomeno teatrale “solo Staunton”? La risposta, abbastanza chiaramente, è no. Staunton sembra essere la versione britannica (o del West End) dell’“effetto Patti”. Sì, parlo di LuPone. Patti LuPone. In modo bizzarro, LuPone ci ha dato la sua Nellie Lovett e la sua Madam Rose a Broadway nello stesso identico arco di tempo (tre anni tra il 2005 e il 2008), ma solo pochi anni prima che Staunton si avventurasse rispettivamente nella Londra vittoriana e nel vaudeville americano morente (2011 e 2014).
Entrambe hanno iniziato altrove le loro avventure sondheimiane Broadway/West End: Patti cantando praticamente ogni grande ruolo femminile di Sondheim al Ravinia Festival di Chicago (tra cui Desiree in A Little Night Music e Fosca in Passion) prima di creare versioni dei ruoli che l’avrebbero riportata a Shubert Alley; e la stagione estiva di Chichester che ha dato a Staunton la possibilità di “provare” prima dell’approdo nel West End. L’unica differenza, a quanto pare, è che Sondheim adora Staunton, mentre la stessa LuPone ha dichiarato che lui non ha sempre provato esattamente lo stesso per lei. Forse è per questo che Staunton ha interpretato Sally nella produzione RNT di Follies (si dice su insistenza di Sondheim) anche se, probabilmente, era adatta al ruolo quanto lo era LuPone; e LuPone, ovviamente, non lo era affatto, cosa evidente dal fatto che quando Follies è arrivato di recente a Broadway, a interpretare l’ex showgirl è stata un’altra favorita di Sondheim: Bernadette Peters.
Imelda Staunton nei panni di Sally Durant-Plummer in Follies
Ho fatto notare sui social un casting per certi versi insolito: Staunton nei panni di Sally, ex showgirl dal sapore “Ziegfeld”, in Follies, e mi è stato risposto che non potevo che sbagliarmi perché Sondheim l’aveva approvata, e a quanto pare questo basta. Ma basta davvero? Non sono il solo a mettere in discussione almeno alcuni cambiamenti nella produzione del West End del 2018 di Company, cambiamenti pienamente e molto pubblicamente avallati dal compositore-paroliere (se ve lo state chiedendo: ho adorato il cambio di genere del protagonista, ma ho detestato quasi tutte le modifiche al copione e ai testi). Cole Porter ha scritto molti spettacoli (cinque, in realtà) per Ethel Merman, ma per ogni Anything Goes di successo poteva esserci un Red, Hot, Blue pronto in panchina (il seguito con Merman protagonista, chiuso dopo appena sei mesi). Anche l’acclamata Mary Martin ha interpretato, nell’Età d’Oro di Broadway, una varietà di ruoli che probabilmente farebbero alzare un sopracciglio a un casting director del 2019. Più vicino a casa nostra, Julia McKenzie ha vissuto un lungo periodo in cui è diventata l’interprete britannica indiscussa del canone di Sondheim: ha creato ruoli da protagonista nelle produzioni originali del West End di Follies (1987) e Into the Woods (1990), e ha poi abbandonato lo scettro della leading lady in quella che molti considerano la Mrs Lovett definitiva nel revival RNT del 1993 di Sweeney Todd. E naturalmente c’è la First Lady del West End, Elaine Paige che – prima del suo iconico programma radiofonico di musical per la BBC – si è assicurata quasi ogni ruolo da protagonista femminile negli anni ’80 e ’90. Tutto questo suggerisce che la longevità dipende anche dai rapporti che i compositori hanno con le loro prime donne. Per Cole Porter e Irving Berlin era Merman o Martin; per Lloyd Webber era Paige; per Sondheim sembrava una “sfida canora” transatlantica tra McKenzie e Peters; e ora l’ago si è spostato su Staunton.
C’è anche il fatto che Hello, Dolly! sarà diretto da Dominic Cooke, che l’ultima volta ha lavorato con Staunton in Follies, ed è l’ex Direttore Artistico (di grandissimo successo) del Royal Court. Cooke è noto per aver cambiato volto e fortuna di quel teatro: un mandato che ha portato nuova energia alla compagnia mettendo in scena un eclettico catalogo di 130 nuovi testi o riletture e letture sceniche, rifocalizzando gli obiettivi del teatro e ottenendo in totale nomination per 210 grandi premi (con 59 vittorie). Dopo il successo fenomenale della coppia Cooke/Staunton in Follies all’RNT nel 2017 (ricordiamolo: la ripresa del 2019 senza Staunton non ha venduto altrettanto bene né con la stessa rapidità), non è irragionevole pensare che i produttori di Hello, Dolly! vogliano ricreare quella magia. Ma (sì, c’è sempre un ma...) Hello, Dolly! non è Follies: il primo è una commedia costruita attorno a una star, il secondo un musical di intensità quasi cechoviana. Cooke potrebbe benissimo decidere di riportare il musical alla commedia originale da cui ha preso ispirazione, The Matchmaker di Thornton Wilder. Ma se fosse così, lo spettacolo sarebbe ancora Hello, Dolly!? Che la magia torni con la nuova collaborazione tra Cooke e Staunton è tutto da vedere; tuttavia, con il nome di Staunton sopra il titolo, è una scommessa più sicura rispetto a un’attrice meno nota che magari sarebbe più adatta al ruolo.
Carol Channing, Pearl Bailey e Ginger Rodgers
Forse, alla fine, è proprio il ruolo di Dolly ad aver portato Staunton a Yonkers. Per molti aspetti, Dolly Gallagher Levi è quasi l’equivalente nel teatro musicale di ciò che Re Lear rappresenta nel teatro di prosa. Sembra che ogni attore drammatico, arrivato a un certo punto della vita, riceva la chiamata del Re. Sir Gielgud e Sir Olivier se ne deliziavano, Ian McKellan lo temeva, e si dice che Albert Finney ci sia scappato a gambe levate. In un certo senso lo stesso si può dire di Dolly: da Carol Channing a Bette Midler (passando per Merman, Martin, Peters, Pearl Bailey, Ginger Rogers e decine di altre) l’elenco di chi ha interpretato il ruolo sembra quasi un A-Z delle prime donne del musical. Con un grazioso tocco contemporaneo, Glenda Jackson e Kathryn Hunter hanno indossato la “corona di erbacce”, mentre Danny La Rue ci ha regalato una Dolly decisamente “di fine-torta” negli anni ’80. È interessante notare che la cosa più vicina a Dolly per LuPone sono state una serie di telefonate con Jerry Herman alla fine del 2010, molto prima che Bette Midler si facesse strada a colpi di tacco in quel numero di titolo iconico allo Shubert Theatre nel 2017.
Imelda Staunton nei panni di Dolores Umbridge in Harry Potter
Ho esplorato varie ragioni per cui Staunton potrebbe star dominando la scena del musical nel West End, ma finora ne ho evitata una. Forse è perché è una grande attrice che il pubblico ama vedere? Le due cose non sono necessariamente dipendenti l’una dall’altra e di certo non vanno sempre d’accordo: alcuni dei più grandi attori della storia non sono stati beniamini popolari, e i Weissler (la coppia di produttori dietro titoli come Chicago e Waitress), per esempio, non scelgono sempre i protagonisti principalmente per le capacità attoriali. Ma Staunton è, senza dubbio, quel raro tipo di talento davvero amato dal grande pubblico. Questo può dipendere dal fatto che l’inizio della sua carriera è stato prevalentemente in teatro, con periodi alla RSC, al National e nel West End commerciale. Poi è diventata universalmente nota come attrice televisiva e, più tardi, cinematografica: ottenendo un ambitissimo ruolo da villain protagonista nella saga di Harry Potter e devastando un’intera nazione con Vera Drake. Tornando a lavorare soprattutto in teatro, Staunton ha comunque continuato a deliziare il pubblico dello schermo con nuove serie e film, arrivando di recente persino a contendere a Maggie Smith la palma del “camp” nel film di Downton Abbey. Forse, come pubblico, ci affezioniamo ai nostri tesori nazionali e li vogliamo vedere in tutto; e chi decide nelle stanze della produzione e del casting non fa che rispondere a questa esigenza.
Che Staunton sia o meno giusta per il ruolo di Dolly se ne discuterà a lungo, anche dopo la prima all’Adelphi, su questo non c’è dubbio. Ancora più certo è che una delle nostre attrici più amate e instancabili ci metterà tutta se stessa. Staunton ha la formazione comica e la tecnica per far funzionare lo slapstick, e di certo non si può dire che Carol Channing fosse, nel mondo di piume di pavone e perline luccicanti, la risposta a Maria Callas: quindi Staunton saprà cantare la parte, e cantarla bene. Speriamo che anche i più accaniti detrattori restino sorpresi la prossima estate e che nessuno di noi rimpianga che i produttori non abbiano scelto una “Bette” migliore. PRENOTA I BIGLIETTI PER HELLO DOLLY ALL’ADELPHI THEATRE
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