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Una forte Lorna per i nostri tempi difficili - Compagnia di Teatro Pleasure Dome

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helenapayne

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La nostra Helena Payne parla della produzione di Pleasure Dome Theatre Company di Lorna Doone nella Valley of the Rocks.

Quest’anno, il quarto in cui Pleasure Dome Theatre Company ha sfidato gli elementi sulla costa battuta dal vento del North Devon, porta con sé molte novità: un nuovo cast, un anniversario importante (Lorna Doone è stato scritto 150 anni fa), un nuovo copione – drammatizzato da Helena Stafford Northcote – e, soprattutto, un meteo fantastico. Dopo tre anni a combattere venti da burrasca, piogge torrenziali e capre che invadevano la scena, Pleasure Dome ha finalmente avuto fortuna con il tempo.

E va detto: il pubblico l’ha adorato, con numeri record e riscontri entusiastici. Sotto la direzione di Scott le Crass, rigorosa e splendidamente coreografata, l’azione è serrata e il ritmo non viene mai lasciato calare: una piccola novità per un tomo da salotto ottocentesco.

Nella cornice drammatica della Valley of Rocks, è evidente che la compagnia ha imparato a sfruttare con astuzia l’ambiente selvaggio fino in fondo. L’azione nell’area di scena si estende per quasi 30 metri; l’intero mondo naturale – dalle rocce alla brughiera, fino ai sentieri in quota – diventa la tela su cui si dipana la trama. Il pubblico, seduto nel cuore dell’azione, viene continuamente invitato a guardare in direzioni opposte, con scene abbastanza coinvolgenti da interrompere i picnic a metà morso. Le luci di Jai Morjaria mettono in risalto la forza drammatica del paesaggio roccioso, creando lo sfondo più grandioso immaginabile per Lorna Doone: la realtà brutale e al tempo stesso maestosa di Exmoor.

La musica, arrangiata da Kimon Pallikaropoulos, è ormai un vero e proprio marchio di fabbrica delle produzioni Pleasure Dome. Vecchie canzoni da bevuta del West Country e un canto d’ensemble eseguito con grande cura sono elementi che definiscono e amplificano costantemente l’atmosfera magica. Non a caso, lo spettacolo si apre con la voce di soprano solista di Tabitha Payne che si libra sopra la brughiera. Anche i costumi di Kathleen Nellis danno un contributo prezioso al contesto storico del XVII secolo: i nobili indossano mantelli e redingote, mentre i contadini virano verso la juta e il grezzo.

I due innamorati, Lorna Doone e John Ridd – un Romeo e Giulietta del West Country – sono interpretati con grazia da bambini da Freya Warren-Brand e Taylor Rose, e poi nella giovane età adulta dalla magnetica Josephine Rattigan e dal solido Edward Kaye. La scena in cui si trasformano da bambini ad adulti è uno dei momenti più riusciti dello spettacolo, ancora più efficace proprio per la sua semplicità. Rattigan e Kaye reggono molte delle scene chiave, ma questa è, senza ombra di dubbio, una prova corale.

Quasi tutti gli interpreti (con la notevole eccezione di Lorna) raddoppiano costantemente i ruoli. Jamie McKie è un Carver Doone adeguatamente malvagio, tutto ossessione malsana e minaccia da bullo. Eppure, nei panni di Tom Faggus, un adorabile brigante locale, mostra un lato più tenero e coinvolgente – soprattutto nella relazione nascente con Annie Ridd, interpretata con verve da Roxanne Tandridge.

Steven Jeram rende Charlie Doone, lo scagnozzo viscido di Carver, sgradevole e codardo. Ma ruba la scena come il vecchio contadino Jem, la cui saggezza spicciola porta leggerezza ad alcuni dei momenti più tesi del dramma.

Nayomie James, nei ruoli di Sarah Ridd e della sfortunata Margery Badcock, è una colonna portante, tenendo unita la famiglia contro ostacoli quasi insormontabili. In questo, è aiutata in modo eccellente da Helena Payne nei panni di Gwenny Carfax, la cui presenza lungo tutto lo spettacolo aggiunge pathos, humour fisico e anche un canto davvero molto bello.

Rachel Rose interpreta Mother Meldrum, una strega o fattucchiera locale che, secondo la tradizione, viveva proprio nella valle in cui si svolge la produzione. Non sorprende che sembri perfettamente a suo agio tra rocce e panorama marino, con il bastone alzato e oscure ammonizioni sussurrate come incantesimi.

Matt Gibbs apre lo spettacolo come lo sventurato John Ridd Senior, per poi diventare il nobile decaduto Sir Ensor Doone. Eppure è nei panni di Jeremy Stickles che conquista davvero l’affetto del pubblico. Gibbs lo interpreta come un “toff” con un cuore. Alla fine, però, dopo molte avventure estenuanti, si lascia intendere che il suo cuore e quello di Sarah Ridd potrebbero battere all’unisono.

Theodore Hadlow ha creato il ruolo del giudice Jeffreys e ha rubato la scena come il Predicatore nella celebre scena del matrimonio. Usando il classico espediente shakespeariano di preannunciare l’orrore con l’umorismo, il momento in cui Lorna viene abbattuta a colpi d’arma da fuoco sul sagrato della chiesa risulta ancora più sconvolgente, perché fino a un attimo prima stavamo ridendo tutti insieme.

Lo spettro di Lorna Doone continua ad aleggiare nell’immaginario culturale della nostra identità del West Country, ma il romanzo è complesso e molto lungo. Distillarlo in due ore è una sfida notevole, ma Helena Stafford Northcote non solo ha catturato l’essenza della storia intrecciata al cuore di Exmoor: l’ha anche ricreata per un pubblico del XXI secolo, introducendo temi di emancipazione femminile che si aggiungono a quelli della comunità.

Questa Lorna non è certo una figurina svenuta al fianco di John Ridd: come le sue “sorelle”, combatte in prima linea contro l’ingiustizia. Allo stesso modo, Lizzie di Tabitha Payne è rafforzata dalla sua istruzione autodidatta. E Gwenny Carfax di Helena Payne strappa una delle risate più grandi della serata quando “fa fuori” a suon di randellate un malcapitato Doone, togliendolo di mezzo. Più che narrativa storica da corsetto strappato, qui si tratta di prendere a calci i cattivi.

Lorna Doone è uno spettacolo con personaggi vivaci, avventura e combattimenti, scenari naturali mozzafiato, costumi splendidi, musica suggestiva e pura teatralità. È una storia d’amore, di famiglia, ma soprattutto di comunità. In tempi così divisivi, forse la forza della comunità può aiutarci a comprendere e rispettare le differenze, trovando ciò che ci unisce più di ciò che ci separa. Una cosa che ha unito il pubblico nella Valley of Rocks, però, è stato il riconoscimento di aver assistito a una serata davvero unica, incantevole e piacevolissima.

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